#Finsubito news dalla rete – L’inclusione è ancora un modello


Nel novembre 2006 Report entrò alla primaria Muzio Calini di Brescia per raccontare un’esperienza didattica considerata modello sperimentale d’avanguardia nella multiculturalità. Nelle settimane scorse, la stessa scuola sita nel Carmine, quartiere popolare nel cuore della ricca Brescia, è finita nel dibattito mediatico nazionale come esempio di “scuola ghetto”, da cui le famiglie italiane fuggirebbero verso le private o altri quartieri. Vent’anni dopo, è legittimo chiedersi se il passaggio da modello a ghetto descriva la scuola o le istanze nazionaliste che hanno riportato al centro del dibattito, forse in chiave ideologica, il tetto del 30% di alunni senza cittadinanza italiana. Anna Frattini, assessora all’Istruzione di Brescia ed ex alunna della scuola, fornisce il dato del Comune: alle Calini sono il 46,1%. «In città 26 primarie su 38 superano il 30% e la metà di queste arriva almeno al 50, con punte oltre il 70. Le Calini stanno circa a metà. Non è la “scuola di stranieri” che è stata raccontata». Tra i bambini di 6-11 anni residenti a Brescia senza cittadinanza, aggiunge, sette su dieci sono nati in Italia. «Confondere cittadinanza e lingua è un errore: i bambini davvero in difficoltà con l’italiano sono pochi».

 

Né è onesto, alla luce delle storie vere, parlare di famiglie bresciane in “fuga disperata e silenziosa” verso scuole private o altri quartieri. Chiara Bonomi, nel 2001 studentessa di Disegno industriale del Politecnico di Milano che scelse per la tesi di laurea il progetto con cui le Calini accoglievano i bambini appena arrivati in Italia, oggi è madre di tre figli che, per scelta esplicita, hanno frequentato o frequentano quella scuola, pur vivendo in un altro quartiere. La stessa scelta è stata fatta da altre famiglie che abitano in altri quartieri o comuni vicini, compresa quella di chi scrive. Una posizione interna che va dichiarata, come lo scopo di questo reportage che intende restituire la complessità del fare scuola e osservare come qui, come altrove, le alleanze tra docenti, famiglie e quartiere provino a colmare i vuoti lasciati da risorse pubbliche.

 

Il decreto approvato dal governo il 24 settembre parte dalla cittadinanza. Dal 2027/28, nelle classi prime della primaria, non potranno superare il 30% gli alunni con cittadinanza non italiana che «non sono nati in Italia o non hanno frequentato almeno due anni di scuola dell’infanzia». Il giorno dopo, a L’Aria che tira su La7, il ministro Giuseppe Valditara ha parlato di 34mila classi con almeno il 30% di alunni stranieri; quanti, in quelle classi, non conoscano l’italiano, ha riconosciuto, «non possiamo sapere con esattezza». Lo Stato dispone quindi di un dato preciso sulla cittadinanza; molto meno preciso è il dato sulla competenza linguistica, cioè sul bisogno su cui il provvedimento dichiara di voler intervenire. E la cittadinanza, come dato amministrativo, non restituisce neppure gli altri bisogni, ordinari e speciali, presenti nella classe.

 

Una cosa che non si dice mai: come indicatore linguistico, la cittadinanza sbaglia anche al contrario. Carolina Brito, cilena, si è trasferita a Brescia nel 2021 con due figli, entrambi autistici, cittadini italiani grazie a un bisnonno paterno emigrato in Cile per la guerra, come la legge consentiva prima della riforma del 2025. Nelle statistiche risultano italiani, a differenza di molti compagni nati e cresciuti a Brescia, e il tetto non li riguarda. Il più grande, d’accordo con le maestre, ha rifatto la terza, anche per avere tempo con la lingua. Brito aveva scelto la scuola dal Cile, per la sua reputazione sull’inclusione: «Abbiamo scelto l’appartamento per le Calini. Abbiamo scelto tutto per le Calini». Vive a Brescia da sola con i figli, il resto della famiglia è in Cile. «Per noi la scuola è diventata una comunità».

