#Finsubito news dalla rete – Garlasco, spuntano impronte mai analizzate sul sapone


A quasi vent’anni dall’omicidio di Chiara Poggi, un oggetto apparentemente insignificante potrebbe tornare al centro degli accertamenti scientifici sul delitto di Garlasco. È il dispenser del sapone presente nel bagno della villetta, uno dei reperti utilizzati per ricostruire i movimenti dell’assassino e che contribuì al quadro indiziario alla base della condanna di Alberto Stasi.

Secondo la difesa dell’ex fidanzato della vittima, sul contenitore non sarebbero presenti soltanto le impronte attribuite a Stasi. Esisterebbero anche altre tracce papillari che gli investigatori del Ris di Parma, nel 2007, giudicarono inutilizzabili per una comparazione e che, proprio per questa ragione, non inserirono nell’elenco della relazione dattiloscopica.

È quanto sostengono gli avvocati Giada Bocellari e Antonio De Rensis in una memoria difensiva dell’agosto 2025, acquisita tra gli atti dell’inchiesta della procura di Pavia. I legali chiedono di sottoporre nuovamente il reperto ad accertamenti, per verificare se le impronte escluse all’epoca possano oggi essere analizzate e attribuite.

La questione non è secondaria. Il dispenser si trova in un ambiente che, secondo la ricostruzione accusatoria, l’autore dell’omicidio avrebbe utilizzato dopo aver ucciso Chiara. Stabilire chi abbia lasciato eventuali altre impronte e quando potrebbe offrire nuovi elementi sulla frequentazione del bagno, anche se la sola presenza di una traccia non dimostrerebbe automaticamente il coinvolgimento di una persona nel delitto.

Le fotografie del reperto e la contestazione della difesa di Stasi

Il punto sollevato dai difensori riguarda soprattutto il modo in cui gli accertamenti scientifici furono documentati nel 2007. Le impronte considerate non utili alla comparazione, sostengono gli avvocati, non comparivano nella relazione dattiloscopica del Ris. Inoltre, la difesa non avrebbe avuto a disposizione le fotografie del reperto necessarie per valutare autonomamente la situazione.

Nella memoria, i legali spiegano che proprio questa mancanza avrebbe impedito di accorgersi di una realtà diversa da quella prospettata dall’accusa. Da qui la richiesta di verificare nuovamente il materiale, anche alla luce delle tecniche di analisi oggi disponibili.

Occorre però distinguere due aspetti. Una traccia non inserita nella relazione perché ritenuta inutilizzabile non equivale necessariamente a un’impronta completa e identificabile. Per stabilire se sia possibile procedere a una comparazione servirà una valutazione tecnica delle immagini originali, della qualità dei segni e delle condizioni di conservazione della documentazione.

L’interesse della difesa è evidente: verificare se un reperto già esaminato possa fornire informazioni che gli investigatori non riuscirono a ricavare quasi vent’anni fa. Un eventuale risultato nuovo dovrebbe poi essere valutato insieme agli altri elementi del procedimento, senza attribuirgli automaticamente un significato decisivo.

Garofano voleva entrare nella villetta dei Poggi: la procura gli disse no due volte

Il dispenser non è l’unico elemento che riporta l’attenzione sul lavoro del Ris di Parma. Tra i documenti recuperati dai magistrati di Pavia figurano anche due richieste presentate nel settembre 2007 da Luciano Garofano, allora comandante del reparto, per partecipare ai sopralluoghi nella casa di Chiara Poggi.

La prima richiesta risale al 3 settembre. Garofano domandò di poter assistere alle operazioni come osservatore, precisando che le difese interpellate non avevano sollevato obiezioni. La pm Rosa Muscio, che seguiva il procedimento insieme al procuratore Alfonso Lauro, non autorizzò però la sua presenza.

L’8 settembre Garofano presentò una seconda richiesta, questa volta facendo riferimento al proprio ruolo di comandante del reparto e di ufficiale di polizia giudiziaria. Anche in quell’occasione arrivò un rifiuto.

