Da Hormuz a Bari, a Palermo e a Reggio Calabria, fino a Benevento, dove il pastificio Rummo lancia l’sos: il blocco dei camion in Puglia fa mancare la semola di grano duro. “Non riusciamo a produrre”.
I primi a fermarsi sono stati infatti gli autotrasportatori della Puglia. Ma da venerdì 16 ottobre fino al 20, anche quelli di Calabria e Sicilia spegneranno i motori contro il caro carburante. E mano a mano che i giorni passano, si aggiungono al blocco gli allevatori e gli agricoltori, con effetti a catena sulle materie prime. Senza contare i contraccolpi sulle stazioni di servizio e dunque sugli automobilisti.
“Noi non ce la facciamo più. Dall’inizio della guerra c’è stato un rincaro di 50 centesimi al litro. Ora l’aumento del prezzo pesa sui camionisti tra i 1300 e i 1500 euro in più al mese”, spiega ad Huffpost Pasquale Russo, segretario di Conftrasporto, la sigla di Confcommercio che riunisce le principali associazioni e imprese del comparto trasporti e logistica. “Per ogni pieno – aggiunge – abbiamo calcolato un aumento di 350-500 euro a seconda del modello. Così non andiamo avanti”. La risposta del governo è una convocazione di un tavolo al ministero dei Trasporti per il 27 ottobre.
Ma la crisi dei carburanti è adesso, e riguarda tutto il sud Italia, non solo i professionisti del trasporto.
Le diverse vertenze, poi, si incrociano. I camion si fermano venerdì 16, ma sono già fermi gli operai dell’acciaieria che sabato 17 ottobre manifestano a Taranto. I lavoratori hanno bloccato le strade statali in uscita dallo stabilimento, comprese le autocisterne caricate alla raffineria di Taranto, ma almeno questi dovrebbero essere stati scongiurati fino all’incontro con il governo. Eni fa sapere che il blocco sta determinando ripercussioni negli aeroporti di Bari e Brindisi e che oltre 150 stazioni di servizio sulle circa 300 pugliesi sono prive di carburanti.
Senza contare che la rete nel sud ha meno punti di distribuzione: in Puglia ci sono 300 stazioni Eni, in Basilicata appena 30 e 100 in Calabria. Per fare un confronto: nel Lazio ce ne sono 447. Gli automobilisti meridionali si mettono in coda nelle stazioni che sono in grado di erogare carburante.
Conftrasporto e altre sigle chiedono al governo un incontro urgente. Ma per il momento da Palazzo Chigi e dal ministero dei Trasporti non sono arrivate risposte. “Siamo in presenza di una mobilitazione spontanea, ma se l’esecutivo continuerà a ignorarci, le principali associazioni di categoria saranno costrette a dichiarare il fermo nazionale. Blocchiamo il Paese”.
Già ora non si circola su molte strade del meridione. In Sicilia, ci sono presidi sulla statale Palermo-Agrigento e lungo la Gela-Catania. Blocchi e sit-in in Calabria, nel cosentino e lungo la statale 18, ma anche nel crotonese e in provincia di Reggio Calabria. La Puglia è la regione più coinvolta. La mobilitazione si sta diffondendo in Molise e in Campania. “La protesta si allarga di ora in ora perché gli imprenditori sono disperati. Il governo aveva promesso il credito di imposta da marzo fino ad agosto. Ma non s’è visto niente. Per settembre c’era un provvedimento ad hoc, ma anche in questo caso non è arrivato nulla. Noi ora chiediamo al governo di stanziare altre risorse da ottobre a fine anno e fino a quando durerà la crisi”, spiega il presidente di Conftrasporto.
La crisi del gasolio colpisce tutta l’Italia, ma il sud è più colpito del nord. Con il diesel tra 2,20 e 2,42 euro al litro, i margini di utile si azzerano, spiegano i camionisti. “Nel mezzogiorno le imprese sono più deboli rispetto al nord, ma soprattutto gli autotrasportatori devono percorrere più chilometri per il trasporto merci da sud verso nord e poi di nuovo in direzione sud”, dice Russo.
Fedralog, la Federazione autotrasporti logistica della Calabria, ha diramato un appello a operatori, famiglie e lavoratori perché si uniscano alla protesta. Angelo Derenzo, imprenditore di Vibo Valentia, mette in conto che la decisione avrà un impatto sulle materie prime. “Ci scusiamo con i cittadini ma non sappiamo più come fare. Siamo nel periodo cruciale della campagna agrumicola. Il 60-70 per cento dei trasporti verso il Nord in questo periodo riguarda gli agrumi: senza camion la merce non partirà. Ma dobbiamo fare qualcosa, non possiamo rassegnarci”, dice l’autotrasportatore.
La crisi del diesel può scaricarsi sulla tavola di tutti gli italiani. “Le mobilitazioni in corso stanno già producendo conseguenze pesanti per il comparto agricolo”, rileva Raffaele Drei, presidente di Confcooperative agroalimentare. Il blocco dell’autotrasporto al sud incide sui costi di frutta e verdura, e anche sulla reperibilità della merce. “Frutta e verdura hanno tempi di conservazione limitati. Deve essere sempre garantita la circolazione di prodotti ortofrutticoli freschi e deperibili che non possono attendere ai margini delle strade”, dice Drei che pure esprime solidarietà ai camionisti. “Siamo parte della stessa filiera”, dice.
Come ai tempi in cui a protestare erano i trattori, la protesta del carburante può arrivare dalla strada ai campi, fino al mare. Il 22 ottobre saranno i pescherecci a fermarsi. Salvatore Bella rappresenta il Comitato trasporto siciliano. “C’è un effetto domino che va fermato: sale il prezzo del carburante, cresce il prezzo dei beni che portiamo ai supermercati. Il rincaro si abbatte sull’utente finale. Noi fermiamo questa spirale. I camion rimarranno nei piazzali e le navi non saranno scaricate”, dice.
L’effetto a catena si fa sentire anche negli stabilimenti produttivi. Cosimo Rummo, amministratore dell’omonimo pastificio, prevede “conseguenze non più sostenibili per la continuità dell’attività produttiva” e chiede un intervento urgente dei ministri Salvini e Piantedosi. I blocchi stradali e autostradali in Puglia, spiega Rummo, impediscono il trasporto di materie prime essenziali – in primis la semola di grano duro – dagli impianti molitori pugliesi verso l’impianto di Benevento e numerosi altri stabilimenti produttivi. Senza il grano pugliese non si riesce a produrre la pasta nel Sannio.
Paradossalmente, la protesta contro il caro carburante al sud arriva nel giorno in cui il Senato approva il decreto carburante di giugno. Sedici milioni di euro per la riduzione delle accise. “Il governo c’è”, dice la senatrice leghista Tilde Minasi. Ma da Palazzo Chigi e dal ministero di Matteo Salvini non arrivano risposte. “L’Italia si sta bloccando. Dov’è Giorgia Meloni? Dov’è il governo?”, chiede la segretaria del Pd Elly Schlein. La presidente del consiglio è al Consiglio europeo, a trattare sugli Ets e sul costo del gas. Ma a Roma, nel suo governo, nessuno mette la faccia sulle prime forti proteste legate al caro carburante.
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