#Finsubito news dalla rete – La bellezza non ci salverà: quando la logica della città arriva ai paesi


Birrifici artigianali dove c’erano i minimarket etnici, ostelli di lusso al posto delle fabbriche delocalizzate, eleganti loft in quelli che furono quartieri popolari.

Giovanni Semi descrive così il volto più riconoscibile della gentrificazione – nel suo libro Breve manuale per una gentrificazione carina edito da Mimesis – una parola che fa rima con riqualificazione ma che, nella sua lettura, serve a nascondere povertà e disagio sotto il tappeto di città sempre più simili l’una all’altra. Una distopia illuminata, la definisce, promossa da banche, multinazionali e gruppi immobiliari, con il beneplacito di amministrazioni locali incapaci di immaginare qualcosa che rimetta al centro il bene pubblico.

Nel suo ultimo volume il ragionamento si sposta a monte, sull’estetica. La bellezza, sostiene, è uno dei motori più potenti del capitalismo contemporaneo, e il suo conto ricade sempre sulle stesse persone: quelle sfrattate per far posto a un condominio di lusso, quelle che non possono più sedersi su una panchina, quelle che il «bello» non possono permetterselo. Dietro c’è l’imperativo morale per cui ciò che è bello debba anche essere buono e giusto, un’evoluzione che è andata di pari passo con la scomparsa del futuro come terreno di conflitto e cambiamento. Le città sono il laboratorio in cui osservarla.

È da qui che nasce questa conversazione. Per anni le città e i paesi sono stati raccontati con due vocabolari separati: da un lato centro e periferie, degrado e decoro, dall’altro spopolamento, borghi più belli e rigenerazione. Ma quei confini si stanno assottigliando. Sulle Alpi – dove pochi abitanti, aria fresca e acqua sono diventati sinonimo di pregio – si ritrovano gli stessi meccanismi osservati nei centri storici, con effetti diversi perché diversa è la popolazione che c’è, o che non c’è più. E se nei quartieri il problema è chi viene espulso, nei paesi è se resterà qualcuno ad abitarli, e a quali condizioni.

Giovanni Semi insegna Sociologia Urbana all’Università di Torino. Si occupa da diverso tempo di gentrification, trasformazioni urbane e disuguaglianze estreme. Recentemente ha pubblicato per Einaudi È il capitalismo, bellezza! L’estetica all’assalto della città .

La bellezza come strumento del capitalismo: può spiegarlo a chi non ha letto il libro, con un esempio semplice?

«Io sono un sociologo urbano e mi occupo di mostrare come le trasformazioni dell’architettura, dell’urbanistica, delle città in cui viviamo rispondano a domande e a imperativi. Le domande sono quelle degli abitanti e della politica, sono necessità e bisogni. Gli imperativi sono legati al sistema economico in cui viviamo, il capitalismo, ai tempi di risposta della politica e alle esigenze del mercato. L’incontro tra queste due cose è sempre instabile e potenzialmente conflittuale: c’è chi vuole la pista ciclabile e chi vuole costruire il nuovo centro commerciale. Ogni tanto le due cose si compongono, ma non è sempre facile. Credo che uno dei modi trovati da politica e mercato per risolvere questa tensione sia la cornice della bellezza: spiegare a chi esprime dei bisogni che tutto quello che verrà fatto, verrà fatto in nome di un ideale più alto che, anche se problematico perché vago e privo di una traduzione che vada bene a tutti, si rivela potentissimo. Nessuno è contro la bellezza, sarebbe come dire di essere a favore del brutto o del degrado. Se dico “trasformeremo la periferia e diventerà più bella”, diventa difficile controbattere, anche quando il progetto non sembra poi così bello. E quando il progetto viene presentato – come racconto in uno dei capitoli del libro – arriva sempre accompagnato da queste immagini scintillanti che sono i rendering: hanno una luce sempre perfetta, non ci sono rifiuti, gli esseri umani sono sempre giovani, belli, con le biciclette e i bambini, i palazzi sono tutti puliti. Chiunque li vede resta abbagliato. È uno dei modi in cui il capitalismo crea questa patina di bellezza che serve a oliare qualsiasi meccanismo di trasformazione dell’urbano».

