Il DPB 2027 svela le carte e i numeri della prossima Manovra, smontando i piani del Governo: a rischio il nuovo taglio IRPEF, ma non solo. Più lontana l’idea della flat tax a 100.000 euro e anche il piano di detassazione delle tredicesime. Sulle pensioni? Non si esclude un taglio alla rivalutazione degli assegni
Tagliare l’IRPEF per il ceto medio, detassare tredicesime e aumenti contrattuali per i dipendenti, estendere la flat tax per le partite IVA e prevedere nuove forme di flessibilità sulle pensioni.
Il piatto ricco delle proposte che da agosto in poi hanno caratterizzato la discussione della maggioranza di Governo in merito alla Manovra 2027, viene smontato dai numeri.
Il Documento Programmatico di Bilancio pubblicato dal Ministero dell’Economia parla di una Legge di Bilancio tutt’altro che ricca: 23,5 miliardi è il valore complessivo, dei quali 14,5 miliardi per le spese in materia di difesa ed energia.
Restano sul piatto 9 miliardi in tutto e già arrivano i primi passi indietro, a partire dal taglio dell’IRPEF fino a 60.000 euro che potrebbe lasciare spazio a un cashback sulle spese sanitarie per i più fragili.
In bilico però anche le ulteriori promesse fatte sul fronte delle pensioni, con l’ipotesi dell’uscita a 64 anni che si allontana, così come appare sempre più difficile l’estensione della flat tax fino a 100.000 euro per le partite IVA.
Una panoramica delle notizie della settimana.
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Manovra 2027, al Fisco solo 2,1 miliardi e il taglio IRPEF si allontana
La pubblicazione dei conti legati alla Manovra 2027 è il tema che ha catalizzato l’attenzione nella settimana appena trascorsa e che indubbiamente resta al centro della discussione nell’attesa dell’approvazione da parte del Governo al disegno di legge che darà il via alla stagione parlamentare di Bilancio.
Quel che è certo ad oggi è che il piatto delle risorse è povero e può contare su un totale di 23,5 miliardi. Nel DPB 2027 al Fisco vengono riservati 2,1 miliardi, tutt’altro che sufficienti per rendere concrete le proposte avanzate dal Governo.
In testa il taglio dell’IRPEF per i redditi del cosiddetto ceto medio, fortemente voluto da Forza Italia.
Proseguendo nel solco degli interventi già posti in campo negli ultimi due anni, l’idea è di estendere la soglia dello scaglione al quale si applica l’aliquota del 33 per cento fino al limite di 60.000 euro, rispetto ai 50.000 euro previsti attualmente, con un risparmio fiscale fino a 1.000 euro.
Il costo? 2,7 miliardi di euro, più alto rispetto al totale ad oggi preventivato nelle tabelle sui conti della Manovra 2027 sul fronte fiscale.
Gli ostacoli però non sono solo sulle risorse, ma sugli obiettivi stessi che dovrà perseguire la Legge di Bilancio.
Ed è su questo punto che si riaccende la discussione sull’opportunità di un intervento per le fasce meno esposte alla crisi economica e inflazionistica, rispetto a misure maggiormente indirizzate ai più deboli.
Il taglio dell’IRPEF per il ceto medio potrebbe passare in secondo piano ed essere sostituito da un meccanismo di cashback fiscale per i meno abbienti: una card destinata alle persone anziane che anticiperebbe il meccanismo delle detrazioni per specifiche spese sanitarie, come come cure dentali, cure oculistiche, prestazioni che sono fuori dal Servizio sanitario nazionale o per l’acquisto di medicinali.
Dipendenti, la flat tax sulla tredicesima resta in bilico
Alla diatriba tra sostegni generalizzati e misure selettive si affianca anche il tema delle misure necessarie per il sostegno ai redditi da lavoro dipendente.
E, su questo fronte, nel calderone delle promesse legate alla Manovra 2027 ha trovato spazio la proposta di prorogare il sistema delle flat tax sui rinnovi contrattuali già previsto per il 2026.
