#Finsubito news dalla rete – Presentato il Rapporto 2026, I Colori dell’Energia



Brindisi. Presentato il Rapporto 2026 de I Colori dell’Energia, elaborato dal Comitato Scientifico con la super visione del Coordinatore Prof. Ugo Patroni Griffi.

“Un documento importante e guida con ‘Elementi di riflessione sul settore energetico italiano: l’importanza della filiera industriale’ – afferma il Prof Patroni Griffi – con l’obiettivo di guardare alla transizione con un approccio tecnologicamente neutrale, senza tifoserie tra fonti, e di misurarla su ciò che davvero resta ai territori, cioè la capacità manifatturiera, le competenze, il tessuto delle piccole e medie imprese che possono stare dentro le catene del valore dei grandi player oppure restarne ai margini”.

La presentazione del Rapporto ha visto la presenza del Commissario straordinario per la reindustrializzazione e la decarbonizzazione dell’area di Brindisi, S.E. Dott. Luigi Carnevale e con rappresentanti di ENI, Regione Puglia, Tecnopolo Mediterraneo, ENEA, UNIBA, Confindustria, Intesa Sanpaolo e CETMA.

Il documento pone una domanda a tutti i portatori d’interessi: “Rinnovabili e accumuli, idroelettrico e pompaggi, gas, nuovo nucleare, digitalizzazione e sicurezza delle reti, cornice europea e strumenti contrattuali come i PPA sono letti attraverso una sola domanda, quale filiera industriale vogliamo costruire nel Paese, e nel Mezzogiorno in particolare”.

Il Prof Ugo Patroni Griffi, nel ringraziare i componenti del Comitato Scientifico che hanno contribuito al Rapporto e a Gabriele Menotti Lippolis, che con questa seconda edizione conferma Brindisi come luogo in cui la transizione energetica si discute a partire dall’industria, ha consentito di pubblicare l’intera relazione nella sezione de Il Nautilus Lab consentendo così una dovuta riflessione da parte dei lettori interessati.

Presentazione Rapporto 2026 de «I Colori dell’Energia» lega sicurezza degli approvvigionamenti, competitività e sviluppo delle filiere nazionali

Ugo Patroni Griffi

1.- La crisi energetica ha cambiato la natura della transizione. Non si tratta più soltanto di ridurre le emissioni, ma di garantire continuità delle forniture, prezzi sostenibili e capacità industriale. Il Rapporto 2026 sulle filiere industriali del settore energetico italiano nasce da questa consapevolezza. Alla guerra russo-ucraina si è sovrapposta, nel 2026, la crisi mediorientale, che ha compromesso i transiti attraverso lo Stretto di Hormuz e ha contribuito a un aumento del 32 per cento, su base annua, del prezzo del gas europeo tra marzo e giugno. La diversificazione avviata dopo il 2022 ha attenuato il rischio legato al singolo fornitore; non ha però eliminato l’esposizione dell’Italia alle rotte marittime, ai noli, ai mercati internazionali e alla competizione globale per combustibili, materie prime e tecnologie.

2.- Il dato più eloquente riguarda la dipendenza energetica. Nel 2024 le importazioni nette rappresentavano il 73,9 per cento dell’energia disponibile in Italia, contro il 57,3 per cento della media europea. Per il gas naturale la quota saliva al 95,2 per cento. Sono numeri che spiegano perché uno shock internazionale si trasferisca così rapidamente sui costi delle imprese e, attraverso le filiere produttive, sull’intera economia.

Il confronto sui prezzi conferma questa fragilità. Nel secondo semestre del 2025, per le utenze non domestiche con consumi annui compresi tra 500 e 1.999 MWh, il prezzo dell’elettricità al netto dell’IVA e degli altri oneri recuperabili era pari in Italia a 22,03 centesimi per kWh, circa il 20 per cento in più della media dell’Unione europea, il 44 per cento in più della Francia e il 66 per cento in più della Spagna. Per le famiglie il divario è più contenuto, anche grazie a costi di rete tra i più bassi dell’area euro. La questione della competitività energetica riguarda dunque soprattutto il sistema produttivo e non può essere affrontata soltanto con misure emergenziali sulle bollette.

Diversificare fornitori e rotte resta indispensabile, ma non basta. In un mercato integrato, anche chi non acquista direttamente dal Paese coinvolto in una crisi paga la riallocazione dei carichi, l’aumento dei costi assicurativi e logistici e la maggiore competizione internazionale. La risposta strutturale consiste quindi nel ridurre il fabbisogno di combustibili importati e nel rendere il sistema capace di assorbire gli shock senza scaricarne integralmente il costo su famiglie e imprese.

3.- Efficienza energetica, elettrificazione, rinnovabili, reti, accumuli e flessibilità sono le leve operative dei prossimi anni. Devono però avanzare insieme. A luglio 2026 la capacità complessiva di solare ed eolico aveva raggiunto circa 61,3 GW, mentre il PNIEC indica per il 2030 poco più di 107 GW. Restano quindi da realizzare circa 46 GW. Il problema non è la scarsità delle iniziative. Alla fine del 2025 Terna registrava richieste di connessione per circa 329 GW di nuovi impianti rinnovabili. Quel dato, tuttavia, non descrive capacità prossima alla costruzione; misura soprattutto la distanza che separa una manifestazione di interesse da un progetto autorizzato, finanziato e cantierabile.

