Storia di un catamarano costruito nel giardino di casa e del suo viaggio intorno al mondo


Euro e Gianni Caselli, in questi stessi giorni di vent’anni fa, dopo essersi costruiti da soli un catamarano transoceanico nel giardino di casa in via Borgo dei Leoni, partivano per fare il giro del mondo.

L’impresa sembra uscita a metà da Gabriel Garcia Marquez e a metà da Omero, e la storia – che sa di realismo magico e di sfida con sé stessi e gli elementi, vissuta tra il sogno e la più tangibile concretezza  – è talmente sensazionale da rimanere leggendaria anche dopo due decenni. In questo anniversario siamo andati a trovarli per farci raccontare daccapo questo poema epico nostrano, una specie di Odissea tutta ferrarese che ha per protagonisti un padre, un figlio e il loro catamarano Ombelico nel mondo.

Abbiamo smesso di girare come dei criceti, abbiamo tirato fuori il nostro più grande desiderio dal cassetto e lo abbiamo realizzato”: Gianni ha ancora quel sorriso sognante e determinato di quando deve aver per la prima volta detto a suo figlio trentenne Euro, facciamolo!

Euro e Gianni Caselli, 2026

Gianni Caselli all’epoca era un ex vigile urbano sessante neo pensionato con la passione per la vela. Dopo un corso con la Lega Navale ha iniziato a coltivare l’idea che con una piccola imbarcazione si potessero fare grandi cose, come ad esempio attraversare il globo, a patto che tu la conosca a menadito: “bisogna conoscere molto bene il proprio mezzo di navigazione, perché ti possono capitare molti imprevisti e devi sapere dove mettere le mani. Non ci bastava comprare un’imbarcazione, dovevamo costruirla noi dall’inizio alla fine perché non avesse segreti”, dice Gianni.

La scelta del catamarano è venuta perché la sua conformazione gli conferisce maggiore stabilità, velocità e comodità: “ci siamo rivolti ad un progettista inglese all’avanguardia negli autocostruiti, Richard Wood, e con un manuale di istruzioni che sembrava un fumetto, abbiamo assemblato su un binario 12,5 metri di catamarano di legno e resina epossidica (un materiale termoindurente per incollaggi strutturali ad altissima resistenza, ndr), un pezzo dopo l’altro, una vite dopo l’altra, un meccanismo dopo l’altro”. Così per cinque anni. Dapprima fissando le paratie e creando lo scheletro, poi costruendo il rivestimento con compensato marino.

Non ci decidevamo sul nome, poi ho sentito alla radio l’Ombelico del mondo di Jovanotti ed era perfetto – ricorda Gianni – perché la barca è il tuo centro ovunque sei”. “E perché è da dove parte una nuova vita, è l’origine di tutto, anche di quello che siamo oggi” aggiunge Euro.

Nella lunga costruzione ogni difficoltà è stata sorretta da un entusiasmo visionario.
Non abbiamo mai pensato di mollare, non abbiamo mai pensato di non farcela”, concordano entrambi. Dopo un anno nel giardino di casa, il ponte – con dinette, cucina e cabina di pilotaggio –  è stato fatto uscire dal giardino fin su via Borgo dei Leoni con un incastro al millimetro: un’immagine iconica che se un giorno tutto questo diventerà un film – come sarebbe giusto –  sarà di certo nella locandina. 



La prima destinazione è stata la Darsena di San Paolo: qui è rimasto all’ancora tre anni, il tempo necessario per assemblare i due scafi laterali con le cuccette, realizzare gli impianti, e testare la tenuta in acqua. Tutto con un incessante viavai di ferraresi – curiosi, scettici, stupiti – che ha sempre accompagnato i lavori e con il sostegno del Comune di Ferrara (allora il sindaco era Gaetano Sateriale, e ha partecipato al varo), del Comune di Comacchio, del Parco del Delta del Po e anche dell’Ospedale Sant’Anna, che ha fornito materiale sanitario da tenere a bordo e istituito una linea diretta satellitare con i medici in caso di emergenza. Insomma, tutta la città si stava preparando al grande momento. 

Quando tutto è stato pronto, l’Ombelico del Mondo ha risalito il Po di Volano fino a Porto Garibaldi, dove è stato ospite nella banchina della Capitaneria un altro mese per essere alberato, tarare il sartiame (l’insieme dei cavi fissi) e fare qualche test in Croazia e al Conero. A quel punto, risolti tutti i problemi, ha mollato gli ormeggi, accompagnato in mare aperto dalla Guardia Costiera e dai pescherecci del porto a sirene spiegate.
Era il 3 settembre 2006, e l’Ombelico del Mondo finalmente partitiva per un viaggio che sarebbe durato un anno e avrebbe attraversato mari e terre tra i più affascinanti del mondo.

