Buongiorno! Siamo David Carretta, Christian Spillmann e Oliver Grimm, gli autori del Mattinale Europeo.
Tra sei giorni Ursula von der Leyen pronuncerà il suo discorso sullo Stato dell’Unione. Il giorno dopo il premier canadese, Mark Carney, parlerà davanti al Parlamento europeo. Entrambi dovrebbero annunciare la volontà di un riavvicinamento senza precedenti tra Ue e Canada. Nell’analisi del giorno, David si interroga sulla possibilità di formare una coalizione di potenze medie affini per resistere a Donald Trump, Xi Jinping e Vladimir Putin.
Nel nostro briefing ci occupiamo di Ucraina: non c’è ancora accordo tra i ventisette per rinnovare le sanzioni individuali contro la Russia. L’Ue oggi si presenta frammentata al Summit spaziale di Parigi. La Commissione ieri ha presentato le nuove regole sugli appalti pubblici in nome del “Made in Europe”. Teresa Ribera e Dan Jørgensen hanno difeso il piano per gli alloggi a prezzi accessibili. La Corte dei conti ha espresso un giudizio molto duro contro REPowerEU.
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Di David Carretta
L’ambizione dell’Unione europea di diventare una grande potenza che tenga testa agli Stati Uniti e alla Cina è destinata a fallire. Troppe divisioni interne, troppa avversione al rischio, troppi interessi nazionali che frenano l’azione politica comune. Gli europei hanno la forza del loro mercato unico, ma temono di non essere abbastanza forti politicamente, economicamente e militarmente per affrontare da soli le tempeste geopolitiche del 21esimo secolo. La visita del primo ministro canadese, Mark Carney, la prossima settimana al Parlamento europeo e il vertice Ue-Canada che si terrà a fine ottobre offrono all’Ue e ai suoi leader un’opportunità. Iniziare a costruire “un patto con le economie affini per condividere le preferenze industriali, coordinare le politiche commerciali e difendersi insieme dalla coercizione economica”, dicono Daniel Gros e Nathalie Tocci, in un paper per l’Institute for European Policymaking all’Università Bocconi.
“L’indipendenza dell’Europa” potrebbe essere uno dei temi centrali del discorso sullo Stato dell’Unione che Ursula von der Leyen pronuncerà al Parlamento europeo a Strasburgo il 16 settembre. La presidente della Commissione da qualche tempo ha iniziato a utilizzare sempre di più questa espressione. “L’indipendenza dell’Europa” è qualcosa di più della “autonomia strategica aperta” che von der Leyen usava in passato per rispettare la linea dettata dalla Germania. A von der Leyen lo slogan sulla “indipendenza dell’Europa” serve anche a distinguersi da Emmanuel Macron, che ha fatto della “sovranità europea” il cuore della sua politica nell’Ue.
La sua Commissione ha effettivamente iniziato a lavorare per una forma di “indipendenza dell’Europa”. Dalle linee guida sulle fusioni, che dovrebbero facilitare la nascita di campioni europei, al piano di riarmo SAFE, che stabilisce una preferenza per i produttori di armi dell’Ue, il principio si sta generalizzando. L’ultimo esempio è arrivato ieri con le nuove regole sugli appalti pubblici, costruite non solo per escludere le imprese cinesi, ma soprattutto per favorire quelle del vecchio continente, anche se questo comporta costi più alti per gli enti appaltatori. L’Industrial Accelerator Act, che regola i settori considerati strategici, ha segnato la svolta del “Made in Europe”. La tentazione dell’Ue è di “usare il peso del mercato unico per imporre la propria volontà, proteggere le imprese e costruire un’autosufficienza industriale”, spiegano Gros e Tocci in un post sul Substack dell’IEP Bocconi che sarà pubblicato oggi. Ma “il rischio è ottenere un’Europa più isolata e meno competitiva”.
