Ignobile. L’accordo con Putin, annunciato da Trump, rompe alleanze, sbriciola obiettivi, cancella diritti. E si aggiungono espedienti, proclami, minacce. Nonostante la propaganda militarizzata, di cui dispone la Casa Bianca, l’inadeguatezza della governance dell’attuale amministrazione americana si moltiplica nell’evidenza: diventa debolezza, denuncia l’affanno. Dinanzi ad una possibile sconfitta alle prossime elezioni di metà mandato (3 novembre), però, la politica sembra essersi trasferita intanto dai palazzi del potere ad un circo di periferia, con capriole sempre più spericolate. Peraltro, le elezioni di midterm aprono una sequenza di appuntamenti elettori che dalla fine dell’anno in corso arriveranno alla fine dell’anno prossimo. Rischia di essere ridisegnata la mappa del potere nei quattro angoli del mondo, con pesanti ipoteche sulle guerre in corso e forse su nuove guerre. Il peso degli Stati Uniti sulla scena mondiale e (si spera) la sua responsabilità per gli effetti a catena che può innescare, pone inevitabilmente l’esigenza di un’attenzione informata.
A cominciare dalle domande: la strategia di stordire l’elettorato, compiacendolo con il raggiro dell’ultim’ora, può avere la meglio rispetto a politiche di medio periodo inconcludenti, dettate dall’arroganza di poteri basati sulla forza, sull’arbitrio della guerra, nel nome dei propri interessi politici ed economici, in assenza di principi e di visione? Come si devono sostenere e rivitalizzare gli anticorpi esistenti in quell’umanità che si riconosce nell’altro, senza considerarlo un nemico, contenendo i rischi provocati da una sciagurata stagione politica, che porta alla catastrofe? L’ accordo tra Trump e Putin è immorale, prima che sbagliato. Con la sua solita e stucchevole enfasi, nell’obiettivo di catturare il consenso perduto presso gli elettori americani, il Tycoon ha sospeso le sanzioni alla Russia ed ha detto al presidente ucraino Zelenskji di fare i bagagli. E’ un impiccio. Toccherà a lui solo cercare una qualche forma di pace, direttamente con lo Zar. Da quel tavolo, resteranno esclusi l’Europa e gli ucraini. Un accordo politico tra due uomini, non tra paesi o all’interno di un’alleanza, sullo sfondo degli affari. Intanto, si comincia con la fornitura di diesel russo (gas e petrolio) 300 mila tonnellate in ottobre, 500 mila a novembre, 1 milione nei mesi a seguire – quantità importanti ma modeste rispetto ai flussi energetici americani- utili a calmierare i prezzi sul mercato americano, con i costi alla pompa per la prima volta oltre i 6 dollari al gallone ovvero circa 1,60 dollari al litro, cifra che sul nostro mercato sarebbe invece considerata una manna. E tutto quello che è successo? Non conta. Come non conta il rapporto prioritario con l’Europa. Anzi, nel rischio di minacce dirette da parte russa – secondo fonti d’intelligence- contro sistemi e figure europee di spicco, in primo luogo, il presidente polacco Donald Tusk, che con il tycoon condivide appena il nome, ma che sostiene una politica di difesa più incisiva contro la guerra ibrida di Putin.
In sostanza, dopo un conflitto più lungo di quello combattuto dai russi nella Seconda guerra mondiale (allora, meno di 4 anni, oggi quasi 5, mentre doveva essere un blitzkriegdi pochi mesi) si dimenticherebbero i morti – le cifre non sono verificabili, ma i due fronti parlano di perdite complessive superiori a tre milioni di vittime soprattutto militari – si cancellerebbe con un solo colpo di spugna la sofferenza delle famiglie, si ignorerebbero la distruzione e il caos provocati. Diventerebbero un pugno di coriandoli, le pesanti tensioni scoppiate all’interno dell’Unione Europea a causa della guerra a difesa dell’Ucraina, con Zelenskji buttato in un cestino, dopo le pacche sulle spalle, le strette di mano e gli applausi. Tutti a casa? Questa la politica della pace del sig. Trump. Né vincitori, né vinti, Solo ricchi più ricchi e poveri più poveri. Perché come insegna Herbert Wulf, professore all’Istituto per lo sviluppo e la pace dell’università tedesca di Duisburg: «Cominciare le guerre è più facile che farle finire».
