La NBA riparte. 30 franchigie, 82 partite per una cavalcata adrenalinica lunga fino all’11 aprile. Così la regular season che deciderà da chi sarà rappresentato il club di eletti che accederanno ai playoff. Da lì inizia il rush finale, che porterà dapprima al primato nella propria conference e dunque accedere alle vere e proprie finals. Ma per adesso il primo obiettivo per i 540 giocatori del massimo campionato cestistico nordamericano è quello di tornare sul parquet e aprire la lunga stagione.
La Lega gioca invece una partita parallela a quella sportiva, una sfida che si gioca fuori dal campo, dove il valore dei diritti audiovisivi, la crescita degli investimenti commerciali e la capacità di raggiungere nuovi pubblici stanno ridisegnando le dimensioni economiche di uno dei principali campionati sportivi al mondo. La stagione 2026/27 comincia con una base di partenza che racconta già molto: secondo le stime di Forbes, il business NBA ha sfiorato i 14 miliardi di dollari nel 2025/26, registrando un incremento del 12% rispetto all’annata precedente.
Il dato comprende anche i ricavi generati dagli eventi non NBA ospitati nelle arene delle franchigie, una componente che contribuisce a spiegare la capacità delle società di valorizzare le proprie infrastrutture anche al di fuori del calendario cestistico.
Lezione che alle nostre latitudini è ancora lontana da essere imparata.
La dimensione del fenomeno, tuttavia, non cambia: è tutto l’ecosistema NBA che continua a crescere, sostenuto da un modello nel quale spettacolo sportivo, intrattenimento, diritti media e attività commerciali si alimentano reciprocamente, in un circolo virtuoso in costante espansione.
Supponendo che la crescita del 12% dovesse mantenersi anche nel nuovo campionato, il valore complessivo potrebbe avvicinarsi a 15,7 miliardi di dollari. Si tratta chiaramente di una proiezione, non di una previsione ufficiale della lega, ma il contesto offre diversi elementi a sostegno di questa ipotesi e un incremento pari a 1,7 miliardi in una stagione non è una cifra balzana, considerando tre direttrici di ricavo che spingono verso l’alto: diritti audiovisivi, ascolti live e da casa e valore delle sponsorizzazioni.
NBA, il nuovo ciclo dei diritti tv e la strategia (vincente) multipiattaforma
La stagione 2025/26 ha segnato l’esordio del nuovo accordo nazionale sui diritti media, siglato con Disney, NBCUniversal e Amazon per un valore complessivo superiore a 76 miliardi di dollari nell’arco di undici anni, fino al 2035/36. Un contratto che non si limita ad aumentare le risorse economiche a disposizione della lega, ma amplia anche le possibilità di fruizione attraverso cui il “prodotto NBA” è in grado di raggiungere il pubblico.
Secondo i dati diffusi dalla stessa NBA, durante la regular season 2025/26 circa 170 milioni di persone negli Stati Uniti hanno seguito le partite attraverso ABC/ESPN, Amazon Prime Video, NBC/Peacock e NBA TV, con una crescita dell’86% rispetto alla stagione precedente e il miglior risultato degli ultimi 24 anni, mentre i canali social della lega hanno raggiunto 228 miliardi di visualizzazioni.
La crescita del pubblico televisivo e digitale non intacca in alcun modo la partecipazione dal vivo: l’affluenza complessiva ha superato i 22,18 milioni di spettatori nel triennio 2023/24-2025/26, il dato più alto mai registrato su un arco di tre stagioni.
Il nuovo ciclo dei diritti, in questo senso, costituisce un’ulteriore leva di crescita che va oltre il corrispettivo economico garantito dagli accordi perché, la maggiore distribuzione delle partite e l’ingresso di nuovi operatori contribuiscono solo ad ampliare la platea raggiungibile e a rafforzare l’attrattività del campionato.
Più punti d’accesso, uguale più pubblico e più interesse da parte dei potenziali partner commerciali e dei mercati internazionali.