Secondo Gros e Tocci, l’Ue non è in grado di affermarsi come una grande potenza egemone, ma può diventare una “potenza centrale” per costruire una coalizione di paesi affini. “È urgente perché le grandi potenze ragionano sempre più in termini di sfere d’influenza. Per gli altri paesi, il pericolo viene sia dal loro scontro sia dalle intese con cui potrebbero spartirsi il mondo”, spiegano i due ricercatori. A inizio anno era stato il canadese Carney, nel suo discorso al Forum economico mondiale, a indicare la necessità per le medie potenze di resistere alle potenze egemoni. “Ma le coalizioni costruite su singoli dossier sono fragili e nessuno ha incentivi sufficienti a investire in un progetto i cui benefici si distribuiscono fra molti”, avvertono Gros e Tocci. Serve qualcosa di strutturato e “l’Ue può offrire il punto di aggregazione”.
La proposta di Gros e Tocci si chiama CORE: “Compact for Open and Resilient Economies”, Patto per Economie Aperte e Resilienti. Dovrebbe essere un patto promosso dall’Unione europea con Regno Unito, Norvegia, Svizzera, Canada, Giappone, Corea del Sud e Australia. “Insieme, queste economie e l’Unione avrebbero un Pil superiore a quello degli Stati Uniti e una capacità industriale vicina a quella cinese. Basterebbero un vertice a Bruxelles e una dichiarazione politica per avviare la cooperazione, senza nuovi trattati o istituzioni”, scrivono Gros e Tocci.
Al di là delle forme, ciò che conta è la sostanza. Il primo compito di CORE dovrebbe essere di “consultarsi prima di adottare misure commerciali e industriali con effetti rilevanti sugli altri partecipanti”. Il secondo impegno “sarebbe l’assistenza reciproca contro la coercizione economica. L’Ue dispone già di uno strumento anticoercizione che prevede la cooperazione con paesi terzi. CORE trasformerebbe questa possibilità in un impegno politico permanente”, scrivono Gros e Tocci: “Dazi punitivi o restrizioni alle esportazioni contro un membro attiverebbero consultazioni per coordinare la risposta”.
CORE dovrebbe avere anche una componente industriale, spingendo l’Ue a “passare dal ‘made in Europe’ al ‘made with Europe’”. Inseguire le sovvenzioni americane e cinesi o ricostruire intere catene di approvvigionamento all’interno dell’Ue “sarebbe proibitivo”, avvertono Gros e Tocci. Per contro “estendere ai membri del CORE le preferenze negli appalti e nei programmi industriali permetterebbe di condividere risorse complementari: materie prime canadesi e australiane, semiconduttori sudcoreani, biotecnologie svizzere. Per le imprese europee significherebbe anche conservare l’accesso a mercati ricchi”. Il patto CORE potrebbe essere esteso anche a ricerca, spazio e tecnologie aperte, utilizzando le strutture dell’Ue come Horizon Europe.
La proposta di CORE, tuttavia, si scontra con la realtà dell’Ue. Le diverse proposte della Commissione sul “Made in Europe” hanno creato malessere tra i partner più vicini — come Regno Unito o Svizzera — perché sono esclusi dal mercato dell’Ue. Le nuove regole sugli appalti presentate ieri escluderebbero alcuni dei paesi che dovrebbero far parte di CORE. La scelta della Commissione di allinearsi agli Stati Uniti sui dazi sull’acciaio portandoli al 50 per cento ha gravi implicazioni per alcuni paesi affini, che potrebbero decidere a loro volta di chiudere il loro mercato all’Ue.
Più grave è la frattura strategica tra le medie potenze su come affrontare gli stravolgimenti globali. Carney parlerà davanti al Parlamento europeo il giorno dopo il discorso sullo Stato dell’Unione di Ursula von der Leyen. La presidente della Commissione non mancherà di evidenziare la comunanza di vedute. Ma nei fatti la distanza è enorme.