 

Per chi arrivava da poco, le Calini avevano infatti costruito il progetto analizzato nella tesi del Politecnico che, oltre alla full immersion linguistica, metteva a disposizione due insegnanti dedicate che portavano i bambini in autobus, a timbrare il biglietto, a fare la spesa: una scuola di cittadinanza per orientarsi nella nuova città e nei modi di viverla. Aurora Castiglioni, per 27 anni maestra di matematica alle Calini, quel progetto lo ha vissuto da insegnante: ricorda le due settimane di immersione, otto ore al giorno di italiano, prima dell’ingresso in classe. L’esperienza si fermò quando finirono i fondi. A non essersi fermato è lo sforzo congiunto di maestre e genitori.

 

In classe, per Castiglioni, la provenienza è una variabile tra molte. «Davanti hai il bambino molto dotato, quello che fatica con le tabelline, quello che l’italiano lo sta imparando, quello che porta in classe i conflitti di casa. È il mio lavoro rispondere a questi bisogni. Il ghetto comincia quando definisci un bambino come il problema. Poi, chiaro: oltre alla responsabilità educativa degli insegnanti, servono più risorse per tutte le diversità che caratterizzano, e impreziosiscono, le nostre scuole, non soltanto per i neoarrivati».

 

È l’impostazione dell’Istituto comprensivo Centro 3, di cui le Calini fanno parte. Dal 2022 è Scuola polo provinciale per l’inclusione e centro territoriale di riferimento per Brescia e hinterland. Si occupa di fragilità che sono anche diversità: bisogni educativi speciali, neurodivergenze, disabilità permanenti e temporanee. Al comprensivo fa capo anche la Scuola in ospedale degli Spedali Civili, dove si fa lezione a bambini ricoverati anche a lungo, come in oncoematologia pediatrica. «Quando temiamo l’inclusione, i ghetti li creiamo davvero, e sono ghetti di fragilità», dice Nicoletta Giacomelli, coordinatrice delle Calini. «Dietro c’è il timore che l’altro da sé sia un freno alla prestazione. Eppure temiamo qualcosa che può accadere a chiunque: un figlio che si ammala e resta mesi in ospedale continua ad andare a scuola grazie allo stesso lavoro che oggi ci permette di accogliere studenti da zone di conflitto, di seconda e terza generazione o con bisogni speciali. Il compito della scuola è crescere cittadine e cittadini». Il patto tra scuola e quartiere ha una storia lunga. Il Comitato genitori nasce negli anni Ottanta, quando le Calini furono tra le prime scuole a tempo pieno della città, per dare ai bambini del quartiere un luogo sicuro più a lungo possibile: la mensa ancora non c’era e la organizzarono le famiglie, raccogliendo fondi. Adriana Acquaviva ne è stata per anni presidente, Carolina Brito a lungo tesoriera. Acquaviva ha avuto sette figli alle Calini; era arrivata cercando per una figlia con bisogni educativi speciali una scuola in cui qualcuno si preoccupasse che imparasse. Oggi la scuola resta aperta dalle 8 alle 18, dal lunedì al venerdì: al prescuola e al tempo pieno seguono ogni giorno il doposcuola e lo sport a prezzi popolari organizzato dai genitori. Per molte madri è questo a rendere possibile la continuità del lavoro. Il Comitato raccoglie fondi perché materiale scolastico e gite non dipendano dal reddito delle famiglie, e fuori dall’orario scolastico riunisce i genitori attorno alle cucine del mondo. «Anche nel 2026 ci sono bambini che mangiano solo a scuola», dice Acquaviva.

 

Niente di questo dimostra che la segregazione scolastica non esista. Ci sono scuole dove si concentrano arrivi recenti, povertà educativa e fragilità sociali, e da cui chi può se ne va. Per riconoscerle servono misure diverse dalla cittadinanza: quanti bambini hanno bisogno di alfabetizzazione, quanti insegnanti restano, quante ore di compresenza ci sono, dove si spostano davvero le famiglie. La storia del progetto di accoglienza e del Comitato genitori è l’indicazione più concreta che le Calini offrono al dibattito: l’integrazione dipende da condizioni che si possono finanziare, e che si perdono quando i fondi finiscono. Il 46,1% o qualsiasi altro numero, da solo, non dice se quelle condizioni esistano.


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