#Finsubito news dalla rete – Trump e le midterms, Del Pero: “Presidente impopolare? Sì, ma non scende sotto una certa soglia: i Maga restano con lui. Con vittoria Dem probabile stagione d’inchieste”


TRENTO. Tra poco meno di tre settimane, il 3 novembre prossimo, i cittadini americani saranno chiamati alle urne per rinnovare l’intera Camera dei rappresentanti e circa un terzo dei seggi – 35 su 100 – del Senato. Un voto, quello per le elezioni di metà mandato, che oltre a poter cambiare gli equilibri all’interno del Congresso – i sondaggi vedono i Democratici in vantaggio rispetto ai Repubblicani, che oggi controllano entrambe le aule – rappresenterà di fatto un giudizio complessivo sulla prima parte della nuova presidenza Trump.

 

Non a caso, nelle ultime settimane il tycoon sembra aver alzato il tiro, estremizzando ulteriormente la propria retorica e le proprie posizioni, anche in politica estera – guardando solo agli ultimi giorni, è arrivato a dare dello “jihadista” al candidato democratico al Senato per il Michigan Abdul El–Sayed e a sospendere un grosso pacchetto di sanzioni Usa contro la Russia approvate dal Congresso e che lui stesso aveva firmato – di fronte al vantaggio dei dem e al decrescente tasso di approvazione del presidente stesso. Con l’avvicinarsi del voto, quindi, quali sono i possibili scenari? Quali le prospettive in caso di vittoria dei democratici? Quali le strategie di Trump?

 

Il Dolomiti lo ha chiesto a Mario Del Pero – professore ordinario di Storia internazionale al Centre d’historie di Sciences Po, tra i massimi esperti di politica Usa e autore di Buio americano. Gli Stati Uniti e il mondo nell’era Trump – per fare il punto in vista di un appuntamento elettorale che avrà inevitabilmente un impatto internazionale.

 

Negli scorsi giorni Trump ha annunciato un accordo con Putin per rimettere sul mercato il diesel russo, e il Tesoro ha sospeso le sanzioni fino ad aprile 2027. Il giorno dopo ha detto che l’Ucraina dovrebbe cambiare presidente, accusando Zelensky di aver fatto salire i prezzi colpendo le raffinerie russe. Professore, l’accordo con il presidente russo e l’invito agli ucraini a cambiare leadership confermano un’inclinazione di fondo di Trump verso Mosca? Oppure sono soprattutto una mossa elettorale, per cercare di far scendere il prezzo del carburante prima del 3 novembre e scaricare su Kyiv la responsabilità dei rincari, legati anche alla guerra in Iran?

 

Credo siano entrambe le cose. C’è da una parte l’auspicio di poterne avere un qualche piccolo tornaconto elettorale. Se questo accordo, l’immissione di diesel russo nei mercati – presente, ma soprattutto futura – potesse andare a incidere sulle aspettative, e a far scendere anche di poco il prezzo dei carburanti alla pompa, magari di qualche centesimo, Trump rivendicherebbe di aver invertito la tendenza e cercherebbe di cavalcare la cosa elettoralmente. Non credo che questo sposterà tanti voti e opinioni, però questa dimensione c’è. Come c’è anche la volontà di offrire una narrazione che riorienti le responsabilità per l’alto costo della vita, per l’alto prezzo delle risorse energetiche, dalla guerra in Iran e da Trump stesso alla guerra in Ucraina e a Zelensky. Il messaggio all’elettore americano è: se il diesel costa 6,50 dollari al gallone, quando qualche mese fa ne costava 3,50, la colpa è di Zelensky. Non mia, né di Hormuz e dell’Iran. 

 

Dall’altro lato, però, c’è anche la volontà di tendere la mano a Mosca e di rilanciare una mediazione tutt’altro che imparziale, decisamente filo-russa, accompagnata anche dall’invito a Zelensky a farsi da parte. Credo che questa situazione segni il ritorno alle posizioni di inizio mandato: l’idea che la guerra in Ucraina debba finire, e finire a condizioni favorevoli alla Russia, e che la responsabilità per un mancato accordo finora sia principalmente di Kyiv e di Zelensky. 

 

Guardando ai sondaggi di gradimento, Trump è al momento ai minimi del suo secondo mandato. Eppure nelle primarie ha piegato chi lo sfidava. Il Partito repubblicano è ancora pienamente “trumpizzato”?

 

Trump è impopolare, su questo non ci piove. Dai sondaggi sono impopolari le sue politiche, è impopolare la sua gestione dell’economia. Aveva promesso di ridurre i prezzi, di riportare l’inflazione sotto controllo e contestualmente di abbassare i tassi di interesse: è accaduto il contrario. I prezzi sono elevati, l’inflazione è alta e la Fed, pur con un nuovo presidente voluto da Trump, ha alzato i tassi. Un dato è particolarmente emblematico: oggi i tassi fissi trentennali sui mutui ipotecari per l’acquisto di abitazioni sono al 7,4%. È chiaro che tutto ciò genera malessere, facilmente misurabile nell’indice di fiducia dei consumatori, che è ai minimi storici: addirittura sotto i livelli raggiunti durante il Covid e nel corso della crisi del 2008. E tutto ciò alimenta l’impopolarità del presidente. Il tutto senza contare la guerra in Iran, criticata dal 65-70% degli americani. 

