Si sente spesso parlare di rischio per le pensioni, con il sistema che potrebbe non reggere a causa di una serie di fattori, come l’invecchiamento della popolazione e la difficoltà a trovare, al tempo stesso, un numero adeguato di lavoratori che contribuiscano a finanziarlo.
Ricordiamo infatti che, trattandosi di un meccanismo a ripartizione, l’equilibrio dipende in buona parte dal rapporto tra lavoratori, che finanziano le pensioni con i contributi versati, e pensionati. Più questo rapporto è favorevole ai lavoratori, più è semplice sostenere il sistema; in caso contrario, invece, aumentano le difficoltà.
È quindi evidente che misure che tendono a mandare le persone prima in pensione possono aumentare la pressione sui conti, specialmente nel caso in cui non ci sia un ricambio generazionale con altrettanti lavoratori che entrano. E anzi, anche così non è detto che le entrate contributive restino le stesse: dal momento che un lavoratore a inizio carriera guadagna generalmente meno di uno in uscita, il rischio è che anche un ricambio di uno a uno possa penalizzare il sistema.
Ebbene, l’Italia questi problemi li ha tutti. Basti pensare a un mercato del lavoro dove la crescita dei salari è contenuta e trovare un’occupazione stabile è complicato, in un Paese dove si invecchia sempre di più e si fanno meno figli. E dove, al netto di un’età pensionabile tra le più alte d’Europa, persistono misure di flessibilità che facilitano l’accesso alla pensione.
Ma questa situazione quanto mette a rischio le pensioni in Italia? La domanda che molti giovani si fanno riguarda la possibilità di non andare mai in pensione, qualora il sistema non reggesse. A questa preoccupazione se ne aggiunge un’altra: anche riuscendo a lasciare il lavoro, ci saranno le condizioni per vivere bene con quanto si percepisce?
È soprattutto per inquadrare quest’ultimo aspetto che può essere utile il Global Retirement Index 2025 di Natixis Investment Managers, un rapporto che confronta i Paesi considerando le condizioni economiche, sanitarie e sociali che favoriscono una vecchiaia sicura.
Quali sono i Paesi più sicuri per la pensione
Non solo Italia: il Global Retirement Index 2025 offre una panoramica su 44 Paesi, valutati attraverso 18 indicatori suddivisi in quattro aree: salute, finanze, benessere materiale e qualità della vita.
Per capire a cosa serve la classifica bisogna quindi guardare oltre l’assegno pensionistico. Avere una pensione rappresenta il punto di partenza, ma la sicurezza nella vecchiaia dipende anche da altri fattori, come dalla possibilità di accedere alle cure, dal potere d’acquisto dei propri risparmi e dalle condizioni dell’ambiente in cui si vive. Per questo il rapporto prende in considerazione aspetti come la spesa sanitaria e l’aspettativa di vita, ma anche l’inflazione, il debito pubblico, il reddito pro capite e le disuguaglianze.
Più il punteggio è alto, più risultano favorevoli le condizioni complessive considerate dall’indice. Essere in fondo alla classifica, invece, segnala maggiori fragilità in queste aree, senza significare automaticamente che il sistema previdenziale sia vicino al collasso.
Nel dettaglio, al primo posto troviamo la Norvegia, con un punteggio complessivo dell’83%. Seguono l’Irlanda, seconda con l’82%, e la Svizzera, terza con l’81%.
Ai piedi del podio troviamo l’Islanda, seguita da Danimarca e Paesi Bassi, tutti con un punteggio arrotondato al 79%. Completano le prime dieci posizioni l’Australia, settima con il 77%, la Germania, ottava con il 76%, il Lussemburgo e la Slovenia, rispettivamente nona e decima con il 75%.
La Norvegia torna quindi in testa, superando la Svizzera, che occupava il primo posto nell’edizione precedente. A favorire il risultato sono soprattutto il benessere materiale, ambito nel quale il Paese è primo, la qualità della vita, dove è secondo, e la salute, dove si colloca al quarto posto. L’Irlanda, invece, si distingue per il primo posto nell’area delle finanze e il secondo nella salute.
Tra le grandi economie sviluppate, la Germania è l’unica a entrare nelle prime dieci posizioni. Più indietro troviamo il Regno Unito, quattordicesimo, il Canada, ventesimo, e gli Stati Uniti, ventunesimi. La Francia si ferma al ventisettesimo posto, mentre l’Italia è ventinovesima, con un punteggio del 64%.
Nel dettaglio, ecco la classifica completa, con il punteggio complessivo ottenuto da ciascun Paese:
- Norvegia: 83%
- Irlanda: 82%
- Svizzera: 81%
- Islanda: 79%
- Danimarca: 79%
- Paesi Bassi: 79%
- Australia: 77%
- Germania: 76%
- Lussemburgo: 75%
- Slovenia: 75%
- Repubblica Ceca: 74%
- Nuova Zelanda: 73%
- Singapore: 73%
- Regno Unito: 72%
- Austria: 72%
- Israele: 72%
- Belgio: 71%
- Svezia: 71%
- Malta: 70%
- Canada: 70%
- Stati Uniti: 70%
- Corea del Sud: 69%
- Finlandia: 66%
- Slovacchia: 66%
- Cipro: 66%
- Giappone: 66%
- Francia: 65%
- Polonia: 65%
- Italia: 64%
- Lituania: 63%
- Portogallo: 63%
- Estonia: 61%
- Ungheria: 61%
- Lettonia: 59%
- Messico: 54%
- Russia: 53%
- Cile: 52%
- Grecia: 51%
- Spagna: 48%
- Brasile: 48%
- Cina: 45%
- Turchia: 42%
- Colombia: 33%
- India: 8%
La posizione dell’Italia
Come visto sopra, l’Italia si colloca al 29° posto su 44 Paesi, con un punteggio complessivo del 64%. Guadagna quindi due posizioni rispetto all’edizione precedente, quando era trentunesima, ma il punteggio resta invariato: la risalita in classifica non corrisponde a un miglioramento della valutazione complessiva.
Il risultato italiano presenta differenze significative tra le aree considerate. Le posizioni migliori riguardano la salute, dove siamo ventiduesimi, e la qualità della vita, dove occupiamo il ventiquattresimo posto. Nel benessere materiale, invece, l’Italia sale di cinque posizioni e raggiunge il ventisettesimo posto, beneficiando soprattutto del miglioramento dell’indicatore relativo alla disoccupazione.
Il punto più debole resta però quello delle finanze, dove il nostro Paese è quarantesimo per il terzo anno consecutivo: a pesare sono soprattutto la pressione fiscale, il debito pubblico e il rapporto tra popolazione anziana e popolazione in età lavorativa, tre indicatori in cui l’Italia si colloca rispettivamente al quarantaduesimo, quarantunesimo e quarantunesimo posto, tra gli ultimi Paesi analizzati.
È qui che ritroviamo alcune delle difficoltà richiamate all’inizio: una popolazione che invecchia aumenta le esigenze di spesa, mentre un debito pubblico elevato limita gli spazi per intervenire.
Questo significa che i giovani italiani rischiano di non ricevere la pensione? La classifica non permette di arrivare a questa conclusione. Segnala però che l’Italia presenta fragilità economiche e demografiche che rendono più difficile garantire sicurezza nella vecchiaia. La sfida riguarda quindi sia le risorse per sostenere il sistema sia le condizioni necessarie affinché la pensione permetta di vivere in modo adeguato.
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