A sette giorni dalle elezioni del 27 ottobre, Benjamin Netanyahu può contare su un risultato che in pochi avrebbero immaginato dopo tre anni di guerra: l’economia israeliana. Nonostante il conflitto su più fronti, Israele continua a crescere, attirare capitali esteri e vendere tecnologia nel mondo. “L’economia israeliana ha dimostrato di essere resistente alla guerra” analizza per Huffpost Zvi Eckstein, economista israeliano, vicegovernatore della Banca d’Israele dal 2006 al 2011, oggi direttore dell’Aaron Institute for Economic Policy della Reichman University.
“Una cosa va riconosciuta a Netanyahu – dice Eckstein – in questi ultimi quattro anni, le politiche macroeconomiche e microeconomiche sono state nel complesso abbastanza buone. Non hanno provocato danni gravi”. Anche se il costo della vita è cresciuto ed è uno dei più alti tra i Paesi occidentali e il conto delle guerre ovviamente pesa sui bilanci pubblici.
“Non sono un agente di borsa, ma direi di comprare qualsiasi cosa in Israele, perché Israele è in crescita”, ha dichiarato Netanyahu alla Cnbc lo scorso giugno. I numeri gli danno ragione. L’economia israeliana è cresciuta dell’1% nel 2024 e del 2,9% nel 2025, ora la Banca d’Israele prevede una crescita del 4% nel 2026 e del 5,5% nel 2027. Previsioni che dipendono, ovviamente, anche dall’andamento dei conflitti. Tra aprile e giugno del 2026 il PIL è cresciuto di circa il 3,6% rispetto ai tre mesi precedenti. Anche gli altri indicatori confermano la tenuta dell’economia: a luglio la disoccupazione tra i 25 e i 64 anni era al 3,2%, mentre l’inflazione era scesa all’1,5%. È migliorata anche la fiducia degli investitori, tanto che il rischio associato a Israele sui mercati finanziari è tornato vicino ai livelli precedenti al 7 ottobre 2023.
Secondo Eckstein questa resistenza ha differenti ragioni. “Se escludiamo i conflitti con l’Iran, il primo durato soltanto dodici giorni e il secondo alcune settimane, per la maggior parte del tempo le attività economiche nel centro di Israele hanno continuato a funzionare normalmente. Le zone maggiormente colpite sono state alcune aree del sud e del nord, relativamente limitate e con una popolazione ridotta. Nel complesso, quindi, l’attività economica israeliana ha continuato a funzionare piuttosto bene”, commenta il professore.
La mobilitazione dei riservisti non ha compromesso in maniera sostanziale il mercato del lavoro. “All’inizio della guerra erano stati richiamati circa 250mila riservisti, ma in media sono stati meno di 100mila, molti dei quali studenti. Il tasso di occupazione è sceso solo dall’80% al 78%”, continua.
Come spiega l’Economist in una interessante analisi, l’economia israeliana ha resistito grazie al settore tecnologico, che vale circa il 20% del PIL e genera quasi la metà dell’export. Cybersicurezza, semiconduttori, software e intelligenza artificiale trovano clienti internazionali anche in guerra. Nvidia, che nel 2019 ha acquisito l’israeliana Mellanox, dà lavoro nel Paese a circa 6mila persone. “Nel secondo trimestre del 2026, la quota di lavoratori tra i 25 e i 64 anni impiegati nell’alta tecnologia aveva raggiunto circa il 12%, uno dei livelli più elevati mai registrati”, spiega Eckstein. “Google ha acquistato Wiz, una società israeliana di cybersicurezza, per 32 miliardi di dollari nel pieno della guerra. Le grandi società internazionali hanno continuato a credere nella capacità dell’economia israeliana di funzionare e crescere”.
L’aumento delle spese per la difesa ha portato nuovi affari alle aziende israeliane che producono armi, droni e sistemi di sicurezza. Secondo l’Economist, almeno 800 imprese del Paese vendono tecnologie militari al governo israeliano. Crescono anche le esportazioni di sistemi di difesa.
