dal mare alla scienza, fino ai grandi modelli di ArteScienza


Tutto parte da disegni di animali che Maurizio Wurtz faceva quando era ancora molto piccolo, ancora prima di frequentare le elementari. Poi la grande passione per il mare che lo ha sempre accompagnato e che lo vedeva trascorrere giornate intere sulla spiaggia a Genova Voltri, quindi la ricerca scientifica nata dalle sue passioni e infine la capacità di trasformare ciò che aveva studiato in immagini e grandi modelli tridimensionali. 

Il percorso di Maurizio Wurtz è quello di un ricercatore che ha attraversato mondi diversi senza mai considerarli separati: la biologia marina, la museologia, l’illustrazione scientifica, la divulgazione e l’arte. Un’esperienza che lo porterà questa sera, 25 settembre, anche alla Spezia nell’ambito della Notte Europea dei Ricercatori e dell’appuntamento “Un sorso di Scienza” al PIN.

La storia, racconta, comincia molto prima dell’università. Da bambino era affascinato dalla natura e soprattutto dagli animali, i libri in casa erano pochi, ma bastavano per alimentare una curiosità che trovava espressione nel disegno.
“Sono stato da sempre affascinato dal mare, dalla natura, probabilmente come tutti i bambini. L’unica cosa che avevo, diciamo, di diverso è che disegnavo tutti gli animali che a malapena riuscivo a trovare nei pochi libri che giravano in casa. Poi mia cugina mi cedette una scatola di pongo che le avevano regalato e ho cominciato a fare modellini di animali quasi in modo automatico. E mi è rimasta ancora, dopo quasi 75 anni, una piccolissima zebra: non so neanche come facessi a realizzarla con le dita di un bambino”.

Il mare arriva poco dopo e diventa un ulteriore elemento fondante della sua formazione. A Voltri, dove la madre gestiva un chiosco sulla spiaggia, Wurtz trascorre gran parte delle stagioni dell’infanzia e dell’adolescenza. Quella frequentazione quotidiana dell’ambiente marino finisce per orientare anche la sua scelta universitaria: biologia marina.
“Fino ai 18 anni vivevo il mare quasi 365 giorni all’anno. In seguito come giovane studente di biologia mi sono indirizzato alla biologia marina. Inizialmente avevo chiesto una tesi sui cetacei, ma a quel tempo erano qualcosa di poco conosciuto. Venni indirizzato verso lo studio delle catene alimentari, sono arrivato a conoscere molto bene la fauna del Mediterraneo, sia quella delle acque costiere sia quella degli ambienti più profondi. Questo studio complessivo mi ha fatto capire le interazioni tra le specie e quindi la complessità dell’ambiente marino”.

La successiva esperienza al Museo Oceanografico di Monaco rappresenta una svolta. Wurtz viene chiamato come conservatore scientifico dal professor François Doumenge, allora direttore del museo, e assume anche la responsabilità del comparto museale. Accanto a lui opera Nadia Ounaïs, giovane ricercatrice impegnata nella gestione dell’acquario, che negli anni avrebbe ricoperto diversi incarichi di responsabilità all’interno dell’istituzione.
È proprio a Monaco che Wurtz amplia ulteriormente il proprio campo di lavoro, entrando in contatto con la museologia, la museografia, la storia della scienza e la valorizzazione delle collezioni. L’ambiente internazionale del museo gli permette inoltre di confrontarsi con studiosi e ricercatori provenienti da diversi Paesi e di sviluppare nuove competenze. È anche il periodo della collaborazione con Andrew Packard, teutologo specializzato in cefalopodi, che considera uno dei suoi maestri nell’approccio alla ricerca.

Il ritorno all’università coincide con una fase di grande trasformazione, nella quale Wurtz non si limita a proseguire la propria attività di ricerca, ma contribuisce anche all’attivazione di nuovi insegnamenti capaci di ampliare l’offerta formativa e di attirare l’interesse degli studenti. Tra questi ci sono corsi dedicati ai cetacei e alla museografia, materia della quale gli viene affidato anche l’insegnamento. È un passaggio importante, perché segna l’ampliamento dei suoi interessi e lo porta ad aprirsi a forme di ricerca sempre più complesse e interdisciplinari, con uno sguardo progressivamente rivolto all’ecosistema nel suo complesso.
Negli ultimi anni della sua attività arriva anche l’incarico dell’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura, per la realizzazione di tre libri e il coordinamento editoriale di un ampio lavoro sul Mediterraneo, sull’ambiente pelagico e sulle strutture profonde che ne condizionano la vita, dai canyon sottomarini alle montagne sommerse.

È proprio in questo intreccio tra ricerca e rappresentazione che emerge un’altra caratteristica del suo percorso: il disegno scientifico. Per Wurtz non si tratta di un’attività parallela alla scienza, ma di uno strumento che può diventare parte integrante della ricerca. “Gran parte delle mie pubblicazioni sono accompagnate da illustrazioni scientifiche, alcune volte disegnare o fare un’illustrazione per spiegare alcuni concetti o risultati è fondamentale. Nella sistematica, per esempio, se non disegni alcune parti che hanno valore tassonomico diventa complicato descriverle; se le disegni, invece, si capiscono subito e diventano utili per l’identificazione. È sempre stato presente questo aspetto, perché la natura si studia anche osservandola e riproducendola”.

