#Finsubito news dalla rete – perché imprese e territorio faticano a trattenerli. L’editoriale di Osvaldo De Paolini


C’è un momento, nella vita di un ragazzo, in cui il patriottismo economico incontra il prezzo dell’affitto. Di solito vince l’affitto. Possiamo raccontargli quanto sia straordinario questo Paese, quanto siano innovative le nostre imprese, quanto sia prezioso il Made in Italy, quanto le nostre radici siano profonde. Ma se a trent’anni deve scegliere fra un lavoro interessante a Londra e uno altrettanto interessante a Padova, che però non gli consente di sostenere i costi di un alloggio appena dignitoso, sarebbe ipocrita stupirsi della sua scelta. Il problema italiano non è che i giovani non amino abbastanza il proprio Paese. È che troppo spesso l’Italia chiede loro un sacrificio che non chiede a nessun altro: essere orgogliosi di un futuro che non possono permettersi.


Questo è il punto, forse più rilevante, emerso dall’evento “Oltre le radici“, organizzato dal Gazzettino qualche giorno fa a Venezia. L’idea di smettere di parlare soltanto di “fuga dei cervelli” e di vedere nei giovani che partono anche degli ambasciatori del Made in Italy, come suggerisce Luca Zaia, è un’idea intelligente che merita di essere raccolta. Ma a una condizione: che non diventi un modo elegante per assolverci. Perché se un ragazzo va all’estero, si forma, conosce un altro sistema produttivo e poi scopre che tornare significa guadagnare meno, abitare peggio e avere prospettive più incerte, non possiamo chiamarlo semplicemente “ambasciatore”.

È un cliente che abbiamo perso. E questa, per un’impresa, è forse una parola molto più comprensibile.
Perché il vero paradosso del Nordest è questo: abbiamo aziende che competono nel mondo e spesso non riescono a competere per un venticinquenne sotto casa. Produciamo macchinari venduti in America, in Cina, in Germania, componenti che finiscono nelle filiere globali, occhiali, vini che umiliano lo champagne, automazione, moda, meccanica di precisione, tecnologia. E poi cerchiamo ingegneri, tecnici, designer, informatici e manager con annunci che sembrano scritti nel 1998. “Azienda leader nel settore ricerca giovane dinamico”. Fine. Come se un ragazzo dovesse intuire da quella frase che dietro c’è una tecnologia sofisticata, un mercato internazionale, la possibilità di imparare un mestiere straordinario. Forse non abbiamo una crisi di vocazioni. Abbiamo una crisi di comunicazione. E molto spesso, diciamolo senza fronzoli, anche di remunerazione.

Agli imprenditori, dunque, una tirata d’orecchi: se volete i giovani migliori, dovete smettere di considerarli una voce di costo e cominciare a considerarli un valore

Non basta offrire un posto. Bisogna offrire una traiettoria. Non basta dire “siamo una grande famiglia”. I giovani non cercano un’altra famiglia: ne hanno già una. Cercano un’azienda nella quale imparare, crescere, assumere responsabilità e possibilmente guadagnare abbastanza da costruirsene una propria. E se la vostra sede è in una città dove un bilocale costa quasi quanto uno stipendio, la questione abitativa non è un dettaglio sociale: è parte del vostro costo del lavoro, che vi piaccia o no. Se non lo capite voi, lo capirà il candidato. Al quale non resterà che salire su un aereo.

Ma è soprattutto la politica che merita il cappello dell’asino. Per decenni abbiamo prodotto incentivi per ogni cosa e raramente una strategia complessiva per rendere conveniente vivere e lavorare dove chiediamo ai giovani di farlo. Abbiamo finanziato formazione senza domandarci dove finissero le persone formate. Abbiamo celebrato l’impresa senza occuparci abbastanza delle città nelle quali quelle imprese devono trovare lavoratori. Abbiamo parlato di competitività mentre il costo della casa, dei trasporti e della vita erodeva quella stessa competitività. Se un’impresa del Nordest deve importare talenti perché non riesce a far vivere decentemente quelli che ha formato il territorio, non abbiamo un problema di immigrazione dei cervelli: abbiamo un problema di sistema. E il sistema non lo può correggere il singolo imprenditore.

La manovra varata venerdì dal governo prova a muovere qualche passo in questa direzione, mettendo risorse e incentivi per rendere più conveniente restare o tornare. È un primo tentativo, e sarebbe sbagliato non riconoscerlo. Ma è proprio qui che si misura la distanza fra la volontà e la realtà: qualche incentivo non può compensare salari che comunque non tengono il passo con gli affitti, servizi insufficienti e prospettive professionali incerte. Ai giovani non servono altre promesse. Servono politiche che abbiano continuità, risorse e soprattutto la capacità di incidere sulla vita quotidiana. Perché trattenere un ragazzo non significa convincerlo che l’Italia è bella: significa metterlo nelle condizioni di potersi permettere di restare.

E c’è una seconda verità che ci farebbe bene ricordare. I nostri giovani non sono meno preparati di quelli che incontrano fuori. Anzi, partono spesso con un bagaglio che solo noi sottovalutiamo, svilendo una formazione che altrove manca. Abbiamo una scuola come il liceo classico che non ha un vero equivalente nel mondo e che continua a coltivare strumenti – lingua, logica, storia, filosofia, capacità di interpretare – che non si misurano facilmente in un ranking internazionale. Non significa che il ragazzo italiano sia più bravo degli altri. Significa che non abbiamo alcun motivo per temere che attraversi la frontiera con un complesso di inferiorità. Può andare fuori per imparare ciò che noi facciamo peggio, senza dover pensare che tutto ciò che viene da fuori sia necessariamente il meglio. E soprattutto può tornare per aggiungere ciò che ha imparato a ciò che già possedeva.

La sfida allora non è trattenere i giovani, la sfida è meritarseli. Meritarsi il loro talento, il loro tempo, il loro entusiasmo e, soprattutto, il loro ritorno

Il Nordest non dovrebbe dire a un ragazzo “resta qui”. Dovrebbe dirgli: “Vai pure. Studia dove vuoi. Impara il mondo. Poi guarda cosa possiamo offrirti quando torni”. E per poterlo dire senza arrossire, politica e imprese devono cambiare su molti fronti: salari, case, trasporti, formazione, organizzazione del lavoro, comunicazione. Non servono campagne pubblicitarie per convincere i giovani che l’Italia è bellissima. Serve un’Italia nella quale un giovane intelligente possa permettersi di essere ambizioso. Quando avremo costruito quella, potremo anche smettere di parlare di fuga dei cervelli. Perché un cervello non fugge da un Paese quando parte. Fugge quando, guardandosi intorno al momento di decidere dove costruire il proprio futuro, capisce che nessuno qui ha pensato abbastanza a lui.




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