I fondi di previdenza complementare come strumento per favorire la crescita? Così vorrebbe il ministro Giorgetti, ma i fondi, spiega il presidente della Covip (la Commissione di vigilanza sui fondi pensione), Mario Pepe intervistato da Huffpost, sono generalmente di dimensioni limitate e hanno iscritti non giovanissimi a cui devono garantire prestazioni e anticipi con adeguata liquidità. Come rafforzare la previdenza complementare? Pepe non ha dubbi e invita ad un diverso approccio: lanciare la previdenza complementare dalla nascita, che avrebbe il grande vantaggio del tempo. Piccoli contributi versati per molti anni consentono di accumulare cifre consistenti.
Il Ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti accusa i fondi di previdenza complementare di non investire in Italia. In passato anche il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, aveva fatto analoghe osservazioni. Perché succede questo? I fondi pensione, se investono nell’economia reale, potrebbero aiutare il Paese a crescere?
Non si considera un elemento. L’età media di quelli che sono iscritti ad un fondo pensione in Italia è di 47 anni. Dopo 4-5 anni possono chiedere l’anticipo, e il fondo deve avere risorse disponibili. Se investe nell’economia reale, che ha i suoi tempi di ritorno, il rischio è di non avere le somme necessarie. Quando si fa un investimento di rischio, quando si investe nell’economia reale, si devono prevedere dei tempi, all’inizio probabilmente c’è una perdita, poi magari si può guadagnare molto. C’è bisogno di un capitale paziente che possa contare su un patto di lunga durata.
Vuole dire che i fondi pensione che hanno iscritti non giovanissimi, come sono quelli italiani, devono mantenere in portafoglio molta liquidità per far fronte alle richieste degli iscritti?
Certo, è così. Ho già spiegato in occasione della relazione annuale a giugno scorso, e lo ribadisco. Se fra cinque anni devo pagare 30.000 pensioni, ho bisogno di un capitale liquido. L’investimento nell’economia reale è possibile quando c’è un patto di durata del fondo, insomma, se le giovani generazioni iniziano ad aderire ai fondi pensione. Allora quel capitale può essere investito nell’economia reale.
Come hanno risolto negli altri paesi?
Innanzitutto sono stati creati dei mega fondi, cosa che dovremmo fare anche in Italia. Il mega fondo può nascere anche dalla fusione e dalla collaborazione di più fondi. In Inghilterra, per esempio, hanno preso il 5% di questo mega fondo e lo hanno investito in capitale di rischio nell’economia reale. Nella grande massa critica del mega fondo, quella quota di capitale di rischio si recupera. Si recupera con gli altri investimenti e con il patto di durata. In Inghilterra è andata bene, il fondo che ha investito il 5% nell’economia domestica, quest’anno ha deciso di investire il 10%. Ma la condizione per una decisione di questo tipo è che deve essere un grande fondo e la quota investita nell’economia reale deve essere una percentuale limitata rispetto alla massa. Questo noi in Italia non lo possiamo fare, perché molti fondi sono di piccole dimensioni, anche di sole 300 persone. Questi fondi dovrebbero sparire, dovrebbero fondersi. Se si prende il capitale di quel piccolo fondo e lo si investe nell’economia domestica reale, e poi l’investimento non va bene, il fondo chiude e non paga le prestazioni. Ecco, questo è un tema importante, ma non è il solo.
Quali sono le altre condizioni?
La seconda questione secondo me è che ci vorrebbe un capitale di garanzia. E dopo riprendiamo i soldi? Io avrei qualche idea. Ci sono molte posizioni silenti perché il fondo pensione, per le sue caratteristiche, è molto riservato. Si tratta di posizioni ancora aperte di iscritti molto avanti con gli anni, che magari sono deceduti e neanche i parenti stretti sono a conoscenza dell’iscrizione al fondo. Sto lavorando ad una misura, che potrebbe diventare una proposta di legge, per l’accesso all’anagrafe della Covip e dei fondi di pensione.