Von der Leyen, con il consenso di gran parte degli Stati membri, a Turnberry ha accettato un accordo sui dazi penalizzante e umiliante per l’Ue. La motivazione ufficiale era preservare una stabilità e una prevedibilità nei rapporti economici transatlantici, che si sono rivelate effimere. Il vero calcolo era di limitare i danni immediati per alcuni settori industriali europei, a partire dall’industria dell’auto tedesca. Nel medio periodo, tuttavia, le imprese europee saranno incoraggiate a investire e delocalizzare negli Stati Uniti, in virtù del “dazio zero” accettato dall’Ue per le esportazioni americane. La Commissione continua a mostrare la sua deferenza all’amministrazione Trump in altri settori, come le regole sul digitale o quelle sulle emissioni di metano.
Che differenza con Carney! Il 21 agosto il premier canadese ha rifiutato l’imposizione di un accordo sui dazi che avrebbe danneggiato il Canada nel medio-lungo periodo, anche a costo di pagare un prezzo immediato. Carney ha scelto di tenere testa a Trump e di resistere alla sua coercizione economica. Ci sarà un’escalation, con rischio calcolato: la rottura delle catene di approvvigionamento del Nord America spingerà le imprese americane a fare pressione su Trump per ripristinare lo status quo ante con il Canada.
Nel progetto CORE immaginato da Gros e Tocci, l’Ue avrebbe dovuto offrire il suo strumento anticoercizione per combattere al fianco del Canada la prepotenza economica del presidente americano. Se l’Ue non è pronta a difendere sé stessa da Trump, difficilmente accetterà di pagare un prezzo per il Canada, il Regno Unito o la Corea del Sud.
La frase
“Non penso che vietando AfD si risolveranno i problemi per i quali i cittadini hanno votato questo partito.”
Friedrich Merz, cancelliere federale della Germania.
Ritardo sul rinnovo delle sanzioni contro la Russia — Gli ambasciatori dell’Unione europea, per la seconda volta dal ritorno dalle vacanze, ieri non sono riusciti a trovare un accordo sul rinnovo delle sanzioni contro gli individui e le entità coinvolti nella guerra della Russia contro l’Ucraina. La Slovacchia è il principale problema. Il governo di Robert Fico si oppone alla proposta di prolungare le sanzioni individuali per un anno invece di sei mesi e chiede di togliere dalla lista nera dell’Ue alcuni oligarchi. Le sanzioni devono essere rinnovate entro il 15 settembre.
Il Tribunale dell’Ue rigetta il ricorso di Orbán contro la European Peace Facility per l’Ucraina — Il Tribunale dell’Unione europea ieri ha respinto il ricorso presentato dall’Ungheria sotto il governo di Viktor Orbán contro la decisione del comitato della European Peace Facility di destinare le entrate straordinarie dagli attivi immobilizzati russi al sostegno dell’esercito ucraino. Secondo i giudici, il Tribunale non ha giurisdizione per esaminare la legittimità della decisione, perché è direttamente collegata alle scelte politiche o strategiche adottate nel contesto della Politica estera e di sicurezza comune.
Il Tribunale ieri ha anche respinto il ricorso dell’oligarca Roman Abramovich contro le sanzioni imposte dall’Ue contro di lui e confermato le misure restrittive adottate nei suoi confronti. I giudici dell’Ue hanno ricordato che Abramovich è il principale azionista di Evraz, società madre di uno dei maggiori gruppi siderurgici e minerari in Russia, e possiede partecipazioni in Norilsk Nickel, uno dei principali produttori di palladio e nichel raffinato. In questo modo, Abramovich garantisce una notevole fonte di entrate per il governo russo, utilizzate per finanziare lo sforzo di guerra in Ucraina.
Summit spaziale, l’Europa dispersa — Snobbato da Merz e Meloni, boicottato dai giganti americani su ordine di Washington, il primo summit internazionale dello spazio organizzato a Parigi il 9 e 10 settembre avrebbe potuto essere un grande buco nero. Ma il contratto firmato da Amazon con Arianespace consacra il lanciatore europeo come concorrente dei razzi di Space X, il gruppo di Elon Musk. Il lanciatore Ariane 6, capace di portare una trentina di satelliti, è stato scelto da Jeff Bezos per dispiegare la sua costellazione Amazon Leo, rivale di Starlink, la costellazione di Musk.