Da qui si arriva al concetto di “singolarizzazione”: la necessità di sentirsi unici sembra essere diventata a sua volta un affare…

«Esatto. Questo descrittore funziona così bene perché una delle anime del mondo in cui viviamo, quello che chiamiamo capitalismo estetico, spinge ciascuno di noi a pensare a sé stesso, alla casa che abita, alle relazioni che costruisce come uniche, singolari, autentiche. Questo gioco si nutre di interi pezzi di economia: la cosmesi, la chirurgia estetica, la moda, il design. La nostra vita deve essere un momento singolare, diverso da quello di chi incontriamo, e questo spinge tantissimo verso la produzione di cose che ci sembrano belle. Il paradosso, che si evince bene ad esempio nell’arredamento, è che per costruirci questa immagine unica andiamo tutti nello stesso grande magazzino svedese a comprare la stessa lampada, lo stesso tappeto, lo stesso divano che ritroviamo identici in tutte le case. Il capitalismo non riesce a fornire a ciascuno un armamentario davvero calibrato sul singolo: può solo produrre in serie. Lo fa però con l’idea di una produzione seriale per esseri singolari».

Se questa logica si regge sull’espansione, c’è qualcuno o qualcosa che ne resta fuori, o che viene reso invisibile?

«Sì, e infatti questa economia funziona finché ci sono masse di territori e di persone non ancora conquistati. Qui entrano in gioco le periferie e tutte le forme di vita che stanno fuori dal circuito. Il capitalismo con il concetto di frontiera ha sempre convissuto, nel bene e nel male: le frontiere le ha sempre conquistate e, per conquistarle, ha sempre dovuto fare guerre. La frontiera urbana, ormai da parecchi decenni, è la periferia, dove gli abitanti vengono accusati di essere brutti, poveri, incivili. Si usano concetti terribili, come “analfabeti funzionali”, appellativi degradanti che servono a dire: proprio perché lì abitano persone incivili, dobbiamo arrivare noi a portare la bellezza. Organizziamo il festival, la rigenerazione, con un’idea molto coloniale di arrivare e spiegare quali sono le cose che valgono».

Eppure così non è…

«Certo. E ce ne accorgiamo nel momento in cui – poniamo il caso – viene aperta la dépendance di un museo di arte contemporanea nella prima periferia utile. Qui ci si rende conto che gli abitanti “barbari” non lo sono affatto. Fanno arte, producono tantissima musica, animano le attività locali: le periferie non sono vuote, sono piene di iniziative. A quel punto ci invaghiamo di questa strana bellezza popolare e la glorifichiamo: nasce in questo modo la fascinazione per la trap, per lo streetwear, cioè per modi di essere di chi è marginalizzato, ma che generano un interesse commerciale. La fascinazione per la frontiera va quindi in due direzioni: spiegare alla frontiera che cosa non va e recuperare dalla frontiera elementi nuovi che il centro non è più in grado di produrre».

Il professore Giovanni Semi

Lei studia la gentrificazione da molto tempo. Cosa vede ora che dieci anni fa non vedeva?

«Ho scritto un libro sul tema, uscito nel 2015 (Gentrification. Tutte le città come Disneyland? – edito da il Mulino, ndr) che ha segnato in qualche modo l’inizio del dibattito sulla gentrification in Italia. Se lo rileggo oggi, vedo due aree molto sottosviluppate. La prima, la più incredibile, è il turismo. Nel 2015 era già presente, ma non nella forma attuale, che è l’effetto moltiplicato del Covid e dell’immobilità del 2020-2022. Siamo ripartiti dopo la pandemia con uno slancio e una voracità turistica che non abbiamo mai visto nella storia del pianeta, e sicuramente non in quella italiana. Se riscrivessi il libro, dovrei dedicarle un intero capitolo, perché ciò che sta succedendo, in particolare nel Mezzogiorno, con le città travolte dal turismo, riguarda la gentrification: è la conquista dei centri storici e la continua espulsione di chi vi era rimasto aggrappato».

E quale sarebbe la seconda area di interesse oggi?

«Il clima. C’era enfasi sulle emergenze climatiche già nel 2015, ma l’accelerazione degli ultimi anni è sorprendente, va oltre ogni modello meteorologico. Il tema della fuga dalla città e della riconquista delle terre alte, dei rifugi urbani, di come sopravvivere a un clima mutato, è di nuovo legato a doppia mandata alla gentrification. Se la fuga è individuale, chi ha le risorse per una casa in montagna, sugli Appennini o sulle Alpi, ci riuscirà. Chi non le ha resterà bloccato dov’è, in condizioni di sovraffollamento, verosimilmente senza aria condizionata, con situazioni abitative molto più complicate. La questione ambientale e la questione urbana sono per definizione strettamente legate, e con loro la gentrification».