È in questa distanza che si concentrano molti dei limiti italiani. I procedimenti sono lunghi e incerti, le competenze si sovrappongono, le connessioni non sono coordinate con la maturità dei progetti, le infrastrutture di rete devono essere potenziate e i conflitti territoriali vengono affrontati troppo tardi. Servono regole stabili, amministrazioni tecnicamente attrezzate e una programmazione che colleghi autorizzazioni, reti, accumuli e domanda. La semplificazione non può ridursi alla modifica continua delle norme; deve tradursi in tempi prevedibili, responsabilità chiare e decisioni verificabili.

Anche l’efficienza energetica richiede un salto di qualità. Le misure monitorate da ENEA hanno prodotto, tra il 2021 e il 2025, risparmi per 5,08 Mtep, pari a circa l’85 per cento dell’obiettivo intermedio previsto dal PNIEC. Il dato è significativo, ma invita a concentrare gli incentivi sui risultati, considerando l’energia effettivamente risparmiata, la durata del beneficio e la riduzione dei picchi di domanda. Per le PMI ciò significa affiancare alla diagnosi energetica strumenti finanziari, assistenza tecnica e contratti nei quali la remunerazione sia collegata ai risparmi conseguiti.

4.- Il nuovo nucleare deve essere collocato nello stesso quadro di realismo. La legge 29 settembre 2026, n. 169, entrata in vigore il 15 ottobre 2026, delega il Governo a disciplinare la produzione e l’utilizzo dell’energia nucleare sostenibile e le diverse fasi del ciclo di vita degli impianti. È un passaggio istituzionale rilevante, ma non equivale alla decisione di costruire centrali. I decreti legislativi, da adottare entro dodici mesi, dovranno definire il programma nazionale, le tecnologie ammissibili, le procedure di localizzazione e autorizzazione, l’assetto dei controlli, la gestione dei rifiuti, le garanzie finanziarie e la ripartizione dei rischi.

Il nucleare può rappresentare, nel medio-lungo periodo, una fonte programmabile a basse emissioni e, già oggi, un’opportunità industriale per imprese italiane attive nell’ingegneria, nella componentistica, nei materiali, nei sistemi di controllo e nei servizi di fine vita. Non è però una risposta all’emergenza energetica attuale. Le ipotesi del PNIEC su un possibile contributo dal 2035 e su una capacità compresa tra 8 e 16 GW al 2050 sono scenari di pianificazione, non un programma di costruzione approvato. Ogni decisione dovrà essere preceduta da verifiche trasparenti su costi, tempi, siti, sicurezza, combustibile, rifiuti e allocazione degli extracosti.

5.- Il cuore del Rapporto 2026 è la dimensione industriale. La sezione D della classificazione ATECO, relativa alla fornitura di energia elettrica, gas, vapore e aria condizionata, comprendeva nel 2023 10.102 imprese e 97.841 addetti. È il nucleo operativo del settore, non l’intera filiera. La stima input-output elaborata dal Centro Studi de «I Colori dell’Energia» attribuisce a questo nucleo 29,5 miliardi di euro di valore aggiunto diretto e 50,1 miliardi lungo l’intera catena produttiva. Circa 20,6 miliardi sono generati fuori dal core energetico, nella logistica, nei servizi tecnici, nell’ingegneria, nella componentistica e nelle costruzioni. Ogni euro di valore aggiunto diretto ne attiva complessivamente circa 1,7.

Un diverso perimetro, costruito da Fondazione Symbola per le filiere delle rinnovabili, individua 37.655 imprese attive o potenzialmente attive, con una dimensione media di 9,5 addetti; quasi quattro su dieci operano nell’installazione e nella manutenzione. I due dati non sono sommabili, perché rispondono a criteri statistici differenti, ma convergono su un punto. L’energia mobilita una base produttiva molto più ampia delle sole utility.

L’Italia dispone di competenze rilevanti nei cavi e nei trasformatori, nell’elettronica di potenza, nell’automazione, nelle smart grid, nell’ingegneria degli impianti, nella geotermia, nelle bioenergie e nei servizi digitali. Il limite principale non è l’assenza di capacità, ma la difficoltà di trasformare competenze diffuse in scala industriale. Frammentazione produttiva, capitale circolante insufficiente, costi di qualificazione, carenza di professionalità specialistiche, tempi autorizzativi e dipendenze tecnologiche impediscono spesso alle imprese di compiere il salto dalla subfornitura occasionale alla presenza stabile nelle grandi catene del valore.

6.- La prima barriera è finanziaria. Commesse pluriennali, acquisti anticipati di materiali, garanzie contrattuali e collaudi differiti assorbono capitale circolante per periodi incompatibili con la struttura finanziaria di molte PMI. Nella pratica delle crisi d’impresa non è raro incontrare aziende industrialmente sane e con ordini in portafoglio che entrano in tensione per il disallineamento tra tempi di produzione, pagamento e incasso. Per questo la finanza di filiera deve essere collegata a ordini, avanzamenti e milestone verificabili. Il credito deve accompagnare la commessa, non arrivare quando la tensione di liquidità si è già trasformata in crisi.