Si tratta della misura che ha consentito di proteggere dal fenomeno del fiscal drag gli incrementi in busta paga derivanti dai rinnovi dei CCNL pagati nel corso del 2026, applicando una tassazione del 5 per cento ai titolari di redditi fino a 33.000 euro.
Nel “pacchetto lavoro” della Manovra 2027 si tratta di una delle misure sulle quali sono più volte arrivate dichiarazioni favorevoli alla proroga da parte dei ministeri competenti, ma sul tema delle flat tax per i dipendenti resta da sciogliere un ulteriore nodo.
Si tratta dell’idea, prevista dalla legge delega in materia di riforma fiscale, di prevedere una tassazione agevolata della tredicesima mensilità. Già nel corso dell’estate l’Onorevole Marco Osnato (FdI) l’aveva messa sul piatto dei possibili interventi della Legge di Bilancio 2027, avanzando l’idea di una tassazione sostitutiva del 10 o del 15 per cento fino a una determinata soglia reddituale.
Una promessa che rischia però di restare su carta.
La flat tax per le partite IVA fino a 100.000 euro? Facile a dirsi, difficile a farsi
Sul tema delle flat tax rischia poi di restare in sottofondo anche l’estensione della soglia per l’applicazione della tassazione del 15 per cento per le partite IVA.
Se parte della maggioranza di Governo continua a portare avanti l’idea di apertura fino a 100.000 euro rispetto alla soglia di 85.000 euro prevista ad oggi, su carta l’idea risulta tra le più complesse da realizzare, anche alla luce della necessità di avviare un dialogo e una trattativa preliminare con l’UE tenuto conto della disciplina comunitaria in materia di IVA.
Appare poi più urgente la necessità di prevedere in Manovra una conferma del limite di 35.000 euro che consente a dipendenti e pensionati di applicare il regime forfettario in caso di contestuale attività autonoma. Salvo interventi, dal 1° gennaio prossimo scenderà a 30.000 euro.
Senza un nuovo intervento normativo, l’effetto sarà doppio.
I contribuenti che cumulano una pensione o uno stipendio con una partita IVA forfettaria dovranno monitorare con attenzione la propria posizione nel corso del 2026.
Chi si colloca sopra la soglia di 30.000 euro perderà il diritto ad applicare la flat tax e, salvo proroghe, dal 1° gennaio 2027 sarà necessario passare al regime semplificato, applicando l’IRPEF per scaglioni e la gestione ordinaria di IVA e ritenute d’acconto.
L’impatto economico è messo nero su bianco nei conti della Legge di Bilancio 2026 e in particolare dal dato relativo al gettito extra atteso nel 2028. L’effetto di “rientro” nel sistema IRPEF porterà allo Stato un incasso di 82,1 milioni di euro, compensando in parte la perdita degli anni precedenti.
All’effetto fuoriuscita si affianca il blocco alle nuove adesioni in presenza di redditi di importo superiore a 30.000 euro.
Sul fronte delle partite IVA rischia poi di restare su carta anche l’idea di estendere la flat tax del 21 per cento sugli affitti commerciali, proposta portata avanti anche dal Viceministro dell’Economia, Maurizio Leo.
Pensionati, rivalutazione da 14 miliardi nel 2027, un conto salato e torna l’idea dei tagli
C’è poi il fronte aperto delle pensioni, sulle quali i temi in ballo sono due.
In prima battuta il conto pesante della rivalutazione: serviranno più di 14 miliardi per adeguare gli assegni all’inflazione.
Questa la voce maggiore che peserà sulla spesa previdenziale per il 2027, come indicato nel DPFP e, come evidenziato anche dalla Corte dei Conti nell’audizione presso le Commissioni riunite di Camera e Senato:
“Nel breve periodo le previsioni tengono conto degli effetti delle nuove stime di inflazione sul meccanismo di perequazione delle pensioni. La spesa aumenta del 4,2 per cento, raggiungendo i 366,5 miliardi nel 2027”.