Dunque lo stesso meccanismo può riguardare anche i paesi, dove la popolazione cala invece di crescere?

«Se per paesi intendiamo la provincia, i borghi, la parte meno abitata, sì: è il fenomeno a cui stiamo assistendo. Nelle Alpi è molto evidente, negli Appennini un po’ meno, ma si nota anche lì. Ci sono luoghi che stanno crescendo di più, in valore assoluto, rispetto ad altri e continua a esserci una riconquista dei luoghi che hanno pregio. Ma cos’è il pregio in questo momento storico? Avere pochi abitanti, quindi poca densità, e, diciamolo pure, pochi poveri, pochissime classi medie, perciò si arriva ad essere segregati tra abitanti ricchi. E vuol dire anche avere accesso alle risorse: aria fresca, acqua e questa categoria vaga che viene definita “il verde”. Sulle Alpi è chiarissimo e comincia a esserlo anche sugli Appennini. Penso magari all’archistar che compra il borgo, lo rimette a posto e ne fa una succursale delle proprie attività artistiche: c’è ancora qualche abitante, ma il grosso sono artisti invitati a fare residenze in quel territorio. Quello non è ripopolare gli Appennini, è sfruttarli per farne il proprio giardinetto, il proprio campo di gioco».

Se dovesse spiegarlo al sindaco di un paese di mille abitanti? Dalla pandemia in poi, tra Bando Borghi, case a un euro, turismo delle radici, sagre e festival e il famoso ritorno dei giovani, c’è molta confusione.

«Una cosa che andrebbe fatta rapidamente è uscire dall’idea che il singolo sindaco debba rivitalizzare il proprio Comune, come se non fosse una questione di programmazione nazionale. Esisteva la Strategia nazionale per le aree interne, che andrebbe rilanciata e dotata di fondi. Perché la questione riguarda le politiche pubbliche e non può dipendere solo dalla fortuna del sindaco che si è insediato in un comune perfetto, magari non distrutto dal sisma, in condizioni favorevoli: quel luogo può avere una valorizzazione immobiliare, l’arrivo di giovani che fanno impresa, nuove occasioni di aggregazione. Ma una sindaca che invece si è trovata a guidare il paese collocato una conca più sfortunata, con meno risorse idriche, esposto male e tagliato fuori dalle reti di viabilità, cosa dovrebbe fare? È spacciata, può solo sentirsi dire: ci dispiace, ci siamo sbagliati, lei e il suo comune dovete deperire».

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Su cosa secondo lei è necessario intervenire?

«Bisogna prendere atto che il cambiamento climatico è una cosa seria, e credo che dopo queste estati, a parte il Presidente del Senato, tutti lo ammettano. Si tratta di ricominciare a infrastrutturare Appennini e Alpi. Abbiamo consapevolmente dismesso tutte le vie ferrate che irroravano il paese sulle Alpi e sugli Appennini: assolutamente irragionevole. Penso poi a tutte le infrastrutture: ospedali, scuole, comunicazioni. Andrebbe fatto un piano molto intelligente che ragioni su forme di vita temporanee, un po’ in città e un po’ nelle terre alte. Faccio un altro esempio, senza essere nostalgico. All’inizio del Novecento, anche in epoca fascista, si ragionò molto sulle colonie, perché i figli dei poveri potessero fare d’estate una settimana al mare e una in montagna. Molti enti del privato sociale, del mondo cattolico, hanno continuato a farlo per tutto il secolo. Le colonie sono state una delle prove di democrazia migliori del nostro Paese, perché hanno offerto, a chi non aveva i mezzi, la possibilità di scoprire che esistevano le montagne, le coste, che si poteva fare il bagno o una passeggiata. Cose che sembrano banali ma non lo sono. Poi, man mano che la gente è stata meglio e ha potuto comprare le seconde case, le colonie sono state chiuse e privatizzate: nei luoghi di pregio sono diventate grandi alberghi, negli altri sono state semplicemente dismesse. Quel tipo di edilizia, e la politica sociale che c’era dietro, andrebbe ripresa con grande forza, perché c’è una nuova generazione di italiani e italiane, anche di origine straniera, che non ha gli strumenti per scappare dalla città. Quest’estate le nostre città erano vuote, per chi era potuto andare via, e piene di persone che non avevano altro posto dove andare. Di lavoro ce n’è moltissimo, e ho l’impressione che la politica faccia fatica a organizzarsi attorno a quelle che dovrebbero essere le priorità».

