Elezioni Milano, da 33 anni la politica prende i sindaci in prestito. Nemmeno Calabresi mette d’accordo il centrosinistra, mentre nel centrodestra il casting non finisce mai


«Prima il programma, poi i nomi». Il gelo era cominciato prima dell’annuncio. Nelle settimane scorse Mario Calabresi aveva chiesto un incontro a Elly Schlein e non lo ha ottenuto; martedì pomeriggio, poche ore dopo le dimissioni da Chora Media, ha telefonato Igor Taruffi, responsabile Organizzazione del Nazareno, con un ni esteso per correttezza anche a Pierfrancesco Majorino. In pubblico la segretaria ha usato la formula che riserva a ogni candidatura contesa, prima il programma e poi i nomi, aggiungendo dalla Festa dell’Unità di Genova che è presto. Ai piani alti del partito le primarie milanesi sono percepite come insidiose; se si faranno il Pd nazionale non appoggerà esplicitamente nessuno, che è il modo più elegante di non opporsi al figlio del commissario Calabresi senza doverlo sostenere. All’apertura della festa cittadina al Corvetto, sul palco con Beppe Sala salirà Francesco Boccia. Schlein a Milano non verrà.

Il gelo ha una ragione, e non è Calabresi

Carlo Calenda, il cui partito a Milano governa con Sala da cinque anni, ha definito Calabresi “un ottimo candidato riformista per Milano. Una sintesi efficace tra pragmatismo e visione” aggiungendo che “Andrebbe sostenuto da subito da tutto il centro sinistra, senza farlo passare per il tritacarne delle primarie”, Matteo Renzi, leader di Iv che a Milano è in giunta, ha definito la possibile candidatura di Mario Calabresi a sindaco di Milano una “fantastica notizia “. Ma il gradimento dell’ala riformista milanese starebbe diventando, per assurdo, un problema: nei colloqui riservati la segretaria dem lo avrebbe giudicato troppo autonomo rispetto alle dinamiche interne di partito e poco di sinistra. Giulia Pastorella, vicepresidente di Azione, prova a disinnescarla ricordando che il suo partito Calabresi non l’ha proposto e che non ne ha la tessera, e aggiunge la frase che a Milano in molti pensano e in pochi dicono: se il freno nasce da questioni interne al Pd, le primarie sarebbero un regolamento di conti.

«Serve un politico dopo anni di civici»

Ma i problemi sono anche nella declinazione milanese del campo largo nazionale. Giuseppe Roccisano, segretario metropolitano di Sinistra Italiana, ha osservato che dopo decenni di sindaci venuti dalla società civile «serve un politico dopo anni di civici». Il consigliere comunale dem Alessandro Giungi sosterrà soltanto chi in politica si è già impegnato, e rivendica quella che chiama «idea novecentesca del partito». Dario Violi, coordinatore lombardo del M5S, chiede discontinuità dall’amministrazione Sala su sicurezza, casa e urbanistica, e ricorda che la gente non si autocandida.

La macchina dei gazebo è già in moto

Gli aspiranti, intanto, sono diventati sette. Oltre a Calabresi potrebbero correre Majorino, la vicesindaca Anna Scavuzzo, l’assessore al Bilancio Emmanuel Conte, l’assessore del Municipio 1 Lorenzo Pacini, l’attivista Tommaso Goisis e la docente Carlotta Cossutta. Prima dell’estate i dem milanesi avevano approvato la proposta del segretario metropolitano Alessandro Capelli, primarie di coalizione a gennaio, e quella resta la strada più probabile proprio perché nessun accordo sul nome appare a portata. La prossima settimana è previsto un vertice degli alleati; Avs ragiona sul doppio turno, che con sette candidati diventerebbe necessario. Sala tiene la posizione più asciutta: la coalizione cerchi un nome condiviso, e i gazebo si aprano se quella ricerca non porterà a un risultato. Lunedì prossimo il segretario della Camera del Lavoro, Luca Stanzione, ha convocato i segretari dei partiti: sul tavolo perimetro e metodo, cioè tutto.