Per l’effettivo indice di rivalutazione da utilizzare si attende, come ogni anno, il mese di novembre quando il Ministero dell’Economia pubblicherà il decreto con la percentuale di rivalutazione provvisoria delle pensioni per il 2027.
Ad oggi il meccanismo di rivalutazione è quello basato sulle tre fasce di importo, per cui la rivalutazione è riconosciuta al:
- 100 per cento per i trattamenti fino a 4 volte il trattamento minimo;
- 90 per cento per quelli tra 4 e 5 volte il minimo;
- 75 per cento per quelli superiori a 5 volte il minimo.
Le pensioni fino a quattro volte il trattamento minimo (che per il 2026 è pari a 611,85 euro), pertanto, riceveranno un aumento corrispondente al 100 per cento e dunque all’intera quota dell’indice di variazione che potrebbe essere del 2,9 per cento.
Le pensioni di importo superiore a 2.447,40 euro (4 volte il minimo) avranno invece un incremento ridotto come indicato nella tabella seguente. Le stime prendono in considerazione una rivalutazione del 2,9% che, secondo gli ultimi dati provvisori, dovrebbe essere la percentuale individuata dal decreto MEF.
| Fasce trattamenti complessivi | Percentuale indice perequazione da attribuire | Aumento del |
|---|---|---|
| Fino a 4 volte il trattamento minimo (TM) | 100 | 2,9 per cento |
| Tra 4 e 5 volte il TM | 90 | 2,61 per cento |
| Oltre 5 volte il TM | 75 | 2,17 per cento |
Ecco allora che in vista della prossima Legge di Bilancio non si esclude un nuovo intervento sul meccanismo di indicizzazione delle pensioni medio-alte come accaduto nel biennio 2023/2024.
Sul fronte pensionistico poi rischia di rimanere nell’ombra la proposta di consentire anche a chi ha iniziato a versare contributi prima del 1996 di uscire dal lavoro a 64 anni e con 25 anni di contributi.
Portata avanti dalla Lega, la proposta costerebbe circa 1,5 miliardi all’anno e coinvolgerebbe circa 80.000 lavoratori, secondo i dati diffusi dal Sottosegretario al Lavoro, Claudio Durigon. Nella difficile partita della Manovra 2027 diventa però improbabile che si riescano a costruire nuove forme di flessibilità per l’uscita dal lavoro.
Non solo Manovra 2027: è tempo di nuovi bonus e l’INPS “inciampa” sulle PEC alle imprese
Alla partita in corso della Manovra 2027 si affianca il piano delle misure già in campo.
In testa l’avvio della Carta dedicata a Te 2026: entro il 23 ottobre si attendono le liste definitive dei beneficiari, che in alcuni casi potranno includere anche nuclei familiari percettori di Naspi o assegno di inclusione.
Il bonus spesa è incompatibile con le misure di sostegno già riconosciute a livello statale, regionale o comunale alla data del 3 agosto. Per le assegnazioni successive il veto viene meno.
Parte poi la macchina operativa per il bonus mamme lavoratrici: l’INPS ha pubblicato la circolare con le istruzioni su requisiti e domanda il 16 ottobre 2026 ed entro dicembre partirà il pagamento del contributo fino a 720 euro. Resta ancora da definire la data di avvio della procedura di richiesta.
Sempre dall’INPS sono poi partite nelle ultime settimane le PEC alle imprese che hanno beneficiato dei bonus assunzione per giovani under 35 nel 2023. Le missive informano sul cambio della fonte di finanziamento, una modifica che a detta dell’Istituto non avrebbe impatti operativi.
Come evidenziato però sulle pagine di Informazione Fiscale e da autorevoli Professionisti, c’è però il rischio concreto che anche le singole imprese debbano attivarsi per adempiere agli obblighi di comunicazione previsti dalla normativa UE, e in particolare dall’articolo 50 del Regolamento 2021/1060. La questione resta quindi aperta, in attesa di ulteriori sviluppi.
Per chi fosse interessato ad approfondire, consigliamo di guardare l’intervista a Manuela Baltolu, Consulente del Lavoro, con alcuni importanti chiarimenti a intermediari e imprese.
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