Irene Tinagli: “Con il nuovo regolamento Ue i sindaci potranno limitare gli affitti brevi senza rischiare ricorsi”


Un regolamento per aiutare i sindaci a combattere gli abusi degli affitti brevi. La Commissione europea approverà domani l’Affordable housing act, noto ai media come il piano di azione europeo contro gli affitti brevi. Irene Tinagli è eurodeputata del Pd e Presidente della Commissione speciale sulla crisi degli alloggi del Parlamento Europeo.

Presidente, può spiegarci cosa cambierà per amministratori e proprietari?

Nel nuovo regolamento non c’è nessun tipo di misura prescrittiva in senso stretto. Lo dico a chi come Fratelli d’Italia ha già avuto reazioni scomposte. Non c’è nessuna proibizione, c’è la definizione di alcuni indicatori che possono aiutare gli amministratori ad adottare misure di regolamentazione degli affitti brevi nei casi in cui ci sono degli squilibri. La premessa è che negli ultimi anni, in assenza totale di indicazioni normative e di un’azione chiara da parte dei governi, i sindaci hanno provato ad adottare qualche misura di regolamentazione per proteggere i centri storici delle loro città. Per questo solo fatto spesso sono stati portati in tribunale con l’accusa di aver violato le norme europee sulla concorrenza e sui servizi.

Lei ha parlato di “squilibri” nel mercato degli affitti brevi, rispetto alle case a uso residenziale. Quando si verificano?

Viene valutato l’impatto sull’affordability, sulla convenienza, prendendo come riferimento le dinamiche dei prezzi e l’accessibilità alla casa. Mi spiego: non basta che in un centro ci siano molti appartamenti locati a uso turistico. Se in un paese ci sono molti airbnb ma pochi residenti, non c’è un impatto, non ci sono le condizioni per provvedimenti restrittivi. Anzi, forse in quel caso è un bene che si sviluppi un mercato turistico. Diverso è il caso dei centri storici di molte città in cui un gran numero di appartamenti prima a uso residenziale vengono messi sul mercato degli affitti brevi. In questo caso c’è un aumento dei prezzi delle case per le famiglie, sia perché c’è la concorrenza degli affitti brevi, e sia perché diminuisce il totale delle case disponibili. Sono i sindaci a conoscere meglio di tutti le realtà delle comunità che amministrano. Dove i prezzi delle case schizzano e diventano inaccessibili ai residenti, col regolamento possono adottare misure restrittive senza rischiare di essere trascinati in tribunale. Per la precisione, secondo il regolamento, una zona si definisce a stress abitativo se il costo di una casa equivale ad almeno otto annualità di reddito disponibile. Ci sono poi dei criteri aggiuntivi, per cui questo rapporto è determinato da un aumento nei dieci anni precedenti e si prevede che la pressione abitativa difficilmente si ridurrà nei tre anni successivi.

Tra le misure restrittive e’ prevista anche una stretta al raggio di azione delle grandi piattaforme digitali, come Airbnb?

Non c’è una stretta specifica per le piattaforme, che sono già state oggetto di regolamento nel 2024, con una normativa entrata in vigore a maggio del 2026. Tuttavia ci sono delle connessioni. Questo regolamento rappresenterà un incentivo forte a far rispettare il regolamento sulle piattaforme, ad esempio là dove dice che le piattaforme devono controllare se le case messe in locazione sono regolarmente registrate o se sono invece abusive. Con la nuova normativa i comuni possono obbligare le piattaforme a togliere gli annunci abusivi.

Firenze è forse il caso italiano maggiormente caratterizzato da quello che la Commissione definisce ‘stress abitativo’. E’ un problema che riguarda grandi città e centri turistici, interessati da un rialzo del costo per gli affitti per le famiglie. Qual è la situazione in Italia oggi?