Da qui nasce anche la sua riflessione sul rapporto tra scienziato e artista. Due attività che, nella sua lettura, condividono curiosità, capacità di osservazione e inventiva. La citazione che richiama, attribuendola a Paul Klee, diventa quasi una sintesi del suo modo di intendere la ricerca: l’arte non si limita a riprodurre ciò che vediamo, ma può renderlo visibile in un’altra forma. E lo stesso può accadere con la scienza, quando riesce a interpretare i fenomeni e a restituirne la complessità attraverso strumenti comprensibili.
Il passaggio decisivo arriva con il lavoro museale e con la richiesta di realizzare modelli tridimensionali sempre più grandi. Le esposizioni diventano così un laboratorio nel quale la ricerca incontra materiali, tecniche costruttive e capacità manuali. Le richieste aumentano e, progressivamente, arrivano anche da musei internazionali.

Uno degli episodi che racconta più volentieri riguarda un capodoglio in grandezza naturale. Prima del 2000 gli viene chiesto di realizzarne uno lungo 15 metri da appendere al soffitto del Museo Oceanografico di Monaco. Il progetto richiede mesi di lavoro e l’impiego di tecnici e maestranze specializzati nella lavorazione delle resine. Vent’anni più tardi il museo rinnova le esposizioni e quel grande modello trova una nuova destinazione in Cina. “Non si deve pensare che sono io lì da solo a fare i modelli, soprattutto se hanno quelle dimensioni. C’è bisogno di uno spazio tipo un cantiere navale, perché è come fare uno scafo di 15 metri. Per quel capodoglio abbiamo lavorato cinque mesi, dalla progettazione alla finitura e poi all’installazione nel museo. È stato lì che ho imparato moltissimo anche dal punto di vista delle tecnologie e delle tecniche di lavorazione”.
Nel 2001 nasce ArteScienza, la società attraverso la quale questo lavoro prende una struttura più stabile e organizzata. Wurtz prosegue l’attività insieme alla moglie e, negli anni successivi, al figlio. Lui realizza i modelli, il figlio produce anche documentari naturalistici e contribuisce alla raccolta della documentazione necessaria, mentre la moglie, con una definizione che conserva tutta la sua ironia, diventa il “problem solver” della famiglia.

Da quel momento i modelli diventano una parte importante della sua attività e arrivano richieste da diversi Paesi. I cetacei rappresentano una delle specializzazioni più forti, anche per la difficoltà tecnica di riprodurre animali di dimensioni enormi. Come nel caso del lavoro svolto per il museo di Shanghai, con una trentina di modelli a dimensione reale, dal più piccolo di 2 metri, fino al più grande, una balenottera azzurra di 24 metri. Ma per Wurtz il senso di questo percorso non si esaurisce nella realizzazione di modelli spettacolari. La parte più importante resta la capacità di restituire al pubblico la complessità dell’ambiente marino e, soprattutto, ciò che ancora non conosciamo.

Questa sera in occasione della Notte Europea delle Ricercatrici e dei Ricercatori “Un sorso di scienza” al PIN, nel suo intervento, il mare sarà proprio il punto di partenza. Wurtz vuole affrontare il tema della profondità del mare non soltanto in senso fisico, ma come misura di ciò che ancora ignoriamo. “Il tema sarà quanto è profondo il mare, nel senso di quanto non conosciamo di questo ambiente. Cercherò di spiegare al pubblico con le parole più semplici possibili la complessità dell’ambiente marino e quanto questo ambiente, tutto sommato, sia dimenticato. Parliamo di blue economy, di compagnie di navigazione, di industria, di nautica, di sport nautici, ma l’ambiente marino, quello che ci offre come protezione e come elemento di mitigazione di quella che oggi chiamiamo crisi climatica, viene ancora troppo spesso dimenticato. Se mettiamo sulla bilancia economia ed ecologia, vince sempre l’economia”.

Da qui nasce anche una delle riflessioni più forti di Wurtz sulla ricerca contemporanea: la necessità di superare una specializzazione eccessivamente frammentata. Secondo il biologo marino, servono studiosi capaci di mettere insieme fenomeni e competenze differenti, comprendendo le relazioni tra correnti, fondali, specie e processi biologici, anziché osservare ogni elemento come un compartimento separato.
Il ragionamento diventa poi una critica più ampia al modo in cui vengono costruiti i percorsi formativi. Wurtz sostiene che la specializzazione, quando diventa esclusivamente settoriale, rischia di produrre tecnici molto competenti nella propria materia ma meno abituati a comprendere il sistema complessivo nel quale quella competenza deve essere applicata. Nella sua analisi, il problema non riguarda i giovani, ma il modo in cui gli adulti e le istituzioni hanno costruito i percorsi che li accompagnano.

Ed è proprio ai giovani che affida il messaggio finale. La lunga esperienza universitaria, iniziata quando aveva 24 anni e proseguita per decenni, gli ha permesso di lavorare a stretto contatto con generazioni successive di studenti. Dice di continuare a sentirsi giovane anche grazie a questo confronto costante e guarda con fiducia alle capacità delle nuove generazioni. “Il problema dei giovani siamo noi, non sono loro. Loro ce la mettono tutta, lo vediamo. I cervelli in fuga hanno quasi tutti dei grandissimi risultati all’estero, siamo noi che abbiamo cambiato la struttura formativa e il percorso formativo, che avrebbe dovuto tendere ad ampliare la loro mente e non a restringerla. Questa sensibilità loro ce l’hanno e ce la chiedono tutti i giorni, siamo noi che non rispondiamo. Quindi il messaggio sarebbe: ragazzi, non state troppo lì ad aspettare, perché qui la situazione è piuttosto complicata. Dateci dentro, perché non c’è quasi più tempo. E solo loro possono cambiare”.


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