#Finsubito news dalla rete – Centro di accoglienza San Vincenzo, storie di dolore e riscatto. Suor Cogoni: “Un bimbo aveva solo una bottiglia d’acqua sporca, la sua prima parola è stata grazie”


Sono circa 250 i minori stranieri non accompagnati passati dalla struttura di Terra Mala. Alcuni hanno studiato, trovato un lavoro, conseguito un diploma o una laurea. E ci sono anche le storie di chi è riuscito a ricongiungersi con la propria famiglia.

di Carmina Conte

L’ospite più piccolo del Centro di Accoglienza San Vincenzo di Cagliari è un bimbo arrivato a luglio scorso in un barcone dalla Tunisia, senza i genitori. Ha compiuto appena 5 anni il 20 settembre scorso. Quando è arrivato era terrorizzato e piangeva, come tutti i bambini che arrivano sui barconi dalla Tunisia o dall’Algeria, le rotte più frequentate, e in questi ultimi mesi ne sono arrivati diversi di 5, 7, 10 anni. La cosa strana è che aveva sempre con sé una bottiglietta di acqua sporca, da cui non si separava mai: “Gliela tolsi per lavarla, ma lui si rimise a piangere, e in quel momento ho capito che era l’unica cosa che era rimasta sua. Ho cercato di consolarlo e la sera, poi, mi ha preso per mano, e si è fidato di me. La prima parola che ha detto in italiano è stata grazie“, racconta così Suor Anna Cogoni, fondatrice e responsabile del Centro e delle 4 strutture in cui è articolato. “È incredibile quanti progressi abbia fatto in questi pochi mesi – aggiunge -. Parla già benissimo l’italiano, ma soprattutto è sereno, è molto contento, fa anche attività sportive, è un bambino che oggi è tranquillo, perché ha acquisito fiducia, ha capito che noi siamo delle persone che vogliono il suo bene, non siamo dei nemici”.

E un’altra storia che Suor Anna Cogoni vuole raccontare, fra le tante di cui si è occupata in circa 25 anni di attività, è quella di una bambina di 10 anni, arrivata dall’Algeria: “Dopo due anni – dice – siamo riusciti a rintracciare la famiglia e finalmente è partita: c’è stato il ricongiungimento a Marsiglia e ne siamo molto felici. Sono molte le situazioni simili, perché la Sardegna è terra di transito per altre città e Paesi, come la Francia, soprattutto per gli algerini”. È un lavoro immane quello realizzato in questi anni: sono circa 250 i minori stranieri, ragazze e ragazzi, che sono stati accolti nella struttura dedicata, l’Oasi San Vincenzo, a Terra Mala, Quartu S.Elena: “La maggior parte – racconta suor Anna – è riuscita prima di tutto a studiare, a prendere la licenza media, altri hanno fatto i corsi professionali e sono diventati elettricisti o tecnici di termoidraulica, ma anche muratori o barman, c’è chi ha anche aperto un suo laboratorio di parrucchiera, per fare qualche esempio. Tanti hanno acquisito un diploma e qualcuno si è anche laureato, come una ragazza che si è laureata in Scienze dell’Educazione: la maggior parte, almeno il 90%, è riuscita bene, soprattutto perché ha trovato un lavoro”.

In questo momento all’ Oasi San Vincenzo ci sono 4 minori stranieri non accompagnati assieme a ragazzi e ragazze sardi, in tutto sono 12. Una scelta di Suor Anna Cogoni: “Non sono d’accordo nel fare una comunità di soli stranieri – sottolinea – perché non c’è integrazione. Questa può avvenire se stanno tutti insieme, ragazze e ragazzi sardi e minori provenienti da altri mondi. È una cosa molto bella, perché i nostri ragazzi accolgono e non fanno differenze di colore, non fanno differenze di lingua, c’ è una integrazione fra culture diverse e di conseguenza una crescita per tutti”.