Ma perché a suo parere in Italia la previdenza complementare stenta a decollare, soprattutto tra i più giovani che invece ne trarrebbero i maggiori benefici?
È vero, stenta a decollare. Oggi arriviamo a circa 10 milioni di iscritti, che rappresentano poco meno del 40% delle forze di lavoro. Io credo che sia necessario cambiare l’approccio. Mi sono chiesto: ‘E se il welfare del futuro cominciasse dalla nascita?’. Noi siamo abituati a pensare alla previdenza legata al lavoro, di conseguenza la previdenza si porta dietro tutti i problemi del lavoro, la precarietà, il lavoro mal pagato, il lavoro che arriva tardi. E arriva tardi la previdenza. Invece dovremmo pensare non ad un welfare che ripara, ma ad un welfare che prepara, che quando arriva la povertà previdenziale, il bisogno, è già pronto. Da qui la mia proposta di far partire la previdenza complementare dalla nascita di un individuo. Ma non, come pure viene detto, per aumentare le nascite, non è questo lo strumento, ma per preparare il futuro ai nuovi nati. Noi non sappiamo che lavoro farà il neonato, se avrà il lavoro, se avrà un lavoro precario e mal pagato, oppure sarà un alto magistrato. Però diamo subito a questo neonato uno strumento, una leva che utilizza il capitale del neonato, che è il tempo. Il tempo ci consente con piccoli versamenti di creare un grande montante e poi chiaramente dobbiamo trovare dei meccanismi.
Ma non sono già disponibili strumenti di investimento di questo tipo?
Giuliano Cazzola dice che questo tipo di strumento esiste già, ma non è così. Oggi chi è che sottoscrive un fondo per il figlio appena nato? I lavoratori forti, con redditi alti. Ma noi dobbiamo pensare a tutti, ad una previdenza complementare in cui tutta la vita è preparazione del welfare. In questi anni abbiamo cercato di aiutare le nascite con il bonus bebè. Ma questo bonus prende altre strade, non va nell’interesse del bebè. Conosco persone che hanno acquistato la televisione nuova con il bonus bebè. Il bonus è una forma di aiuto alla famiglia, ma non c’è la cultura di pensare al futuro.
In concreto, come si potrebbe realizzare questa sua idea? Come si dovrebbe finanziare il fondo per i nuovi nati?
Abbiamo due problemi. Innanzitutto creare il contenitore, poi vediamo chi dovrà gestirlo. In secondo luogo, il finanziamento. Dovranno essere le famiglie a finanziarlo, ma non sempre esse hanno la possibilità di farlo. Serve l’intervento dello Stato, può essere messo in piedi un meccanismo legato ai consumi, ad esempio una forma di cashback, invece di tanti regali inutili che i supermercati spesso fanno ai clienti. Le banche, ad esempio, hanno iniziato ad utilizzare il cashback. Ecco, quello potrebbe essere l’esempio di un meccanismo per riempire il salvadanaio previdenziale. Immagino il nonno che va a fare la spesa e con quello scontrino ha diritto per esempio ad una piccola restituzione di denaro che può usare per il salvadanaio del nipote. Bastano contributi piccolissimi per avere un montante enorme. I piccoli regali che si fanno ai bambini per il compleanno e le altre feste. Poi le famiglie, i genitori, se hanno la possibilità, possono dare un contributo. In futuro questo fondo potrebbe essere finanziato dallo stesso lavoratore o anche confluire in un altro fondo pensione, ma a quel punto è stato già percorso un bel tratto di strada.
Il mondo politico come ha accolto questa proposta?
La politica sembra più interessata alla gestione nel fondo, si pensa all’Inps che lo dovrebbe gestire. Ma prima creiamo il contenitore, poi lo gestirà chi offrirà le migliori condizioni.
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