“Bravo a tutti, tanti progetti e viva lo spazio!”, ha detto il presidente Emmanuel Macron salutando l’annuncio di una cinquantina di contratti per un totale di circa 20 miliardi di euro, tra cui quello di Arianespace. Ma le assenze del cancelliere tedesco Friedrich Merz e della presidente del Consiglio italiano Giorgia Meloni offuscano la festa. Le grandi nazioni spaziali europee sono in disaccordo. Parigi e Berlino si oppongono sulla gestione e il finanziamento dei lanciatori europei e sulla visione della sovranità industriale di fronte alle tecnologie americane. Roma si rifiuta di dare carta bianca politica alla leadership che Parigi cerca di imporre sulla governance multilaterale del settore.
Una coalizione dei volenterosi per lo spazio — Il summit spaziale di Parigi è stato preceduto dalla prima edizione del forum europeo dello spazio di difesa, l’8 e 9 settembre. “L’ambiente spaziale è oggi sempre più congestionato, contestato ed esposto a comportamenti irresponsabili, illegali e persino ostili. La padronanza del dominio spaziale è quindi essenziale per garantire la nostra sicurezza, la nostra resilienza e la nostra sovranità”, ha sottolineato la ministra francese delle Forze Armate, Catherine Vautrin. In mancanza di convergenza all’interno dell’Ue, “la riunione ha permesso di radunare nazioni europee volenterose, mobilitate per la preservazione degli interessi spaziali comuni”, ha spiegato la ministra. Resta da sapere se Germania e Italia si saranno unite alla coalizione per la seconda edizione prevista nel 2027.
Di fronte a Starlink, gli operatori europei fanno squadra — Orange, Deutsche Telekom, Vodafone e Telefónica, quattro rivali storici del mercato europeo delle telecomunicazioni, stanno valutando di unire le forze per aggiudicarsi una parte dello spettro satellitare messo a disposizione da Bruxelles. Nel mirino c’è la banda dei 2 GHz, destinata alle comunicazioni dirette tra satelliti e telefoni, senza bisogno di antenne terrestri di rilancio del segnale. Una piccola rivoluzione per gruppi che da trent’anni si danno battaglia sul mercato, ma che scoprono improvvisamente i vantaggi dell’azione collettiva di fronte alla potenza di SpaceX e della sua rete Starlink.
È una corsa contro il tempo: le attuali licenze per questa banda di frequenze scadranno nel maggio 2027. Bruxelles prevede di riservarne una parte a un operatore europeo, mentre un altro terzo dovrebbe essere destinato alla costellazione sovrana IRIS² e l’ultima porzione resterà aperta ai candidati internazionali. Un modo, per l’Unione, di tentare di evitare che il nuovo mercato del «direct-to-device» finisca interamente nelle mani americane.
Starlink è già ampiamente presente in Europa e collabora con diversi operatori, tra cui Deutsche Telekom. Vodafone, dal canto suo, ha stretto una partnership paritaria con la società statunitense AST SpaceMobile. La «sovranità europea» dovrà quindi fare i conti con alleanze già saldamente consolidate con gli Stati Uniti.
Ora resta da trasformare le discussioni in un consorzio e, successivamente, in una candidatura. E soprattutto rispettare i tempi: senza un nuovo quadro normativo adottato entro maggio 2027, le autorizzazioni attuali scadranno.