In base a questo ragionamento sembra che città e territori montani siano ormai intrecciati. Cosa può insegnare la città ai paesi, o forse il contrario?

«È una domanda in qualche modo drammatica, nel senso che i cittadini, quando si spostano in campagna, in montagna, sui litorali, si portano dietro le logiche urbane. Vorrebbero il rider che porta loro da mangiare, esigono il wi-fi diffuso, vogliono le comodità della vita urbana trapiantate lì dove si trovano. Chi è rimasto, di contro, vive una situazione complicata. Da un lato sa di essere stato lasciato indietro, e sente anche un po’ di rabbia, insieme a tanta diffidenza. Dall’altro sa che l’innovazione arriverà da chi si trasferisce o torna e non da chi vive il paese. Si dice spesso che gli abitanti della montagna sono vittime di un doppio fallimento: quello di essere rimasti e quello di essere rimasti indietro, perché chi arriverà vorrà prendersi tutto, trasformare. Trovare punti di contatto tra queste popolazioni è un lavoro faticoso, ci metteremo generazioni. Al tempo stesso, e lo dico anche guardando al Piemonte, che ha una situazione montana particolare, non vedo alternative. Ancora in questi giorni di fine settembre a Torino ci sono tra i 27 e i 28 gradi, veniamo da cinque mesi sopra i 26. Non può reggere a lungo: se questa è l’estate più fresca delle prossime, la strategia andrà messa in atto anche rapidamente. E quindi c’è anche tutta una dimensione antropologica da considerare: ricominciare a parlare con gli abitanti delle terre alte con l’obiettivo di arrivare a raggiungere un equilibrio».

Se la bellezza non basta, da dove si riparte? Cosa possono fare le comunità e chi le amministra?

«I bisogni delle cittadinanze sono molto spesso più semplici di quanto si immagini. Non hanno necessariamente bisogno dell’arredo urbano di design: molte volte hanno bisogno che una buca in strada venga coperta o, più semplicemente, di poter mangiare, avere un tetto e potersi proiettare nel futuro. Nel mondo in cui viviamo, questo è garantito unicamente dal reddito. Aver tolto il reddito di cittadinanza ha messo milioni di italiani e italiane in una condizione di vulnerabilità. Secondo me si riparte da qui, da una redistribuzione della ricchezza, da un sostegno a chi ha meno opportunità, e su quella base si possono costruire percorsi insieme. Se tolgo risorse con una mano e con l’altra restituisco i nuovi led per l’illuminazione della strada, metto le persone nella condizione di pensare: è bello, ma non posso usufruirne, perché devo pagare un affitto che aumenta ogni mese. Si viene presi per forza di cose da un senso di frustrazione pesante, e da sociologo posso garantire che è un sentimento che vediamo crescere di trimestre in trimestre in tutto il Paese. Sentire di non riuscire ad agganciare nessuna forma di benessere, di non potersele permettere, è disastroso, anche perché politicamente ha dei risvolti che stiamo vedendo: la frustrazione, in tutta Europa, sta diventando una forza trainante dell’estrema destra».

Arriviamo alla domanda finale: esiste una bellezza che non sia funzionale solo al mercato, ma risponda ai bisogni e ai desideri delle persone?

«Immagino di sì, ma siamo su un piano del dibattito talmente complesso che di solito coinvolge filosofi e poeti. Un essere umano liberato da molte incombenze materiali, che potesse dedicarsi al tempo libero, potrebbe anche riflettere su che cos’è una vita bella, un’esistenza affascinante. Però siamo molto lontani da questo. Quando vediamo un’opera d’arte che ci piace, restiamo senza parole, la contempliamo e la riconosciamo come bella, ma tra questo e trovare forme di bellezza che diano un senso all’esistenza, c’è una grande distanza».

In copertina: Almaty , la città delle mele ©MaxZolotukhin/Shutterstock




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