Firenze è un caso emblematico. I dati dell’Agenzia delle entrate sono chiari: poco più di 14mila appartamenti sono dati in affitto a famiglie e lavoratori. Quelli registrati per gli affitti brevi sono 17mila. In questo modo la città si trasforma e ben ha fatto la sindaca Funaro a intervenire. Cosa accade di solito: i proprietari valutano l’opzione del mercato turistico molto vantaggiosa e vendono a investitori che alimentano prezzi alti. Le città si desertificano, i residenti vengono espulsi dal centro urbano, chiudono gli esercizi commerciali, nel tempo calano anche i servizi. I centri delle città si trasformano in una sorta di Disneyland a consumo immediato. E una volta che si è completato il percorso di distruzione del tessuto sociale, non è così semplice riportarcelo, ci potrebbero volere 10-15 anni. C’è il precedente dei centri spopolati per effetto della industrializzazione degli anni ‘60 e ‘70, quando molte famiglie si spostarono nelle città. Ci sono voluti 20 anni per rimediare. Con questo regolamento si dà l’opportunità di aprire una riflessione su come vogliamo che siano le nostre città. Ma anche su come rilanciare il turismo senza che questo confligga col vissuto delle persone che hanno il diritto di rimanere nei luoghi in cui hanno il lavoro, lo studio, in cui vivono i loro familiari.

Come giudica l’operato del governo italiano rispetto al problema rappresentato dalla crescente diffusione degli affitti turistici a discapito di quelli a uso abitativo?

Se ne sono occupati molto poco. Ci sono state alcune misure timide per cercare di disincentivare l’abuso, l’eccessiva diffusione degli affitti brevi. Ma si tratta di misure che non hanno avuto un impatto rilevante. Soprattutto perché non erano studiate per risolvere il problema. Mi spiego: aumentare di poco la tassazione su tutti gli affitti brevi non risolve il problema a Milano, o a Roma, dove i profitti sono talmente alti che i proprietari se ne fregano di 1-2 punti in più di tasse. In compenso il governo ha aumentato le tasse agli affitti turistici in paesi sperduti. Inoltre l’esecutivo non ha ascoltato i sindaci e ha portato davanti alla Consulta le regioni, come la Toscana e l’Emilia, che avevano provato a dare loro qualche strumento. Aggiungo che non ha neppure impedito che gli affitti brevi devastassero le zone turistiche, dove sono scomparsi residence e hotel di fascia medio bassa, e sopravvivono ormai solo quelli di fascia alta. In sintesi, hanno sbagliato a non avere il coraggio di intervenire con una normativa ad hoc, girandosi dall’altra parte mentre i mercati si cannibalizzavano.

Se il centrosinistra fosse al governo, quali misure prenderebbe?

Se fossi al governo in primo luogo smetterei di fare ricorsi contro regioni e città. Poi attuerei una sorta di trasposizione nazionale del regolamento europeo, per dare riferimenti più puntuali di quelli del regolamento, che pur essendo immediatamente esecutivo lascia grandi margini di manovra. A regioni e sindaci servono strumenti per operare in modo chiaro. In terzo luogo, darei la possibilità di assumere personale per fare i controlli. Serve poi un ripensamento complessivo del piano casa. Al momento ha solo una dimensione finanziaria, non urbana. Bisogna bloccare la dismissione di patrimonio pubblico, perché il piano casa promette case popolari, ma intanto dismette quelle che ci sono. Più smantelli il sistema abitativo pubblico, più aumenti la pressione sul mercato privato, che spaventato da utenze più fragili si chiude sempre di più.

Le città stanno cambiando anche per effetto degli investimenti che le società di gestione risparmio, la Sgr legate ai fondi finanziari, stanno portando avanti. Milano è il caso più noto, di una realtà urbana presa d’assalto dalle finanziarie del mattone. Che ora si spostano massicciamente su Roma e altre città. La commissione si occuperà anche di questo problema, e come?

Tra le misure restrittive adottabili, oltre alla limitazione delle case utilizzabili a fine turistico, ci sono restrizioni nell’acquisto o utilizzo di terra o edifici per un uso che non sia come prima residenza. I comuni potrebbero con questo regola porre un freno all’attività speculativa. Il nuovo regolamento agevola un cambio di mentalità che dobbiamo adottare con urgenza. 


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