Per le pensioni più basse il 2027 potrebbe portare un aumento superiore a quello registrato quest’anno. Il dato da tenere d’occhio è quello della perequazione, cioè la rivalutazione annuale degli assegni in funzione dell’andamento dei prezzi.
Pensioni minime, le novità del 2027
Se il tasso per il 2027 si attestasse effettivamente al 2,8%, come indicano le attuali stime, il trattamento minimo Inps passerebbe dagli attuali 611,85 euro a circa 628,98 euro al mese, con un aumento di quasi 17,13 euro mensili.
Si tratta, però, di una simulazione: il valore definitivo della rivalutazione sarà determinato soltanto alla fine del 2026 sulla base dei dati ufficiali sull’inflazione. Nel 2026 l’adeguamento è stato dell’1,4% e ha portato il trattamento minimo a 611,85 euro.
Pensione minima 2027: quanto potrebbe valere
La simulazione è la seguente:
- trattamento minimo 2026: 611,85 euro;
- perequazione ipotizzata 2027: +2,8%;
- aumento mensile: circa 17,13 euro;
- nuovo trattamento minimo: circa 628,98 euro al mese;
- importo annuo su 13 mensilità: circa 8.176,76 euro.
La cifra di 628,98 euro rappresenterebbe dunque la nuova soglia di riferimento per l’integrazione al minimo, sempre nell’ipotesi che il 2,8% venga confermato.
L’integrazione al minimo serve infatti a portare una pensione di importo inferiore fino al trattamento minimo, quando il pensionato rispetta i requisiti previsti dalla legge. Non significa quindi che tutti coloro che percepiscono meno di 629 euro riceveranno automaticamente questa cifra: il diritto e l’importo effettivo dipendono anche dalla situazione reddituale.
Le simulazioni: quanto potrebbe aumentare la pensione
Se il trattamento minimo dovesse effettivamente passare dagli attuali 611,85 euro a circa 628,98 euro per effetto della rivalutazione del 2,8%, l’aumento sarebbe di circa 17,13 euro al mese. La simulazione è coerente con le attuali stime sulla perequazione 2027, che resta comunque ancora non ufficiale.
Per chi oggi percepisce 500 euro di pensione, l’integrazione al minimo, nell’ipotesi di possesso dei requisiti per ottenere quella piena, passerebbe dagli attuali 111,85 euro a circa 128,98 euro al mese. In questo caso, quindi, l’aumento complessivo della prestazione sarebbe di circa 17 euro.
Con una pensione a calcolo di 550 euro, l’integrazione salirebbe dagli attuali 61,85 euro a circa 78,98 euro. Anche in questo caso il risultato finale sarebbe un assegno complessivo di circa 629 euro al mese.
Per chi parte da 580 euro, la quota integrativa passerebbe invece da 31,85 a 48,98 euro, mentre chi oggi riceve 600 euro vedrebbe l’integrazione salire da 11,85 a 28,98 euro.
Infine, per una pensione di 610 euro, l’integrazione oggi è appena 1,85 euro. Con una soglia minima rivalutata al 2,8%, potrebbe arrivare a circa 18,98 euro, portando anche in questo caso l’assegno complessivo a 628,98 euro.
IA parità di requisiti reddituali e di diritto all’integrazione, chi ha una pensione a calcolo inferiore alla nuova soglia verrebbe portato fino al nuovo trattamento minimo. L’importo effettivamente riconosciuto, però, non dipende soltanto dalla cifra della pensione: l’integrazione è infatti soggetta a specifici limiti di reddito e può essere piena o parziale.
C’è poi un elemento importante da considerare. I circa 629 euro rappresentano esclusivamente la simulazione ottenuta applicando il 2,8% al trattamento minimo ordinario di 611,85 euro. Nel 2026, infatti, sulle pensioni minime è previsto anche un incremento straordinario, che porta l’importo effettivamente riconosciuto fino a 619,80 euro. Per il 2027 bisognerà quindi capire se questa maggiorazione sarà prorogata: in quel caso, l’importo potrebbe essere più alto rispetto ai 629 euro stimati con la sola perequazione.
Attenzione al bonus sulle minime
C’è però un’altra variabile da considerare. Nel 2026 il trattamento minimo ordinario è di 611,85 euro, ma sulle pensioni pari o inferiori al minimo è previsto anche un incremento straordinario dell’1,3%, che porta il valore massimo riconosciuto a 619,80 euro. La misura deriva dall’incremento temporaneo introdotto dalla legge 197/2022 e prorogato fino al 2026.
Questo significa che per il 2027 bisogna tenere distinti due scenari.
- Scenario 1: nessuna proroga dell’incremento straordinario. È lo scenario più lineare. Con una perequazione del 2,8%, il trattamento minimo passerebbe a: 611,85 × 1,028 = 628,98 euro. La soglia dell’integrazione al minimo si attesterebbe quindi, in via teorica, intorno a 629 euro mensili.
- Scenario 2: conferma anche dell’incremento straordinario. Se il legislatore dovesse decidere di prorogare anche nel 2027 un incremento aggiuntivo dell’1,3%, l’importo potrebbe essere superiore. Applicando, a titolo puramente esemplificativo, l’1,3% alla nuova soglia di 628,98 euro: 628,98 × 1,013 = circa 637,16 euro. In questo secondo scenario la pensione minima potrebbe quindi avvicinarsi a 637 euro al mese, circa 8 euro in più rispetto al solo effetto della perequazione.
Va però sottolineato che questo secondo aumento non è oggi acquisito: è necessario che la misura venga nuovamente finanziata e prorogata per il 2027.
Chi (e di quanto) potrebbe beneficiare dell’integrazione
L’aumento della soglia non significa che tutti i pensionati con un assegno inferiore a 629 euro avranno automaticamente diritto all’integrazione.
Nel 2026, ad esempio, per un pensionato non coniugato l’integrazione piena è possibile con redditi personali fino a 7.954,05 euro annui, mentre tra questa soglia e 15.908,10 euro l’integrazione può essere totale o parziale. Oltre il secondo limite il beneficio viene meno.
Con l’aumento del trattamento minimo nel 2027 dovrebbero conseguentemente salire anche le soglie reddituali collegate alla misura, ma i valori definitivi dipenderanno dal trattamento minimo effettivamente fissato per il nuovo anno.
Se il minimo passasse da 611,85 a 628,98 euro, l’incremento sarebbe di circa 17,13 euro al mese. Su 13 mensilità significa circa: 17,13 × 13 = 222,69 euro in più all’anno.
Si tratta dell’effetto della sola perequazione sul trattamento minimo, prima di considerare eventuali ulteriori misure decise dalla prossima legge di Bilancio.
Per chi oggi riceve una pensione inferiore al minimo e beneficia dell’integrazione, l’effetto concreto può essere diverso perché la quota integrativa viene ricalcolata sulla base della nuova soglia e della situazione reddituale individuale. L’Inps precisa infatti che l’integrazione è collegata ai redditi e può essere ridotta o cessare quando cambiano le condizioni reddituali.
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