La crescita, però, non è distribuita in modo uniforme. Dopo il 7 ottobre circa 200mila lavoratori palestinesi non hanno più potuto entrare in Israele per lavorare; il richiamo dei riservisti ha sottratto altra manodopera alle aziende. Edilizia, agricoltura e turismo hanno pagato un prezzo ben diverso da quello delle società tecnologiche. La crescita economica non migliora il tenore di vita di tutti. Israele resta uno dei Paesi più cari dell’OCSE: pesano i prezzi delle case, degli alimentari e la scarsa concorrenza in diversi mercati. Tra ottobre 2023 e agosto 2026 i prodotti alimentari sono rincarati di circa il 7,8%.
La guerra ha lasciato un conto pesante per lo Stato. Tra il 2023 e il 2026, le spese legate ai conflitti sono stimate in circa 350 miliardi di shekel (oltre 100 miliardi di euro), mentre il debito pubblico è passato dal 60% del PIL prima del 7 ottobre a quasi il 69% alla fine del 2025. E con Netanyahu intenzionato ad aumentare ulteriormente il bilancio della difesa, il rischio è che nei prossimi anni rimangano meno risorse per la sanità, l’istruzione e l’assistenza sociale. Secondo Haaretz, a pesare sulle prospettive economiche è anche l’uscita da Israele di professionisti qualificati a causa della guerra.
Il punto è che tre anni di guerra hanno cambiato profondamente lo Stato. Israele, nato dalla tradizione del sionismo laburista, che aveva fatto dell’istruzione, della sanità e dell’assistenza sociale alcuni dei pilastri dello Stato, è scivolato sempre più verso un’economia in cui le esigenze militari e di sicurezza vengono prima di tutto il resto. “Prima della guerra, il bilancio della difesa rappresentava circa il 5% del PIL. Nel 2024, 2025 e 2026 è arrivato intorno al 9%. Questo livello di spesa non è sostenibile senza aumentare le tasse o ridurre la spesa sociale” commenta l’economista.
Eckstein vede grandi rischi per il futuro di Israele. Il più preoccupante è il costo economico delle profonde divisioni che attraversano la società israeliana. “La popolazione ebraica è divisa quasi a metà tra chi sostiene Netanyahu, compresi gli ultra-ortodossi e l’estrema destra, e chi vorrebbe tornare alle politiche del passato”, spiega. Una frattura che riguarda anche il futuro della democrazia. “Questo governo vuole trasformare Israele in un Paese molto simile all’Ungheria di Viktor Orbán”, avverte, riferendosi ai tentativi di ridimensionare l’indipendenza della magistratura attraverso la riforma della giustizia. A dividere gli israeliani sono anche la richiesta di una commissione d’inchiesta indipendente sul 7 ottobre, la politica verso i palestinesi e soprattutto le esenzioni dal servizio militare e i finanziamenti agli ultra-ortodossi e ai coloni.
Scelte che sottraggono risorse ad altri settori e ostacolano le riforme necessarie alla crescita. “Se prendessimo i finanziamenti destinati ai coloni della Cisgiordania e agli ultra-ortodossi e li trasferissimo alla sanità, all’istruzione e agli altri servizi pubblici, potremmo sostenere anche una spesa militare relativamente più elevata senza dover aumentare sostanzialmente le tasse”.
Il problema degli ultra-ortodossi, o Haredim, peserà soprattutto sul lungo periodo. Secondo l’Israel Democracy Institute, gli ultra-ortodossi rappresentano oggi il 14,3% della popolazione israeliana, crescono del 4,2% all’anno e potrebbero arrivare a costituirne circa il 22-24% entro il 2050. “Oggi gli uomini ultra-ortodossi rappresentano circa l’8% della popolazione israeliana in età lavorativa, ma la rapida crescita demografica della comunità rischia di rendere sempre più pesante il costo della loro scarsa partecipazione al mercato del lavoro”, chiarisce Eckstein.
Le elezioni del 27 ottobre, conclude l’ex vice-governatore della Banca di Israele, rappresentano “un punto di svolta” per il futuro di Israele. “Il nuovo governo dovrà trovare un equilibrio da trovare tra spese militari, servizi pubblici e tasse”. Nel 2024 l’Economist scriveva che Israele si trovava davanti a una scelta difficile tra i due pilastri del proprio modello: un esercito forte e uno Stato sociale. Le elezioni saranno decisive anche per capire quale direzione prenderà il Paese.
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link