La motivazione riguardava la natura delle operazioni: si trattava di accertamenti tecnici irripetibili, ai quali potevano partecipare i soggetti legittimati dalla legge, tra cui i difensori e i rispettivi consulenti. Garofano non aveva ricevuto una nomina come consulente della procura per quelle attività.

Inoltre, secondo quanto emerge dagli atti, la difesa dell’indagato, allora affidata agli avvocati Giovanni ed Eleonora Lucido, aveva espresso formalmente la propria opposizione alla presenza di persone diverse da quelle autorizzate. I legali si erano anche riservati di contestare la validità delle operazioni qualora la procura avesse consentito ulteriori partecipazioni.

Le due richieste documentano dunque il tentativo di Garofano di assistere ai sopralluoghi e il doppio diniego della magistratura. Non dimostrano, invece, che il comandante abbia partecipato comunque alle operazioni o che siano state violate le disposizioni impartite dalla pm.

I documenti rimasti al Ris e mai entrati negli atti: che cosa devono chiarire i magistrati

Il quadro si allarga ulteriormente con il recupero di alcuni faldoni conservati presso la sede del Ris di Parma. Si tratta di documentazione relativa alle indagini del 2007 che, secondo quanto emerso, non era confluita negli atti del procedimento originario.

La procura di Pavia ha acquisito questo materiale nell’ambito degli approfondimenti sull’attività investigativa dell’epoca, un filone distinto dall’inchiesta per omicidio che ha coinvolto Andrea Sempio.

La presenza di documenti rimasti fuori dal fascicolo giudiziario pone interrogativi sulla completezza della documentazione trasmessa e sulle ragioni per cui alcuni materiali siano rimasti negli archivi del reparto scientifico.

Non basta, tuttavia, accertare che un documento non fosse stato depositato per concludere che qualcuno lo abbia volontariamente nascosto. Sarà necessario ricostruire la natura dei singoli atti, gli obblighi di trasmissione e le eventuali conseguenze della loro mancata acquisizione.

È su questo terreno che potrebbero svilupparsi ulteriori approfondimenti relativi alle indagini originarie. La questione riguarda non soltanto ciò che gli investigatori scoprirono, ma anche ciò che venne effettivamente documentato e reso disponibile alle parti.

La prossima mossa sul caso Garlasco: nuove analisi e verifica degli accertamenti del 2007

La difesa di Stasi punta ora a ottenere verifiche sul dispenser, mentre i magistrati proseguono l’esame della documentazione recuperata. Sono due questioni differenti, ma entrambe riportano al centro del caso l’affidabilità e la completezza degli accertamenti scientifici svolti subito dopo l’omicidio.

La prima riguarda la possibilità di identificare tracce che quasi vent’anni fa non permisero alcuna comparazione. La seconda investe la ricostruzione delle procedure seguite dal Ris e dei rapporti tra investigatori, consulenti e magistrati.

Per Alberto Stasi, condannato in via definitiva per l’omicidio di Chiara Poggi, un eventuale nuovo risultato tecnico potrebbe rappresentare un elemento da sottoporre a valutazione giudiziaria. Non comporterebbe però, di per sé, la revisione della condanna. Anche la posizione di Andrea Sempio, coinvolto nella nuova inchiesta, resta distinta da ogni conclusione sulla responsabilità penale.

Il nodo più importante riguarda ciò che sarà possibile verificare concretamente. Se le fotografie del dispenser consentissero nuove comparazioni, gli investigatori potrebbero chiarire la natura delle tracce rimaste finora senza attribuzione. Se invece la loro qualità risultasse insufficiente, il reperto continuerebbe a presentare gli stessi limiti già riscontrati nel 2007.

Intanto, il doppio rifiuto opposto a Garofano e i faldoni recuperati a Parma aggiungono nuove domande alla ricostruzione delle prime indagini. Domande che richiedono risposte documentali e tecniche, perché a Garlasco, dopo quasi vent’anni, la differenza tra un’ipotesi suggestiva e una prova utilizzabile continua a essere decisiva.


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