Raccolta record per Mistral AI — Tre miliardi di euro. Mistral AI ha annunciato martedì una raccolta di capitali record per il settore tech europeo, che in appena un anno ha raddoppiato la sua valutazione, passando da 11,7 a 21,3 miliardi di euro. Si tratta, ha precisato l’azienda, della «più grande raccolta di fondi mai realizzata nel settore tecnologico in Europa» per una società non quotata del continente. A guidare il round è il colosso sudcoreano dei semiconduttori Samsung, insieme in particolare allo Scaleup Europe Fund, lanciato dalla Commissione europea per favorire l’emergere di campioni tecnologici europei e gestito dal fondo svedese EQT. Partecipano all’operazione anche ASML, Nvidia, BlackRock, Bpifrance e a16z. «ASML un anno fa, Samsung oggi: Mistral dimostra la sua capacità di stringere partnership strategiche con i maggiori protagonisti dell’industria per portare l’Europa tra le grandi potenze mondiali dell’IA», ha commentato il presidente Macron in un post su X.
Ma il simbolo europeo resta fragile. Mistral è ancora controllata dai suoi fondatori, mentre gli investitori europei manterrebbero due terzi del capitale e tre quarti dei diritti di voto nel consiglio di amministrazione. Tuttavia, il principale nuovo investitore è ora Samsung, mentre anche Nvidia e diversi fondi statunitensi figurano tra i partner. E soprattutto, i 3 miliardi di euro raccolti restano ben poca cosa rispetto ai 122 miliardi mobilitati da OpenAI lo scorso marzo o ai 65 miliardi di dollari raccolti da Anthropic.
Séjourné presenta un atto “quasi Made in EU” — Gli appalti pubblici rappresentano il 15 per cento della produzione economica europea — dalla costruzione di un’autostrada all’acquisto di materiale per ufficio da parte di un’autorità comunale. La Commissione europea punta a sfruttare questo peso economico per stimolare la domanda di prodotti e servizi europei. Si tratterebbe di introdurre una misura con importanti implicazioni geoeconomiche: l’esclusione delle imprese cinesi dal mercato europeo dei contratti pubblici.
«Voglio essere molto chiaro: una volta adottata questa riforma, non sarà per colpa del commissario europeo se ci saranno autobus BYD a Berlino. Gli acquirenti pubblici hanno piena discrezionalità — incluse le città e le regioni per quanto riguarda le loro strategie di acquisto», ha dichiarato Stéphane Séjourné, vicepresidente della Commissione responsabile della politica industriale.
Il regolamento da lui presentato è relativamente snello — circa 200 pagine — e intende sostituire tre direttive esistenti che insieme superano le mille pagine.
È significativo che un membro della Commissione abbia citato esplicitamente un’azienda come BYD. Il produttore cinese di veicoli elettrici è emblematico della sfida che le autorità locali si trovano ad affrontare quando bandiscono gare per nuovi mezzi di trasporto pubblico: in base alle norme vigenti — non sempre del tutto chiare — il contratto va generalmente all’offerente più economico. Per i beni manifatturieri, quell’offerente è di solito un’impresa cinese.
Questo sta per cambiare. «Riteniamo che rafforzare il mercato unico faccia parte della risposta economica e del cambiamento del modello economico europeo», ha detto Séjourné. La nuova normativa sugli appalti è presentata come «una leva strategica in un momento in cui la Cina, l’India, gli Stati Uniti e tutte le grandi potenze — in particolare — usano questa leva per le loro proprie strategie di politica industriale ed economica».
In concreto, l’articolo 73 del progetto di regolamento consentirebbe di limitare le gare alle imprese dell’Ue e agli Stati firmatari dell’accordo dell’OMC sugli appalti pubblici, oppure che abbiano aperto i propri mercati nazionali alle imprese europee nell’ambito di accordi di libero scambio o altri accordi di partenariato. Le imprese britanniche e americane conserverebbero dunque l’accesso alle gare d’appalto dell’Ue.
Sarà consentito agli acquirenti pubblici di escludere i concorrenti che creano più della metà del loro valore aggiunto al di fuori dell’Ue. Una formula alquanto complessa si applicherà a tutte le procedure, ponderando il prezzo rispetto a vari criteri qualitativi — tutti volti a favorire la creazione di valore sostenibile all’interno dell’Ue. I rischi legati alle infrastrutture critiche, alla cybersicurezza, alle perturbazioni delle catene di approvvigionamento e alle dipendenze strategiche dovrebbero diventare anch’essi criteri per l’aggiudicazione di contratti e concessioni.
