Per parlare seriamente di disabilità non basta organizzare un convegno nel quale esperti e istituzioni discutono delle persone senza coinvolgerle davvero. È necessario creare luoghi nei quali possano raccontare direttamente esperienze, necessità, competenze e progetti, diventando protagoniste delle decisioni che riguardano la loro vita. È questo il messaggio più importante arrivato da ExpoAid 2026, la manifestazione nazionale intitolata “Io, Persona di valore”, che si è svolta dal 25 al 27 giugno al Palacongressi di Rimini. La seconda edizione dell’iniziativa, promossa dal Ministro per le Disabilità Alessandra Locatelli, ha riunito persone con disabilità, familiari, associazioni, professionisti, rappresentanti delle istituzioni, imprese e realtà del Terzo settore.
Per tre giorni la disabilità non è stata presentata soltanto attraverso le difficoltà quotidiane, ma come una parte della società capace di generare cultura, lavoro, creatività e innovazione. Il programma ha proposto oltre cinquanta seminari e diversi laboratori, affrontando argomenti molto concreti: autonomia e vita indipendente, inclusione lavorativa, sport, malattie rare, emergenze, nuove tecnologie e costruzione del Progetto di vita. Quest’ultimo è uno dei temi decisivi della riforma italiana sulla disabilità. Significa superare interventi frammentati, decisi separatamente da servizi sanitari, sociali e amministrazioni, per partire invece dai desideri, dalle capacità e dagli obiettivi della singola persona. Non dovrebbe essere la persona a doversi adattare a prestazioni già disponibili, ma il sistema a organizzare sostegni coerenti con il percorso di vita scelto.
Può sembrare un principio semplice, ma comporta un cambiamento profondo: la domanda non è più soltanto “di quale assistenza hai bisogno?”, bensì “come desideri vivere, studiare, lavorare e partecipare alla comunità?”. In questa prospettiva anche la tecnologia assume un significato diverso. Non è un oggetto da mostrare per stupire il pubblico, ma uno strumento che deve produrre autonomia concreta. Un sistema domotico può permettere a una persona con gravi difficoltà motorie di controllare luci, porte e finestre; un comunicatore può offrire una voce a chi non riesce a parlare; un’applicazione accessibile può rendere possibile prenotare un servizio senza dipendere da altri; l’intelligenza artificiale può semplificare testi, descrivere immagini o sostenere la comunicazione.
Tuttavia, nessuna soluzione è davvero innovativa se rimane troppo costosa, difficile da ottenere o utilizzabile soltanto da chi possiede competenze elevate. La tecnologia assistiva deve essere personalizzabile, affidabile e accompagnata da formazione e assistenza. Soprattutto, deve essere progettata ascoltando chi la utilizza. ExpoAid ha cercato di tradurre questo principio anche nell’organizzazione dell’evento. Nei seminari erano disponibili interpretariato nella lingua dei segni italiana e sottotitolazione in tempo reale, strumenti fondamentali per permettere alle persone sorde di partecipare. È stato inoltre predisposto uno spazio accessibile dedicato al benessere, alla socializzazione e alle attività ricreative, con educatori e volontari qualificati. Non sono dettagli secondari: un evento dedicato all’inclusione perde credibilità quando non garantisce la piena partecipazione delle stesse persone di cui parla. Particolarmente significativo è stato il ruolo assegnato ai ragazzi con disabilità nei laboratori dedicati alla lavorazione della stoffa, alla costruzione di strumenti musicali e alla preparazione di prodotti alimentari. In quelle attività non erano semplicemente partecipanti da assistere, ma insegnanti capaci di trasmettere tecniche e metodologie agli altri iscritti. È un’immagine che rompe molti pregiudizi. Le persone con disabilità vengono ancora troppo spesso raccontate soltanto come destinatarie di cura o di solidarietà, mentre possono essere lavoratori, formatori, artisti, progettisti e imprenditori.
Cambiare lo sguardo significa riconoscere il valore delle competenze senza trasformare ogni risultato in una storia eccezionale o commovente. Significa permettere alle persone di essere considerate per quello che fanno e non definite unicamente dalla propria condizione. ExpoAid ha affrontato anche il lavoro, uno degli ambiti nei quali le distanze tra principi e realtà rimangono più evidenti. Molte persone con disabilità continuano a incontrare ostacoli nei percorsi di formazione, nelle selezioni e nell’adattamento delle postazioni. Spesso non manca la capacità professionale, ma l’accessibilità degli ambienti, degli strumenti digitali e dell’organizzazione. Un portale di candidatura incompatibile con le tecnologie assistive può escludere un candidato prima ancora del colloquio. Un software aziendale inaccessibile può impedire di svolgere mansioni per le quali si possiedono tutte le competenze necessarie. Per questo parlare di occupazione significa parlare anche di accessibilità digitale, accomodamenti ragionevoli e cultura delle imprese.
Rimini ha mostrato inoltre quanto siano importanti lo sport, la musica, il cinema e i momenti di socialità. La piena inclusione non si realizza soltanto garantendo prestazioni sanitarie o assistenziali. Una persona deve poter scegliere come trascorrere il proprio tempo, costruire relazioni, praticare un’attività sportiva e partecipare alla vita culturale. Sono dimensioni che incidono sulla dignità e sulla qualità della vita quanto il diritto allo studio o al lavoro. Il valore di una manifestazione come ExpoAid, però, si misurerà soprattutto dopo la conclusione degli incontri. Le idee emerse dovranno trasformarsi in servizi accessibili, opportunità lavorative, sostegni personalizzati e tecnologie disponibili sul territorio.
L’inclusione non può durare tre giorni e non può restare confinata in un grande evento. Deve entrare nella progettazione delle città, nei sistemi informatici, nelle scuole, nelle aziende e nelle decisioni pubbliche. ExpoAid 2026 ha ricordato che ogni persona possiede un valore che non dipende dalla produttività, dall’autonomia completa o dalla capacità di adeguarsi alle aspettative degli altri. Una società matura non chiede alle persone fragili di dimostrare continuamente di meritare un posto. Costruisce invece le condizioni perché ciascuno possa esprimere le proprie capacità e scegliere il proprio futuro. È da questa capacità, più che dalle dichiarazioni solenni, che si riconosce una comunità realmente inclusiva.
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Manuela Petrini
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