Purtroppo negli anni ci sono state anche tante storie drammatiche, fin da quando – nei primi anni ’90 – cominciarono ad arrivare le persone in fuga dall’Albania e poi quelle dal Ghana, dal Mali, Marocco, Etiopia, Bangladesh e ancora dalla Nigeria: tante le donne vittime di abusi, violenze di ogni genere. C’è la storia di una ragazza di 17 anni, arrivata in Sardegna attraverso la Libia, che camminava sempre a testa bassa, perché la sua persona e la sua identità erano state annullate: era stata abusata ripetutamente dagli stessi organizzatori del viaggio, rinchiusa per giorni in una stanza, senza alcuna possibilità di ribellione o di fuga: “Un giorno – ricorda Suor Anna Cogoni – le dico: guarda che non devi camminare a testa bassa, perché devi alzare la testa, perché tu sei una persona e il tuo corpo è tuo, non devi avere paura. Dopo che ha acquisito fiducia, dopo che ha capito che noi veramente le volevamo bene, mi ha abbracciato e mi ha detto ‘ora mi sento una persona’”. Era una ragazza che ha tirato fuori determinazione e forza di volontà. Ha preso la licenza media ma non ha potuto continuare gli studi perché aveva bisogno di soldi da mandare in famiglia – una famiglia molto povera – e ha dovuto trovare un lavoro. Poi nella vita è riuscita a imporsi ed è riuscita a riscattarsi bene. Ha trovato anche un ragazzo sardo con cui si è sposata e si è trasferita fuori dalla Sardegna, ma ci sentiamo spesso: ha due bambini ed è felice”.

La storia di accoglienza dell’Oasi San Vincenzo per minori stranieri è cominciata in realtà anni prima con l’esperienza di accoglienza di minori sardi provenienti dai quartieri poveri, da situazioni di disagio, di povertà, di fragilità familiare: “Noi siamo state le prime con Don Cannavera e ad aprire una casa famiglia con otto ragazzi, quando ancora non esisteva una legge dedicata: con un gruppo di professionisti volontari si facevano i turni per preparare il pranzo, per stare con loro, aiutarli nei compiti e per la sorveglianza notturna. Poi ci siamo resi conto che molti di questi ragazzi non volevano tornare a casa perché venivano in diversi casi da situazioni di abusi e maltrattamenti: ci occupavamo di loro tutti i giorni, offrivamo anche la mensa , si sentivano al sicuro. Per una decina di anni abbiamo sempre avuto una quarantina di ragazze e ragazzi, li mandavamo a scuola e riuscivano a conseguire la licenza media: allora abbiamo chiesto alla Regione di organizzare dei corsi professionali e ne abbiamo fatti di vario tipo: dall’informatica al giardinaggio. Èda questa esperienza che siamo partite per l’accoglienza ai minori stranieri non accompagnati”.

Il lavoro di assistenza a una umanità sofferente non si ferma qui, perché oltre all’Oasi per minori stranieri e minori italiani disagiati, c’è anche il Centro di accoglienza per donne vittime di violenza, che attualmente ne accoglie cinque. Tre sono straniere con storie spaventose: “Una di queste donne arriva dal Ghana, dove un uomo, un sardo, peraltro già sposato, è andato  a prelevarla, promettendole chissà che cosa, l’ha messa incinta e l’ha portata in Sardegna, e la maltrattava anche quando era in gravidanza. Ma abbiamo anche una casa per padri separati, che si trovano in gravi difficoltà socio-economica: anche qui abbiamo avuto padri stranieri. Attualmente ne abbiamo uno che con il suo lavoro riesce a dare il mantenimento ai figli e alla moglie, ma non ce la faceva a mantenere se stesso ed era praticamente per strada. E poi c’è anche il Centro diurno per il recupero scolastico per minori che vivono situazioni di disagio familiare e/o ambientale”.

Guarda sempre avanti Suor Anna Cogoni, da Aritzo a Cagliari da tanti anni, che affronta sempre ogni situazione con tanto buon animo e fiducia nel prossimo, nonostante le mille difficoltà: “Per il centro antiviolenza ci sono i contributi regionali, ma per il resto ci affidiamo alla Divina Provvidenza e alle donazioni di tanti benefattori”. Un impegno generoso e incessante che continua a testimoniare in tutte le circostanze, come, da ultimo di recente al convegno “Anche uno solo di questi bambini” , promosso dall’Arcidiocesi di Cagliari, nel segno di Papa Leone XIV, in occasione della 112° Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato del 27 settembre scorso.


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