Verrà inoltre istituita dalla Commissione una banca dati online di tutte le procedure di appalto pubblico, destinata ad aumentare sia la trasparenza sia l’accessibilità delle gare per le piccole e medie imprese.
Il pacchetto sugli alloggi, semplice strumento a disposizione delle autorità locali — La Commissione ieri ha rigettato le accuse dei partiti anti-europei di voler rimettere in discussione il diritto alla proprietà privata con il pacchetto sugli alloggi a prezzi accessibili. Presentando la proposta, la vicepresidente Teresa Ribera e il commissario Dan Jørgensen hanno spiegato che la misura legislativa — che prevede la possibilità di limitare gli affitti brevi e vietare la vendita di seconde case nelle zone sotto stress abitativo — serve a proteggere le autorità locali da ricorsi davanti ai tribunali sulla base della legislazione dell’Ue.
“Oggi ci troviamo in una situazione in cui le norme e i regolamenti dell’Ue rischiano di impedire agli Stati membri e alle città di agire come desiderano”, ha detto Jørgensen: “Garantiamo agli Stati membri la possibilità di dare priorità alla risoluzione del problema della carenza di alloggi a prezzi accessibili, qualora lo ritengano necessario in aree caratterizzate da forte tensione abitativa. In questo modo, non dovranno temere di essere trascinati in giudizio, ad esempio, da alcune delle grandi piattaforme di affitti a breve termine”, ha aggiunto il commissario. “È necessario che i decisori politici degli Stati membri e delle comunità locali abbiano la facoltà di adottare misure per risolvere questo problema”, ha spiegato Jørgensen.
Ribera ha insistito sull’urgenza della crisi abitativa. “Sappiamo che esistono aree in cui le persone non riescono a lasciare la casa dei genitori prima dei 35 anni, oppure non possono trasferirsi per vivere vicino al luogo di lavoro o non hanno uno stipendio sufficiente per garantirsi una sistemazione abitativa. Parliamo di infermieri, insegnanti, agenti di polizia, camerieri: parliamo di cittadini comuni che non possono contare su un elemento così fondamentale e importante per la loro vita quotidiana”, ha spiegato la vicepresidente della Commissione, assicurando che gli affitti brevi e le seconde case continueranno a esistere.
La Commissione stanzia 115 milioni per Ceuta — Su richiesta delle autorità spagnole, la Commissione ieri ha annunciato lo stanziamento di 114,7 milioni di euro di aiuti d’emergenza per la situazione a Ceuta, dopo che oltre 70 mila migranti hanno attraversato la frontiera alla fine di luglio. “La decisione dimostra ulteriormente la piena solidarietà della Commissione nei confronti della Spagna nell’affrontare questa difficile situazione”, ha detto l’istituzione in un comunicato.
I fondi provengono dal Fondo Asilo, migrazione e integrazione (82,7 milioni di euro) e dallo Strumento di sostegno finanziario per la gestione delle frontiere e la politica dei visti (32 milioni di euro). Queste risorse sosterranno misure volte a potenziare la sorveglianza e la protezione delle frontiere, nonché le infrastrutture di sicurezza (termocamere e tecnologie di osservazione, sistemi di boe galleggianti, droni sottomarini). Una parte dei fondi servirà a creare strutture per lo screening dei migranti e a sostenere il rimpatrio di coloro che permangono illegalmente a Ceuta. Una piccola parte finanzierà la capacità di accoglienza a Ceuta, inclusa quella per i minori non accompagnati.
