A Mosca e a Pechino hanno più di un motivo per brindare alla vittoria dell’Alternative für Deutschland in Sassonia-Anhalt. AfD ha stravinto, e il suo successo colpisce esattamente i due fronti sui quali la Germania, ma in fondo anche l’Europa, si stanno faticosamente risvegliando: la necessità di riorganizzare la difesa europea per ripararsi soprattutto dalla minaccia russa, e quella di ridurre la propria vulnerabilità economica di lungo periodo nei confronti della Cina.
Anche la sinistra rossobruna e sovranista di Sahra Wagenknecht, il BSW, ha superato la soglia di sbarramento del 5 per cento entrando nel parlamento regionale, e da essa potrebbe dipendere l’aritmetica del Land. Due forze antisistema, dunque, una a destra e una a sinistra, escono rafforzate dal voto. La CDU, che governa il Land da oltre vent’anni, ne esce invece travolta.
Negli ultimi due anni molti osservatori avevano guardato alla Germania con un certo sollievo. La reazione alla guerra in Ucraina era parsa incoraggiante su due fronti: la determinazione nel sostenere la resistenza ucraina, rafforzatasi nel passaggio da Scholz a Merz, e il riconoscimento più profondo, incarnato dalla Zeitenwende, la «svolta epocale», che la difesa andava ripensata a fronte del ritorno della guerra in Europa. In un continente lento, diviso e assuefatto alla pace gratuita, il motore economico e industriale dell’Unione sembrava scuoterne il torpore e candidarsi a un ruolo di leadership nella sicurezza europea.
Un’avvisaglia simile è giunta, più di recente, anche sul versante cinese. La Germania ha subito i danni delle politiche commerciali di Pechino forse più di ogni altro paese europeo. Le esportazioni di auto tedesche verso la Cina sono crollate di circa due terzi rispetto ai picchi del 2022, il deficit bilaterale si aggira sui 360 miliardi e più in generale la sovrapproduzione sussidiata che inonda i mercati a prezzi imbattibili ha eroso interi settori. Ufficialmente Berlino ha sempre sostenuto la linea europea. Nei fatti, fino alla scorsa primavera è stata il principale ostacolo al giro di vite sull’overcapacity, timorosa delle ritorsioni su un’industria dell’auto che dipende ancora dalla Cina. Ma qualcosa si è mosso, Merz ha alzato i toni e denunciato in Consiglio europeo un mercato inondato di sussidi. La Commissione lavora a uno strumento contro l’overcapacity e attorno a quei temi comincia a coagularsi un consenso europeo che senza la Germania non può darsi.
Il risultato della Sassonia-Anhalt, e la prospettiva che possa replicarsi in altri Land e poi a livello federale, è un monito sulla fragilità della direzione imboccata da Berlino, e il presagio di una sua possibile inversione.
Sulla Russia, AfD ha una piattaforma che può definirsi vicina al Cremlino. Ha reso chiaro che il sostegno all’Ucraina non è una priorità e, come le altre forze populiste, tratta la spesa per la sicurezza come un’alternativa alla sanità o all’istruzione e non come il loro presupposto. Il BSW, dal canto suo, chiede la fine delle sanzioni alla Russia e il ripristino dei rapporti energetici con Mosca. Sul secondo fronte, la visione del BSW coincide con l’auspicio che Pechino coltiva da anni, che l’Europa si sciolga dall’abbraccio americano e si volga a oriente: non ha risposte alle distorsioni nei rapporti economici e si limita a invocare distensione e cooperazione.
Se i risultati sassoni si propagano negli altri Land e poi a livello federale, gli scenari sono due. Nel migliore, i segnali di consapevolezza vengono semplicemente abortiti. La Zeitenwende si spegne, il riarmo e il focus sulla sicurezza svaniscono, la Germania torna alla sua ostilità alla spesa militare, e ad alimentare il torpore europeo. Sulla Cina si spegne il barlume di unità e riesplodono le divisioni europee, avviluppando definitivamente l’industria del continente nell’abbraccio letale dell’immobilismo brussellese. Nello scenario peggiore, la Zeitenwende prosegue ma cambia spirito e proprietario: una Germania nazionalista e antieuropea che ricostruisce la propria potenza militare non già a difesa del continente ma di un trinceramento dai tratti che riecheggiano epoche buie. Sul versante cinese, è invece lecito aspettarsi un’apertura alimentata dalla prospettiva di benefici commerciali immediati al servizio di politiche di mance e spesa corrente, sacrificando la struttura stessa dell’economia.
La Sassonia-Anhalt è il frammento di una tendenza continentale. In Francia Marine Le Pen guida tutti i sondaggi in vista delle presidenziali, fra il 34 e il 38 per cento al primo turno e in vantaggio in ogni simulazione di ballottaggio. Nel Regno Unito Nigel Farage e la sua Reform sono in testa. In Italia il fenomeno Vannacci intercetta la stessa domanda. Le forze omologhe all’AfD avanzano ovunque.
Ed è qui che emerge il paradosso più profondo. Queste forze si presentano come l’espressione di un ritorno alle vere radici dell’occidente, e nel farlo producono il risultato perseguito dai suoi avversari: la sua disgregazione dall’interno. In nome della nazione, contribuiscono alla strategia di chi ci vuole più deboli, più divisi e più soli.
Mosca, in primis, e Pechino non hanno bisogno di pareggiare la potenza militare o economica dell’Europa per sconfiggerla, e i sabotaggi, la disinformazione e gli altri strumenti della minaccia ibrida sono solo un acceleratore del processo. Ma il terreno decisivo è il tessuto politico e istituzionale dei Paesi dell’occidente, e l’obiettivo ultimo è che essi stessi perdano la fiducia nei suoi principi e nelle istituzioni costruite per difenderli, fino a disgregarli dal di dentro.
La forza dell’Occidente, del resto, non si trova soltanto nella deterrenza della NATO, nel mercato unico o nella sua capacità industriale e tecnologica. Risiede prima ancora in un tessuto politico e culturale: il pluralismo, la tolleranza, la libertà individuale, il rispetto delle minoranze, lo Stato di diritto e la fiducia nella scienza. È precisamente questo tessuto che viene eroso quando tornano centrali forze politiche che concepiscono la nazione in termini identitari, la diversità come una minaccia, il dissenso come un ostacolo e le istituzioni liberali come un vincolo da rimuovere.
La vittoria di AfD non tocca quindi solo Magdeburgo, né solo Berlino. Per Mosca e Pechino il punto segnato ieri è molto più importante di un’elezione regionale tedesca. La partita decisiva con l’Occidente si gioca dentro l’occidente stesso ancor più che sui campi di battaglia o nelle guerre commerciali e, per questa volta, abbiamo incassato un colpo.
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