Ma il diesel per gli americani non ridurrebbe le forniture sul mercato russo? Secondo gli analisti, la risposta è positiva. Dunque, nel freddo inverno russo, più freddo nelle case russe. Ancora, a proposito di business– come già descritto nell’editoriale della scorsa settimana – tra i due sarebbe in ballo il super affare della Lukoil, il gigante russo dell’energia di Mosca con asset in tutto il mondo per un valore di oltre 20 miliardi di dollari. Contratto da chiudere con la mediazione di pace (remunerata) degli inviati di Trump, l’immobiliarista Steve Witkoff e il genero Jared Kushner, di cui il New York Times ha descritto gli stretti legami con le lobbies ebraiche produttrici di armamenti, in barba alle regole minime dell’etica in tema di conflitto d’interessi, che nel caso di Trump e famiglia, ogni giorno registra nuovi episodi.
Da ultimo, nell’agosto scorso, l’investimento di cinque milioni di dollari in obbligazioni della SpaceX di Elon Musk, appena due giorni prima della direttiva, firmata dallo stesso presidente, sulla space economy americana, destinataria di 40 miliardi di soldi pubblici. E’ questa la politica di cui possono vantarsi gli americani, chiamati al voto il 3 novembre? Il 25 ottobre, intanto, si voterà in Brasile e il 27, in Israele. Al primo turno, nei seggi verdeoro ha vinto il candidato sponsorizzato e finanziato dal presidente Trump, lasciando indietro di due lunghezze il leader uscente, Ignacio Lula da Silva. Per tutti, Lula, già due volte presidente. carismatico, visionario, fumo negli occhi per i tycoon brasiliani. Flavio Bolsonaro, invece, politico, imprenditore, primogenito dell’ex presidente Jair Bolsonaro, attualmente in galera – dovrebbe rimanerci per oltre venti anni – condannato per tentato golpe (lo stesso reato, che si era configurato per Trump dopo l’assalto dei suoi supporters al Campidoglio il 6 gennaio 2021). I pronostici sono favorevoli a Bolsonaro e così le borse. Non l’Amazzonia, il cui futuro si annuncia a tinte fosche.
A Tel Aviv, invece, niente è sicuro. Certo, il partito più accreditato dai sondaggi non è più il Likud di Netanyahu, ma Yashar, la formazione nata intorno a Gadi Eisenkot, l’ex-capo di stato maggiore dell’esercito, che alle precedenti elezioni non esisteva e che ora viene accreditato tra intorno ai 25 seggi, con numeri in crescita. Per avere la maggioranza, servono almeno 61 seggi, dunque necessarie le alleanze, (entrambi i leader ci stanno lavorando) e necessario l’apporto delle formazioni arabo-israeliane, ammesse dalla alta Corte israeliana alla competizione, nonostante i ripetuti tentativi di escluderle. Dopo la strage del 7 ottobre, innesco della guerra di sterminio dei palestinesi in quel poco che resta di Gaza e della pulizia etnica in Cisgiordania per mano dei coloni israeliani, un innesco probabilmente nella consapevolezza di Netanyahu, come denunciano le dichiarazioni emiratine, egiziane e le testimonianze degli stessi israeliani, l’effetto condanna non è scattato, quasi nell’impossibilità di voltare pagina.
Prevale l’abusata sindrome dell’assedio, perfino la rassegnazione alla guerra permanente, nell’opinione diffusa di aver diritto a un paese dai confini più ampi. Ricorrendo all’antica semantica dei luoghi, comprese la Giudea e la Samaria, dal fiume Giordano fino al Mediterraneo. Del resto, pressoché tutti i partiti in lizza restano favorevoli alla creazione del «Grande Israele» a danno dei paesi confinanti. Oltre alla Palestina, il Libano del Sud, e perfino la Siria, auspicando l’annientamento dell’ultima egemonia rivale ovvero l’Iran, con i suoi proxy, soprattutto gli Houthi dello Yemen. Nel conto, ci saranno poi le intese da raggiungere con le monarchie del Golfo e la Saudia. Gli attacchi che rincorrono la cronaca (l’ultimo sull’aeroporto di Riad), piuttosto che complicare, facilitano il gioco. Lo sconquasso provocato in in tutta l’area dalla politica spregiudicata e feroce del governo guidato da Netanyahu, che ha trascinato nel conflitto le forze armate americane, al momento dunque non crea l’effetto domino. Trump, che immagina di scatenare una nuova offensiva contro gli Houthi, avrà il suo Nobel, ma per la guerra. La storia non conta. Come già sta facendo, basta cambiare i nomi.
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