Il casting del centrodestra che non si chiude

Sull’altro versante la difficoltà dura da più tempo. Già a luglio Ignazio La Russa aveva chiesto pubblicamente che Giorgia Meloni, Matteo Salvini e Antonio Tajani intervenissero «senza ulteriori ritardi»: da allora, da Roma, silenzio. Carlo Cottarelli, che Lega e Forza Italia avrebbero voluto, ha rifiutato il 23 luglio. A marzo Letizia Moratti aveva annunciato da un palco azzurro che il candidato del suo partito sedeva tra i relatori in sala, e di quel nome non si è saputo più nulla. Maurizio Lupi, sostenuto da La Russa, non convince né i lumbard né gli azzurri. Roberto Vannacci ha intanto piazzato in città il generale Carmelo Burgio, con una diagnosi che tocca un nervo scoperto: qui chi non è ricco viene penalizzato. L’ostacolo, però, non è il casting. È una convinzione sedimentata in un decennio, quella di una Milano non contendibile, mai confessata, ma che sembra emergere sempre. E chi cerca un candidato senza credere fino in fondo alla vittoria finisce per cercarne solo uno che non disturbi.

Trentatré anni di sindaci presi a prestito

Sullo sfondo c’è la questione della difficoltà da parte dei partiti di far valere il proprio peso in una Milano nella quale l’ultimo sindaco realmente politico è Marco Formentini, eletto nel 1993. Dopo di lui un industriale della meccanica, un’imprenditrice, un avvocato, il commissario generale di Expo: sei mandati consecutivi con la leadership presa a prestito fuori dagli apparati. E quando la scelta è passata dai gazebo ha vinto chi non era espressione di partito. Il 14 novembre 2010 Giuliano Pisapia ottenne il 45,4 per cento contro il 40,2 di Stefano Boeri, con 67.499 votanti; il 7 febbraio 2016 Giuseppe Sala arrivò al 42,3 contro il 34 di Francesca Balzani e il 23 di Majorino, su 60.900. Se è vero che “l’importante è il programma”, è anche vero che la prassi diventa scomoda se si manifesta contemporaneamente alle elezioni nazionali. Come accadrà nel 2027.

La casa come banco di prova

C’è un tema che tra tutti è il più insidioso, perché non ha uno specchio di linea politica e va perfino oltre le scelte amministrative. Ed è quello sul quale con maggior difficoltà candidati e autocandidati riescono ad esprimersi. La casa. Una stanza singola costa in media 729 euro al mese, e in un quarterie non certo rinomato come Corvetto gli affitti sono cresciuti con il record del 43 per cento dal 2020. Per il Piano casa il Comune ha ceduto tre aree pubbliche a un euro simbolico al metro quadro, più undici milioni per bonifiche, in cambio di canoni non superiori a 90 euro al metro quadro l’anno. A fine giugno gli operatori non avevano ancora avanzato proposte, e la scadenza è già slittata due volte, dal 26 giugno al 31 agosto e ora al 26 ottobre. Se la sicurezza- l’altro tema caldo – è un tema sul quale la grammatica milanese e quella nazionale possono sovrapporsi, la questione abitativa non ammette facili slogan. Infatti, per ora, nessuno ne parla sul serio.

Un laboratorio, non una vetrina

Milano va guardata con attenzione, perché qui le geometrie politiche si sperimentano prima che altrove. Un centrosinistra che tiene dentro i riformisti mentre a Roma se ne costruisce uno di segno diverso, una destra costretta a misurare quanto pesi la lista di Vannacci e che deve conciliare l’immagine di solidità di governo con lo smarrimento sotto la Madonnina: sono due questioni che tra un anno saranno nazionali, e qui hanno già un calendario. E perché economia, lavoro, sviluppo, sicurezza e coesione sociale, in questa città, si presentano su una scala che le rende paradigma. Scegliere un nome invece di un altro significa dire che concetto si ha della politica. Scrivere un programma per Milano significa dire quale programma si ha per il Paese.




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