Classifica stipendi
Al via la stagione NBA 26/27: ecco tutti i re del parquet
Stephen Curry guida la classifica degli stipendi con 62,59 milioni di dollari, davanti a Nikola Jokic e Jayson Tatum. Il salary cap sale a quasi 165 milioni, mentre tre franchigie superano i 220 milioni di monte ingaggi.
Sponsorizzazioni NBA, investimenti record e nuove categorie merceologiche
L’altra direttrice chiave per la crescita dei ricavi arriva dal mercato delle sponsorizzazioni. Secondo SponsorUnited, nella stagione 2025/26 i ricavi delle franchigie NBA derivanti dalle partnership commerciali hanno raggiunto il livello record di 1,8 miliardi di dollari, con un aumento dell’11,1% su base annua.
La nota interessante non è però la mera crescita di valore, bensì il fatto che il mercato continua ad allargarsi a nuove categorie merceologiche, mentre i settori già presenti consolidano la propria capacità di investimento. La finanza si è collocata al primo posto per spesa in sponsorizzazioni, con 318 milioni di dollari, mentre la tecnologia ha rappresentato uno dei principali motori nell’ingresso di nuovi partner ed è lecito pensare che aumenterà sempre più il suo peso.
Per le aziende, la NBA offre un sistema di comunicazione che combina visibilità televisiva, contenuti digitali, presenza negli impianti e accesso a un pubblico internazionale. Per le franchigie, invece, il valore non dipende più soltanto dal risultato sportivo o dalla notorietà dei singoli giocatori, ma dalla capacità di costruire relazioni commerciali continuative e di valorizzare un insieme di asset che comprende anche dati, contenuti, hospitality e attivazioni con i tifosi.
È una combinazione che aiuta a spiegare perché il business NBA continui ad attirare capitali e perché le valutazioni delle franchigie abbiano raggiunto livelli record, tema già approfondito da Sport e Finanza nei giorni scorsi.
Da 30 a 32 franchigie, la mancanza (assurda) di Las Vegas e il possibile ritorno di Seattle
Su queste basi si innesta anche l’ipotesi, non così remota, di espansione del campionato, che potrebbe passare dalle attuali 30 a 32 franchigie. Nella scorsa primavera, il Board of Governors della NBA ha autorizzato l’avvio di un’analisi formale per valutare l’ingresso di due nuove squadre, individuando Las Vegas e Seattle come mercati potenziali. La decisione non equivale ancora all’approvazione di due nuove franchigie, ma rappresenta un passaggio concreto nel percorso di valutazione avviato dalla lega, che ha incaricato la banca d’investimento PJT Partners di analizzare i mercati, i possibili gruppi proprietari, le infrastrutture e le implicazioni economiche dell’operazione.
Las Vegas è una candidata particolarmente interessante per la capacità di attrarre turismo internazionale, ospitare grandi eventi e costruire un’offerta sportiva e di intrattenimento attiva durante tutto l’anno. Per una città che ha fatto dello spettacolo e dell’intrattenimento una parte essenziale della propria identità, l’assenza di una franchigia NBA rappresenta una singolare peculiarità.
Seattle, invece, avrebbe anche il significato di un ritorno. La città dello Stato di Washington ha ospitato i SuperSonics dal 1967 al 2008, quando la franchigia si trasferì a Oklahoma City assumendo il nome di Thunder. Una storia sportiva importante, con una tifoseria consolidata e un bacino economico di rilievo nel Pacifico nord-occidentale, che rendono Seattle una candidata naturale per riportare la NBA in un mercato rimasto senza una squadra per quasi vent’anni.
La NBA non ha ancora autorizzato l’espansione né fissato una data per l’ingresso delle nuove squadre e, il percorso resta subordinato alle valutazioni economiche e alle decisioni dei proprietari, ma l’ipotesi di arrivare a 32 franchigie è ben più di una suggestione.
Anche perché, l’eventuale ingresso delle due franchigie avrebbe conseguenze che vanno oltre l’allargamento del calendario e la distribuzione dei talenti, rappresentando invece un trampolino per una crescita ulteriore dove il traguardo dei 14 miliardi di dollari raggiunto lo scorso anno, e i quasi 16 stimati per quest’anno potrebbero diventare presto record superati.
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