La seconda barriera riguarda la qualificazione. Certificazioni, sistemi di qualità, tracciabilità, laboratori di prova e requisiti di cybersicurezza richiedono investimenti che una piccola impresa difficilmente sostiene da sola. Il divario digitale resta ampio. Nel 2024 disponeva di documenti formalizzati sulla sicurezza informatica soltanto il 35 per cento delle PMI, contro l’83,6 per cento delle grandi imprese. Con l’estensione degli obblighi di sicurezza lungo la catena dei fornitori, questa distanza rischia di trasformarsi in una barriera di accesso ai segmenti più avanzati e remunerativi della filiera.

La terza barriera dipende dal modo in cui vengono costruite le procedure di acquisto. Requisiti dimensionali o finanziari non proporzionati al rischio, lotti eccessivamente ampi, piani di approvvigionamento poco visibili e costi di certificazione interamente scaricati sui fornitori possono escludere imprese altamente specializzate. Non si tratta di ridurre gli standard di qualità e sicurezza, ma di rendere l’accesso graduale e trasparente, utilizzando lotti tecnicamente coerenti, raggruppamenti, reti d’impresa e percorsi di prequalificazione per fasi.

In questo quadro i grandi operatori possono diventare veri capofiliera. La visibilità sui programmi di investimento, i programmi di vendor development, i laboratori condivisi, l’accompagnamento alla certificazione e tempi di pagamento coerenti permettono alle PMI di investire e assumere. Il vantaggio non è unilaterale. Una base di fornitura più ampia, qualificata e territorialmente radicata rende anche i grandi committenti meno esposti alle interruzioni delle catene globali. Questo contributo va misurato con indicatori concreti, tra cui i nuovi fornitori qualificati, la quota di commesse accessibile alle PMI, gli investimenti congiunti, i tempi medi di pagamento, la crescita dell’export e la capacità delle imprese di operare per più clienti.

7.- La transizione offre al Mezzogiorno un’occasione che non può esaurirsi nell’installazione di impianti e nell’esportazione di energia verso le aree di consumo. La Puglia dispone di risorse rinnovabili, aree industriali, competenze manifatturiere, centri di ricerca e porti. Per l’eolico offshore, i porti sono infrastrutture industriali prima ancora che logistiche. Devono consentire l’assemblaggio, la movimentazione di componenti di grandi dimensioni e la manutenzione per l’intero ciclo di vita degli impianti. Banchine, fondali, aree retroportuali, collegamenti e servizi richiedono però programmazione e investimenti anticipati.

La ZES unica può contribuire con semplificazioni e incentivi, ma produce effetti soltanto se autorizzazioni, energia, rete, porti, formazione e servizi procedono con tempi compatibili con gli investimenti privati. Per Brindisi la riconversione dopo il carbone richiede progetti finanziabili, competenze trasferibili e una valutazione concreta delle ricadute sull’occupazione e sull’indotto. La disponibilità di siti industriali preesistenti è un vantaggio, ma non rende automaticamente conveniente qualunque tecnologia. La selezione deve partire dalla qualità dei progetti e dalla loro capacità di generare attività durevoli sul territorio.

8.- Il Rapporto non indica una tecnologia vincente. Propone un metodo. Le diverse opzioni devono essere confrontate a parità di servizio reso al sistema, considerando non solo il costo di produzione, ma anche tempi di realizzazione, disponibilità nelle ore critiche, reti e accumuli necessari, sicurezza, uso del suolo e dell’acqua, fabbisogno di materiali, maturità tecnologica e valore aggiunto industriale generato nel Paese. Neutralità tecnologica non significa assenza di priorità né incentivi identici per soluzioni che hanno funzioni e livelli di maturità differenti; significa scegliere sulla base di criteri omogenei, dati comparabili e responsabilità trasparenti.

Per la stessa ragione, il successo della transizione non può essere misurato soltanto in gigawatt installati o in risorse pubbliche impegnate. Occorre monitorare la riduzione effettiva della dipendenza energetica, i tempi di autorizzazione e connessione, i risparmi conseguiti, la disponibilità di reti e accumuli, la resilienza delle infrastrutture, il valore aggiunto prodotto in Italia, l’export, l’occupazione qualificata e la partecipazione delle PMI alle nuove commesse. Un cruscotto stabile di indicatori e stress test periodici consentirebbe di correggere le politiche quando i risultati si discostano dagli obiettivi.
La transizione sarà davvero un successo non quando avremo semplicemente installato la capacità che manca, ma quando una quota crescente degli investimenti si sarà trasformata, in Italia e nel Mezzogiorno, in imprese più solide, competenze, innovazione, export e lavoro qualificato. Sicurezza energetica e politica industriale sono due aspetti dello stesso progetto. Il compito delle istituzioni e delle imprese è farle procedere insieme.

Prof. Ugo Patroni Griffi


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