Il suo nome è Genelle Guzman-McMillan, l’ultima persona estratta viva dalle macerie del World Trade Center dopo gli attentati dell’11 settembre 2001. Rimase intrappolata per circa 27 ore, ferita e quasi completamente immobilizzata, mentre sopra di lei New York cercava superstiti. A indicare ai soccorritori che sotto quella montagna di cemento e acciaio c’era ancora una vita fu Trakr, un pastore tedesco arrivato dal Canada con il suo conduttore James Symington.
Il rumore che diventa silenzio
New York, 11 settembre 2001. Sono passate da poco le 8.46 quando un aereo si schianta contro la Torre Nord del World Trade Center. Genelle Guzman-McMillan è al 64° piano. È arrivata a New York dalla natia Trinidad due anni prima e lavora come impiegata temporanea per la Port Authority. Quel lavoro le piace. Quella mattina, però, il suo ufficio diventa improvvisamente un luogo senza più certezze.
Il primo impatto scuote l’edificio. Poi arriva un secondo tremore, che Genelle comprenderà solo dopo essere stato provocato dall’aereo che colpisce la Torre Sud. Lei e una collega, Rosa, decidono di scendere dalle scale. È la scelta che può significare la salvezza.
Scendono. Genelle ha i tacchi alti, i piedi fanno male. Al 13° piano si ferma, si toglie le scarpe. È un gesto piccolo, quotidiano, quasi banale. Poi, alle 10.28, la Torre Nord crolla.
In un istante non esiste più il pavimento. Non esistono più scale, uffici, corridoi. Non esiste più il palazzo.
«È successo tutto con un boato. Tutto stava crollando e mi veniva addosso»., ricorderà anni dopo. È l’inizio di una lotta contro il tempo che nessuno, fuori da quelle macerie, sa ancora di dover combattere.
Là sotto, il mondo scompare
Quando la polvere si deposita, Genelle è viva. Ma è intrappolata. La testa è bloccata tra elementi di cemento. Una gamba è schiacciata. Il corpo è incastrato nella struttura spezzata dell’edificio. Intorno a lei c’è il buio. Sopra, sotto e accanto, tonnellate di detriti.
Il mondo continua a esistere, ma per Genelle è diventato qualcosa che arriva da lontano attraverso i rumori: «Mi sembrava di essere lì per sempre. Pensavo soltanto di stare sognando. Mi dicevo che doveva essere un sogno. Questo non sta succedendo. E non sapevo se qualcuno mi avrebbe trovata. Sono rimasta semplicemente lì».
Poi arrivano i suoni. Voci lontane. Mezzi di soccorso. Radio. Il lavoro febbrile di chi scava: «Sentivo tutto quello che stava succedendo. Sentivo qualcuno chiedere aiuto con una voce molto flebile. Sentivo i camion e le radio che si accendevano».
È forse la parte più crudele dell’attesa: sapere che là fuori ci sono uomini che cercano, ma non sapere se riusciranno mai a trovarti.
Genelle prova a chiamare, ma senza successo: «Ma per qualche ragione non riuscivo a chiamare. Avevo polvere in bocca, nel naso. Ero semplicemente sdraiata lì. Non sapevo cosa fare, cosa dire».
Il dolore, il buio, la paura di morire
Il corpo comincia a diventare un altro nemico: «E il dolore era lancinante, come se dell’acciaio fosse conficcato nel fianco, vicino allo stomaco. Avevo libera soltanto la mano sinistra e cercavo di sistemarmi per alleviare un po’ quel dolore, ma non serviva».
Poi prova a liberare la testa. È incastrata. E in quel momento la paura prende una forma precisa: non essere trovata. Non uscire: «Pensavo: morirò. Sapevo che non sarei uscita. Mi stavo preparando a morire».
Sono parole pronunciate anni dopo, ma restituiscono con una precisione quasi fisica quello che significa essere sepolti vivi: non la paura improvvisa di un secondo, ma la progressiva consapevolezza che il tempo potrebbe essersi fermato per sempre.