All’inizio della crisi, la Commissione non aveva espresso pubblicamente la sua solidarietà alla Spagna, insistendo sulla necessità di controllare le frontiere. Anche Frontex, Europol e l’Agenzia dell’Unione europea per l’asilo hanno risposto positivamente alla richiesta di supporto operativo della Spagna, rafforzando l’assistenza per gestire la situazione sul campo.
La Corte dei conti boccia REPowerEU — È un colpo duro alla politica degli annunci di Ursula von der Leyen. In una relazione pubblicata ieri, la Corte dei conti dell’Ue ha espresso un giudizio molto duro nei confronti dell’esecuzione del piano REPowerEU, annunciato nel 2022 per assicurare l’indipendenza energetica dalla Russia. Il piano “procede a stento” e “fatica a dare frutti”. Gli impegni dei 27 Stati membri dell’Ue non hanno raggiunto neanche un quinto dei 300 miliardi di euro di investimenti aggiuntivi necessari per raggiungere gli obiettivi prefissati. Gli auditor dell’Ue hanno lanciato un avvertimento: se non ci saranno cambiamenti, il piano REPowerEU non sarà in grado di concretizzare le ambizioni per cui era nato.
Nel maggio del 2022, presentando REPowerEU, la Commissione aveva messo a disposizione 300 miliardi di euro attraverso il fondo post-pandemia NextGenerationEU. Ma i governi hanno impegnato solo 54,3 miliardi. Secondo la Corte dei Conti, uno scostamento così ampio indica o che il fabbisogno di investimenti è stato stimato in modo errato e gonfiato a dismisura, oppure che non si è capaci di tradurre gli obiettivi in azioni concrete.
Anche la narrazione promossa dalla Commissione sul successo di REPowerEU nel ridurre le importazioni di gas e petrolio russi è messa in discussione. Secondo gli auditor, il calo delle importazioni di energia dalla Russia è riconducibile anche ad altri fattori, come il susseguirsi di inverni miti e consumi più bassi a causa dei rincari energetici. Per la Corte, REPowerEU è servito ben poco ad aumentare la capacità di produzione di energie rinnovabili per accelerare la transizione verso l’energia pulita. La capacità di produzione di energie rinnovabili aggiuntiva creata è trascurabile e molto lontana dall’obiettivo di 103 GW. Quanto alle reti, solo tre misure REPowerEU sono state presentate dagli Stati membri, ma una è stata abbandonata. La conclusione è senza appello: “REPowerEU deve ancora produrre un cambiamento così radicale quanto inizialmente promesso.”
Accade oggi
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Consiglio europeo: il presidente Costa incontra il premier maltese Abela, il premier spagnolo Sánchez e il premier portoghese Montenegro
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Banca centrale europea: conferenza stampa della presidente Lagarde dopo la riunione del Consiglio dei governatori a Berlino
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Commissione: discorso della presidente von der Leyen all’International Space Summit a Parigi
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Commissione: conferenza stampa del vicepresidente Fitto sul pacchetto sulle regioni ultraperiferiche
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Commissione: il commissario Maroš Šefčovič in Repubblica ceca incontra il premier ceco Andrej Babiš
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Commissione: il commissario Dombrovskis partecipa alla Riga Conference 2026; incontra il ministro della Difesa della Lettonia, Raivis Melnis
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Commissione: il commissario Hansen a Mertz in Francia incontra il presidente dei Jeunes Agriculteurs, Jocelyn Dubost
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Commissione: il commissario Maroš Šefčovič a Praga partecipa all’EU Export Day
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Commissione: la commissaria Roswall incontra il direttore generale del WWF, Kirsten Schuijt
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Parlamento europeo: audizione in commissione Affari economici della commissaria Albuquerque
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Parlamento europeo: la presidente Metsola partecipa alla riunione dei presidenti dei parlamenti del G7
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Eurostat: dati sulla protezione temporanea a luglio
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Il Mattinale Europeo è una newsletter di informazione edita da DC NEXUS EUROPE Srl. David Carretta ne è il direttore responsabile. Per sponsorizzazioni o contatti: dcnexuseurope@gmail.com
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