 

Ci sono però un paio di considerazioni da fare. La prima è che questa impopolarità non scende mai sotto una determinata soglia. Secondo i dati di Gallup, Trump è l’unico presidente – da quando esistono queste rilevazioni, cioè dalla fine degli anni Trenta del secolo scorso – a non aver mai superato il 50% di gradimento. Ma è anche l’unico a non essere mai sceso sotto il 34%, minimo toccato dopo il tentato golpe del 6 gennaio 2021. Truman nel ’52, Nixon nel ’74, prima delle dimissioni, Bush nel 2008 erano per esempio arrivati intorno al 20-25%, molto di meno. Significa che circa un terzo del Paese, l’elettorato Maga, rimane comunque schierato con Trump. E’ lui a tenere unito questo mondo, che senza di lui probabilmente si sgretolerebbe, perché al suo interno convivono anime diverse. Trump è impopolare, e dovrebbe costare elettoralmente ai repubblicani, ma la sua impopolarità non va mai al di sotto di una determinata soglia. 

 

Quando mancano ormai poche settimane alle midterms, i democratici sono dati in vantaggio negli ultimi sondaggi alla Camera, con numeri invece più incerti al Senato – dove però potrebbero arrivare sorprese come quella del democratico James Talarico in Texas. Siamo di fronte a una possibile “onda blu” paragonabile a quelle del 2006 o del 2018?

 

Alla luce di questo, mi sorprenderebbe un’onda, uno tsunami blu. Stando ai sondaggi è molto probabile che i democratici riconquistino la Camera dei rappresentanti e che vincano anche a livello statale, dove del resto hanno ottenuto buoni risultati per tutto il decennio trumpiano. Oggi i governatorati, i governi unitari, le trifecta democratiche (Stati in cui lo stesso partito controlla governatore e le due camere statali, ndr) a livello statale sono molti di più di dieci anni fa, ed è presumibile che i democratici consolidino questi guadagni, questa crescita. Il Senato è più complicato, perché la mappa elettorale è un po’ sfavorevole: oggi però sembrano contendibili anche seggi come quelli del Kansas, dell’Iowa e, appunto, del Texas. Bisogna vedere. 

 

Non mi aspetto però una vera e propria onda blu, perché ci sono fattori che la frenano. Il primo è il gerrymandering, cioè il ridisegno molto spregiudicato dei collegi elettorali che è stato fatto in alcuni Stati repubblicani: secondo le stime dovrebbe valere al Gop tra i 5 e i 10 seggi in più alla Camera. Il secondo è la polarizzazione, con uno zoccolo duro che, appunto, continua a sostenere Trump. 

 

Presumibilmente però andremo verso un ulteriore rafforzamento dei democratici a livello statale. Un aspetto molto importante visto che sono proprio i governi statali – con le loro politiche pubbliche, con i ricorsi alle corti, le cause, l’attivismo legislativo e politico – che spesso si sono frapposti all’iniziativa presidenziale e, per certi aspetti, all’autoritarismo di Trump. Quanto alla Camera, se dovesse passare ai democratici sarebbe innanzitutto coinvolta nell’unica legge che ormai il Congresso sembra essere in grado di approvare, che è la legge di bilancio. E alcune commissioni della Camera attiverebbero i loro poteri di indagine e di investigazione, i loro poteri di chiamare a deporre sotto giuramento e di emettere dei subpoena. Credo li userebbero per lanciare una grande stagione di inchieste sulle tante vicende opache, anche d’affari, che hanno coinvolto Trump, i suoi familiari, figure e interessi economici vicini a questa presidenza. Lo farebbero perché forse è doveroso, ma anche con un occhio al ciclo elettorale del 2028 e al desiderio di trarne il massimo vantaggio possibile. 

 

All’inizio dell’anno, parlando ai deputati repubblicani, il presidente Trump aveva detto che, in caso di sconfitta alle midterms, i democratici sarebbero riusciti a metterlo sotto accusa. Se Trump uscisse nettamente sconfitto dalla tornata elettorale, cosa dobbiamo aspettarci? Paralisi, impeachment o una presidenza che si radicalizza (ulteriormente) tra decreti e contestazione dei risultati?

 

Innanzitutto, se il risultato non fosse netto e ci fosse una vittoria di misura, temo che dovremo aspettarci un’ingerenza nel processo di certificazione e convalida del voto. E poi le indagini. Spero davvero che i democratici non si lancino in un altro impeachment di Trump, che sottrarrebbe tempo, energie e risorse senza portare da nessuna parte. Però in caso di vittoria democratica, con un governo diviso, ci possiamo aspettare sicuramente una fase di alta conflittualità politico-istituzionale. 




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