In un’intervista alla CNN, Genelle avrebbe ricordato il momento in cui il buio e il silenzio le fecero pensare di essere ormai perduta: «Pensavo che sarei morta. Quando vidi che era diventato buio e nessuno arrivava, e non sentivo più rumori da nessuna parte, pensai: non ce la farò, morirò qui. Mi vedrò morire lentamente qui».
Poi pensa a sua figlia
Quando tutto sembra perduto, Genelle prega. Non è soltanto una preghiera per uscire dalle macerie. È il desiderio di tornare alla vita che aveva lasciato poche ore prima.
Pensa a Kimberly, sua figlia, che allora ha dodici anni: «Sapevo soltanto che volevo vivere perché volevo vedere mia figlia, Kimberly. All’epoca aveva 12 anni. Continuavo a supplicare e a pregare, chiedendo a Dio di mostrarmi un miracolo».
Il miracolo, però, non arriva con un rumore assordante. Arriva quasi in silenzio, con un cane inaspettato.
Trakr arriva da lontano
Mentre Genelle lotta contro il dolore e il buio, dall’altra parte dell’Atlantico settentrionale un uomo ha deciso che non può restare davanti alla televisione.
È James Symington, agente di polizia canadese e conduttore di Trakr, un pastore tedesco addestrato alla ricerca e al soccorso.
Il cane era stato allevato nella Repubblica Ceca ed era entrato nella Halifax Regional Police nel 1995. In sei anni di servizio aveva lavorato nella ricerca di persone scomparse, nel contrasto alla criminalità e nella ricerca di contrabbando. Nel maggio 2001 era stato ritirato anticipatamente dal servizio.
L’11 settembre, però, il passato professionale di Trakr torna improvvisamente a essere presente.
Symington vede in televisione ciò che sta accadendo a New York. Decide di partire. Con un amico, il caporale Joe Hall, percorre in automobile circa 15 ore dalla Nuova Scozia fino a Manhattan. Arrivano nelle prime ore del 12 settembre.
Non hanno davanti una normale area di ricerca: hanno Ground Zero. Una montagna di cemento, acciaio, vetro, polvere e oggetti appartenuti a migliaia di persone. E sotto quella montagna potrebbero esserci ancora esseri umani.
Il cane si ferma
È mattina del 12 settembre. Trakr lavora tra le macerie. Per gli uomini è quasi impossibile capire dove cercare. La struttura è collassata su se stessa. Ogni movimento può provocare un nuovo cedimento. Le squadre avanzano lentamente, scrutano fessure, ascoltano, scavano.
Poi Trakr cambia comportamento. Secondo il racconto del soccorritore Rick Cushman, che lavorava con Symington e il cane, intorno alle 6-7 del mattino Trakr intercetta quello che viene definito un «live hit», un segnale della presenza di una persona viva sotto le macerie. Il cane si irrigidisce e segnala il punto.
Gli uomini iniziano a scavare. A un certo punto qualcuno vede un frammento riflettente di una giacca. Sotto c’è Genelle.
È sepolta sotto una massa instabile di detriti, a quasi nove metri, secondo la ricostruzione riportata nelle fonti dedicate a Trakr. È l’ultima delle persone rimaste vive all’interno delle Torri a essere recuperata.
Il cane non può tirarla fuori. Non può spostare il cemento. Non può parlare. Ma fa quello che il suo addestramento gli ha insegnato a fare: trova una traccia di vita dove gli occhi degli uomini non riescono a vedere nulla.
Una mano nel buio
A questo punto la storia di Trakr e quella di Genelle si incontrano. Dopo ore trascorse sotto le macerie, la donna sente qualcosa. Una voce. Un uomo le prende la mano.
«Ti ho presa. Mi chiamo Paul»., ricorderà Genelle. Lei stringe quella mano: «Mi teneva la mano e io tenevo la sua. Mi parlava, mi diceva: “Andrà tutto bene. Non ti lascerò andare”».