Prima la Calabria e poi la Sardegna, passando per lo stretto di Messina e affrontando la prima tempesta in mare proprio nel Tirreno; poi le Baleari e via attraverso lo stretto di Gibilterra con lo spettacolare e difficile scontro fra correnti e decine di delfini attorno. Da lì Marocco, le Canarie per festeggiare il Capodanno, Capo Verde e il grande salto, la traversata oceanica fino al Brasile, con il favore degli alisei. E poi l’inizio della risalita: la Guiana Francese, Trinidad e Tobago e per ultimo il Venezuela, a Puerto La Cruz, dove il viaggio si è concluso.

Tappe lunghe settimane, mesi: “era un’esplorazione, non una vacanza. Volevamo conoscere i posti, viverli. Abbiamo incontrato tanti amici. Soprattutto quando affronti l’Atlantico si crea una comunità di naviganti che si tiene in contatto e si supporta. Pochissimi italiani, tantissimi stranieri, tra i quali ci facevamo riconoscere con la nostra bandiera storica di tre metri per due donata dall’Associazione dei Paracadutisti. Non eravamo mai veramente soli, anche se tra quelle onde gigantesche ci sentivamo dei pulcini. Abbiamo fatto i conti con la potenza della natura e i nostri limiti, ma la nostra imbarcazione non ci ha mai tradito“.

Cosa ha spinto due generazioni diverse a incontrarsi in questo progetto?
L’avventura. Sei tu là in mezzo da solo e ti devi arrangiare in tutto. E poi la grande libertà di fermarsi e ripartire ogni volta che si voleva” è la risposta diretta di Gianni, ed Euro conferma.

Come avete fatto ad andare d’accordo per tutto quel tempo?Non abbiamo mai discusso, siamo sempre andati d’accordo, è stata una grandissima fortuna. Io ero il suo sgargino, facevo tutto quello che diceva“, scherza Gianni.

E in cambusa?
Tantissime scatolette. Poi spesso pescavamo per avere carne fresca. In Adriatico abbiamo tirato su solo della plastica, mentre in Atlantico era più semplice: tonnetti, dorado, pesci volanti, sgombri, non abbiamo mai sofferto la fame“.

La tecnologia a bordo?
A parte il radar non ci mancava niente. Avevamo pannelli solari, telefono satellitare e tutta la migliore tecnologia del tempo. E poi le nostre braccia e i nostri occhi“.

I ricordi più belli di Euro e Gianni sono in Brasile: “il Carnevale, Natal, Fortaleza, Sao Luis capitale del jazz, con un’escursione di marea di sette metri, il Rio delle Amazzoni con una natura imponente che ha il sopravvento su tutto, le piogge torrenziali, i pirati, la povertà e l’accoglienza della popolazione. Qui è dove siamo rimasti più a lungo, il posto che ci ha affascinato di più“.

Ma poi Ombelico del Mondo che fine ha fatto? Quando Euro è rientrato in Italia, Gianni è rimasto altri tre anni in Venezuela vivendo sulla barca, “poi ho sentito che l’avventura stava volgendo alla sua conclusione – racconta – sono andato in Martinica e l’ho venduto, senza rimpianto”.

la famiglia Caselli, 2026

Cosa resta di quell’esperienza vent’anni dopo?
La barca – questa volta le parole sono di Euro – ti dà la possibilità di prendere coscienza del tuo tempo. Quando rimani così a contatto con la natura, riesci a capire la tua dimensione, perché ti rendi conto di essere un puntino infinitesimale in questo grande mare. Riesci a ridimensionare anche il tuo ego, perché basta un nulla per azzerarti. E poi riesci ad ascoltare di più la tua voce, far lavorare i tuoi pensieri. Penso che tutti quanti abbiamo la risposta alle domande che ci poniamo, ma non prendiamo il tempo per ascoltarci. Il tempo passato da soli, in silenzio con la natura, ti dà la possibilità di pensare, mentre normalmente il nostro tempo è sempre saturo. Andiamo in macchina e accendiamo la radio, siamo in coda e guardiamo il cellulare. Parla sempre qualcun altro e non parla la nostra testa, sostituiamo il pensiero con contenuti di altri, che non inducono a sviluppare i nostri. È tutto sopra, a lato, ma mai dentro l’acqua, come invece è una barca“.

Lo rifarebbero?
Forse adesso faremmo un altro tipo di viaggio. Io per terra con lo zaino in spalla“, riflette Gianni instancabile. “Io al ritorno sognavo di costruire un camper e andare in Tibet. Magari un giorno, chissà“, conclude Euro.

In fondo, come scriveva Orazio, «Cambiano cielo, non animo, coloro che vanno per mare».

Qui, nel 2004, è stato fatto passare il ponte del catamarano Ombelico del mondo

Le foto presenti nell’articolo sono state utilizzate per gentile concessione di Euro e Gianni Caselli




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