E’ stato presentato oggi a Bruxelles da Concord Europe con un evento di lancio, organizzato in collaborazione con il European Think Tanks Group (ETTG) — il rapporto AidWatch 2026 che ancora una volta offre una valutazione impietosa dello stato dell’aiuto pubblico allo sviluppo (APS) europeo nel 2025. Il quadro che emerge è quello di un sistema in contrazione, sempre più lontano dagli impegni assunti, e sempre più distorto da voci di spesa che gonfiano i numeri senza portare reali benefici ai Paesi del Sud del mondo.
Il crollo dei numeri: -11,4% in termini reali
Tra il 2024 e il 2025, l’APS totale dell’Unione Europea è diminuito dell’11,4% in termini reali. È la terza diminuzione consecutiva dal picco del 2022, che aveva inglobato costi straordinari legati all’accoglienza dei rifugiati ucraini. Il rapporto APS/RNL degli Stati membri è sceso dallo 0,47% del 2024 allo 0,42% del 2025 — il livello più basso dal 2018. A trascinare verso il basso i numeri sono stati soprattutto i tagli degli Stati membri, ma nel 2025 è venuto meno anche il tradizionale effetto compensativo delle Istituzioni UE: l’APS della Commissione europea è crollato del 13,8%, il calo più brusco nell’arco di un decennio.
Solo tre Paesi hanno rispettato l’obiettivo internazionale dello 0,7% del RNL: Lussemburgo, Svezia e Danimarca. La maggior parte degli Stati membri si è fermata ben al di sotto dello 0,3%. Cecchia, Bulgaria, Grecia, Slovacchia, Ungheria e Romania sono addirittura sotto lo 0,15%. Solo sei Paesi hanno aumentato il loro rapporto APS/RNL rispetto al 2024: Danimarca, Ungheria, Italia, Lussemburgo, Spagna e Svezia.
Il paradosso è politicamente stridente: l’Unione Europea eroga ancora il 47% dell’APS globale, ma non può credibilmente rivendicare una posizione di leadership sullo sviluppo sostenibile mentre taglia sistematicamente i propri impegni.
L’APS gonfiato: un euro su cinque non arriva ai Paesi del Sud
Uno degli contributi più importanti del rapporto AidWatch è l’analisi di quello che Concord chiama “APS gonfiato” — ovvero fondi contabilizzati come aiuto pubblico allo sviluppo che in realtà non raggiungono i Paesi del Sud del mondo o non hanno un chiaro obiettivo di sviluppo. Nel 2025, l’APS gonfiato degli Stati membri ha raggiunto 16,5 miliardi di euro, pari al 22% del totale. In altre parole, più di uno su cinque euro contabilizzati come aiuto non ha contribuito alla riduzione della povertà o delle disuguaglianze nei Paesi beneficiari. Un dato che riduce il valore reale dell’APS europeo in modo significativo.
Le principali voci che gonfiano i numeri sono cinque. I costi dei rifugiati nei Paesi donatori restano la voce più grande: pur calando del 22,6% rispetto al 2024, ammontano ancora a 10,3 miliardi di euro, ben al di sopra dei livelli pre-Ucraina. Significa che quasi un euro su sette dichiarato come APS dagli Stati membri viene in realtà speso per i rifugiati sul territorio europeo, non nei Paesi in via di sviluppo. I costi imputati degli studenti stranieri — spese universitarie sostenute nei Paesi donatori per studenti provenienti da Paesi del Sud — rappresentano circa il 3,9% del totale; la Germania da sola ne dichiara il 65%, arrivando ad includere i costi degli studenti cinesi nelle università tedesche, con cui Berlino non ha nemmeno un programma di cooperazione bilaterale. Crescono poi gli strumenti del settore privato, saliti da 1 miliardo nel 2023 a 1,4 miliardi nel 2025, che per loro natura non sono concessionali e risultano dunque disallineati rispetto alla funzione dell’APS. Seguono l’alleggerimento del debito — che può aumentare i numeri senza trasferire nuove risorse reali — e i prestiti contabilizzati in modo che sovrastima l’effettivo sforzo del donatore.