Per Genelle quel momento è la certezza che qualcuno l’ha finalmente trovata.
Il soccorso, però, è ancora lungo. Gli uomini devono rimuovere cemento e acciaio senza provocare un nuovo crollo. Lei è ferita gravemente: la gamba destra è schiacciata, il volto è ustionato, la testa è gonfia. Trascorrerà più di un mese in ospedale e i medici arriveranno a considerare l’amputazione della gamba, che verrà invece salvata dopo un’ulteriore operazione.
Dopo circa 27 ore dall’inizio della sua prigionia, Genelle torna alla luce. È viva.
«Il momento più gioioso»
Anni dopo, ripensando a Trakr, Genelle non parlerà soltanto di un cane capace di fiutare una persona sotto una montagna di detriti.
Parlerà di quello che quel cane ha significato in quell’istante: «È straordinario che i cani possano avere questa capacità, trovare persone sepolte sotto le macerie. Ho sentito una vita completamente rinnovata dentro di me… È stato il momento più gioioso».
È una frase che contiene tutto: il terrore delle ore precedenti e la brusca inversione di quella storia. Prima il buio. Poi una voce. Poi una mano. E, prima ancora, il naso di un cane che dice agli uomini: qui sotto c’è ancora qualcuno.
Il dopo non cancella l’11 settembre
La salvezza non significa che tutto sia finito. Genelle porta con sé le conseguenze fisiche e psicologiche di quelle ore. La sua vita cambia. Il dolore resta. Resta anche il ricordo delle persone che non sono uscite dalle Torri.
A un certo punto, in ospedale, fa una promessa al suo compagno Roger McMillan: «Tesoro, quando uscirò da qui, andiamo al municipio e sposiamoci».
Si sposano il 7 novembre 2001. Anni dopo Genelle racconterà di aver ricevuto un dono: «Mi è stata data una nuova vita».
E continuerà a interrogarsi anche su quel soccorritore chiamato Paul, l’uomo che dice di averle stretto la mano nel buio e che lei non è mai riuscita a identificare con certezza. «Non sono mai riuscita a trovare Paul – , ha raccontato –. Così somo giunta alla conclusione che Paul era veramente il mio angelo».
E Trakr?
Dopo Ground Zero, il cane torna in Canada con il suo conduttore. Il 14 settembre, però, cede: l’inalazione di fumo e sostanze chimiche, le ustioni e la stanchezza lo costringono a ricevere cure e fluidi per via endovenosa. Il giorno successivo viene rimesso in pensione.
Trakr morirà nell’aprile del 2009, dopo avere affrontato negli ultimi anni anche una grave malattia neurologica.
La sua storia, però, è rimasta legata per sempre a quella di Genelle.
Nel 2005 James Symington e Trakr ricevettero l’«Extraordinary Service to Humanity Award» per il loro lavoro. Nel 2008, dopo un concorso, il cane venne scelto per un progetto di clonazione e furono prodotti cinque cuccioli.
Ma nessuna celebrazione, nessun premio e nessuna fotografia può raccontare davvero ciò che accadde in quelle ore. Per farlo bisogna tornare lì. A quel 13° piano trasformato in una trappola. A una donna con la testa incastrata, una gamba schiacciata e la polvere che le riempie bocca e naso. Al rumore dei camion che arriva da lontano. Alle radio dei soccorritori. Al silenzio improvviso. Alla paura di morire senza che nessuno sappia dove si è. E poi a un cane che cammina sopra una città diventata maceria, annusa ciò che gli uomini non possono vedere e si ferma.
Il 12 settembre 2001, il fiuto di Trakr ha trasformato quella certezza invisibile in una possibilità concreta. E quella possibilità aveva un nome: Genelle Guzman-McMillan.
Ventisette ore dopo il crollo, Genelle uscì dalle macerie. Fu l’ultima persona estratta viva dal World Trade Center. E, tra migliaia di soccorritori, il primo segnale decisivo arrivò da quattro zampe tornato dalla pensione per il suo ultimo gesto eroico.
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