Aumentare gli incentivi economici non basta a convincere gli agricoltori a convertirsi al biologico. È la conclusione principale di uno studio pubblicato in forma di preprint da un gruppo di ricerca dell’Università della Tuscia (Dipartimento di Scienze Agrarie e Forestali), firmato da Rebecca Buttinielli, Riccardo Ercolini e Raffaele Cortignani, che ha analizzato il comportamento di 578 aziende agricole del Lazio utilizzando il modello agro-economico AGRITALIM applicato ai dati della Rete di Informazione Contabile Agricola (FADN) italiana.
L’obiettivo europeo e il ritardo italiano
L’Unione europea punta a raggiungere il 25% di superficie agricola coltivata a biologico entro il 2030, un traguardo fissato dalla strategia Farm to Fork inserita nel Green Deal. L’Italia nel 2022 ha toccato il 18,7% di superficie bio, con un balzo del 7,5% rispetto all’anno precedente, ma con differenze regionali molto marcate. Il Lazio, in particolare, nel 2020 aveva già il 22,6% della propria superficie agricola utilizzata (SAU) certificata come biologica, una delle quote più alte del Paese.
Proprio per questo la regione è stata scelta come caso di studio: se il target del 25% va inteso a livello di Stato membro, sono le regioni con una vocazione più spiccata a doversi fare carico della parte più consistente dello sforzo.
Come funziona il modello
Il modello AGRITALIM, basato sulla programmazione matematica non lineare e calibrato con l’approccio della Positive Mathematical Programming, simula le scelte di ogni singola azienda agricola massimizzando il reddito operativo in due fasi distinte: quella di conversione e quella di mantenimento. Una variabile binaria attiva il pagamento per il biologico e, insieme ad esso, i differenziali di prezzo, resa e costo che caratterizzano la produzione bio rispetto a quella convenzionale. I parametri differenziali sono stati calibrati sui dati FADN degli ultimi tre anni, per provincia e fascia altimetrica.
Gli scenari simulati
La ricerca ha confrontato diversi scenari di sostegno. Il primo è quello della Pac 2023-2027, che nel Lazio ha ridotto i pagamenti unitari da 483 a 376 euro per ettaro nella fase di conversione e da 406 a 318 euro nella fase di mantenimento, pur aumentando il budget complessivo destinato al biologico. A partire da questa base sono stati simulati incrementi progressivi dei pagamenti unitari, dal 10% fino al 40%.
I risultati mostrano una risposta delle aziende piuttosto rigida. La riforma Pac 2023-2027 determina un aumento del 5,1% della SAU biologica, ma con un incremento della spesa del 15,4%. Con un aumento del 15% del pagamento unitario si arriverebbe a 17 aziende convertite, che salgono a 20 nello scenario intermedio (+25%) e a 24 con un aumento del 40%, corrispondente a un incremento della SAU bio dell’11,9% e a un aumento del budget del 47,5%. In termini assoluti, circa 554.864 euro di spesa aggiuntiva porterebbero alla conversione di appena 24 aziende, circa il 12% del campione: un rapporto costi-benefici giudicato dagli autori poco conveniente per il decisore pubblico.
Chi si converte e chi no
La risposta delle aziende è fortemente eterogenea. A livello territoriale, le province di Roma e Viterbo mostrano la sensibilità maggiore: Roma registra già un aumento del 20,2% della SAU bio nello scenario base, che sale fino al 49,2% con un incremento dei pagamenti del 35%. Viterbo passa dal 18,9% al 29,8%. Rieti, Frosinone e Latina restano invece sostanzialmente stabili, con variazioni comprese tra lo 0 e il 2,9% in tutti gli scenari. La spiegazione, secondo i ricercatori, sta nelle caratteristiche strutturali: Viterbo e Rieti sono province più rurali ed estensive, mentre Latina e Frosinone ospitano sistemi agricoli più intensivi.
Sul fronte dei comparti produttivi, le aziende cerealicole sono le più reattive, con un aumento della superficie bio che parte dal 71% nello scenario base e arriva al 122,6% negli scenari più generosi. Seguono le aziende a coltivazioni miste e zootecnia mista, con incrementi più contenuti (dal 4,4% al 15,8%). Gli allevamenti di erbivori e granivori non rispondono affatto agli aumenti dei pagamenti, così come restano ferme le colture già ampiamente biologiche come oliveti e colture arboree.
Anche la dimensione aziendale conta: le grandi aziende (oltre 40 ettari) aumentano la propria quota di SAU bio dal 16,1% nello scenario base fino al 28,5% con pagamenti maggiorati del 35%, mentre le aziende sotto i 5 ettari non mostrano alcuna sensibilità agli incentivi. Le aziende tra 5 e 15 ettari restano stabili a un incremento del 4,9%.
Le ragioni di una risposta rigida
Secondo gli autori, la rigidità osservata riflette l’esistenza di barriere strutturali, tecniche e informative che vanno oltre il semplice incentivo finanziario. Gli agricoltori biologici devono affrontare rischi specifici di settore: la transizione, la conservazione del suolo, la difesa delle colture, una maggiore volatilità dei prezzi e rese inferiori. I prezzi premium dei prodotti bio non sempre compensano i minori rendimenti, soprattutto per i prodotti zootecnici e orticoli e in determinate condizioni pedoclimatiche.
La letteratura citata dagli autori conferma che la sola massimizzazione del profitto è spesso insufficiente a indurre la conversione, perché entrano in gioco fattori regolatori, informativi e istituzionali. Per gli allevamenti biologici, in particolare, i mercati di nicchia sono caratterizzati da forte volatilità dei prezzi e rese più basse, mentre l’accesso ai mercati redditizi resta spesso appannaggio delle aziende più grandi, anche perché i benefici della vendita bio finiscono in larga parte agli intermediari.
Le implicazioni per le politiche
Lo studio suggerisce che strategie basate esclusivamente su pagamenti più alti difficilmente porteranno a un’adozione diffusa del biologico. Gli autori auspicano politiche integrate che combinino gli incentivi finanziari con misure per ridurre i costi fissi di conversione, fornire assistenza tecnica mirata e facilitare l’accesso al mercato, soprattutto per le tipologie aziendali strutturalmente svantaggiate.
Il modello, va precisato, assume agricoltori razionali e massimizzatori di profitto che rispondono agli incentivi in base a ricavi e costi attesi. Non cattura quindi fattori non economici come le preferenze di rischio, i valori personali, i vincoli informativi o le dinamiche generazionali, né considera la possibilità di una reversione dal bio al convenzionale.
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