APS come strumento geopolitico
Il rapporto denuncia una tendenza sempre più esplicita: l’uso dell’APS per perseguire obiettivi strategici europei — gestione della migrazione, sicurezza economica, influenza geopolitica, mobilizzazione degli investimenti privati — a scapito degli obiettivi originari di riduzione della povertà e delle disuguaglianze.
Questa tendenza, nota come “win-win approach” nella retorica ufficiale, rischia concretamente di spostare il potere decisionale lontano dalle priorità dei Paesi beneficiari e di ridurre la capacità dell’APS di rispondere ai bisogni reali. A questo si aggiunge un fenomeno di concentrazione geografica già segnalato in precedenti rapporti: nel 2025 le Istituzioni UE hanno erogato il 65,2% in più all’Ucraina rispetto al 2024, con un effetto di spiazzamento nei confronti dei Paesi meno sviluppati e dei contesti di fragilità e conflitto.
Le buone pratiche
Il rapporto dedica spazio a tre esempi positivi. Il Lussemburgo si distingue per un APS quasi completamente privo di componenti gonfiate e con un forte orientamento alla riduzione della povertà. La Svezia ha introdotto un tetto massimo ai costi dei rifugiati contabilizzabili come APS — un meccanismo che altri Paesi potrebbero replicare. Il Belgio aveva adottato un approccio rigoroso e basato su principi, ma la sua posizione è ora “sotto minaccia” a causa dei tagli annunciati e dei cambiamenti di governo.
Le raccomandazioni di Concord
Il rapporto si chiude con quattro categorie di raccomandazioni agli Stati membri e alle Istituzioni UE: mantenere la funzione centrale e la concessionalità dell’APS, con priorità ai grant per i Paesi meno sviluppati e i contesti fragili; misurare e rendicontare l’APS in funzione della riduzione della povertà e delle disuguaglianze, adottando target vincolanti; introdurre tetti o massimali alle voci che gonfiano i bilanci APS, come già fatto dalla Svezia per i costi dei rifugiati; ancorare l’APS alle priorità dei Paesi del Sud, rafforzando la governance democratica e spostando il potere decisionale verso le Nazioni Unite.
La situazione italiana: stabilità di facciata, questioni aperte
Il rapporto dedica una scheda paese all’Italia, sintetizzata da Concord Italia sotto il titolo eloquente: “Resistere nei tempi difficili: la sfida è trasformare la resilienza in slancio”. Il dato positivo è che l’APS italiano è rimasto sostanzialmente stabile allo 0,30% del RNL nel 2025 — tra i sei Paesi europei che hanno registrato un aumento — e che l’Italia figura tra i Paesi che hanno incrementato il proprio rapporto APS/RNL. Ma lo 0,30% resta ben al di sotto dell’obiettivo internazionale dello 0,7%, e la stabilità nasconde alcune tensioni strutturali che la peer review OCSE 2026 ha messo in chiara evidenza.
Sul piano istituzionale, la cooperazione italiana è in una fase di transizione significativa. Il Piano Mattei per l’Africa ha aumentato la visibilità politica della cooperazione, ma pone domande aperte su coerenza delle politiche, trasparenza e titolarità dei Paesi partner. CONCORD Italia raccomanda esplicitamente che il Piano Mattei sia integrato nell’architettura complessiva della cooperazione italiana — evitando meccanismi paralleli o priorità separate — e che tutti gli strumenti siano trasparenti, responsabili e allineati ai principi di efficacia dello sviluppo concordati a livello internazionale.
Sul fronte della società civile, le relazioni con le istituzioni della cooperazione restano attive e strutturate, e le nuove procedure di accesso ai fondi da parte delle OSC rappresentano un passo avanti su temi come la localizzazione. Tuttavia, alcune aree rimangono preoccupanti: le organizzazioni che lavorano su migrazione e operazioni di ricerca e soccorso continuano a incontrare vincoli politici e operativi, segnalando la necessità di tutelare uno spazio civico più ampio e coerente.
Le raccomandazioni specifiche per l’Italia includono: sviluppare un piano d’azione per attuare le raccomandazioni della peer review OCSE 2026; adottare una tabella di marcia credibile e vincolante verso lo 0,7% del RNL; garantire che il Piano Mattei sia pienamente integrato nell’architettura della cooperazione italiana; consolidare le partnership con la società civile attraverso l’effettiva implementazione delle nuove procedure di finanziamento.
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