#Finsubito news dalla rete – Revolut down, cosa sta succedendo e perché c’entra Google


Il Pos che rifiuta la carta, l’app che non si apre, lo sportello che non eroga contanti: per i clienti Revolut martedì è iniziato così. In diversi Paesi europei, Italia compresa, gli utenti della banca digitale stanno riscontrando diversi problemi a pagare, prelevare o trasferire denaro. Per trovare l’origine del blocco bisogna spostarsi a Londra, nei data center di Google Cloud, colpiti da un guasto che ha messo in difficoltà anche altre banche, aziende e perfino alcuni tribunali del Regno Unito.

Revolut ha confermato il disservizio assicurando che fondi e dati sono al sicuro, mentre Google ha indicato come causa un problema di alimentazione. L’episodio riporta al centro la dipendenza del sistema finanziario da pochi grandi fornitori di cloud, già sotto la vigilanza diretta delle autorità britanniche ed europee, e arriva a poche settimane da un altro episodio delicato per la società, quando alcuni hacker, fingendosi la procura di Milano, avevano ottenuto i dati di centinaia di clienti.

 

In questo articolo:

 

  • La giornata nera di Revolut
  • Il collegamento con Google Cloud
  • Le altre aziende coinvolte
  • Banche e cloud, la dipendenza che preoccupa i regolatori
  • Revolut, la seconda scossa in poche settimane

 

La giornata nera di Revolut

I primi segnali sono arrivati nelle prime ore della mattinata. Dall’app di Revolut gli utenti non riescono a disporre bonifici né a convertire denaro da una valuta all’altra, due delle funzioni più utilizzate della piattaforma. Sul sito web la situazione è più grave, dove l’accesso all’area personale risulta del tutto impossibile. Il blocco si estende anche ai pagamenti con le carte e ai prelievi agli sportelli automatici, lasciando di fatto i clienti senza accesso al proprio denaro.

La società ha confermato il problema, prima con un post su X e poi in una dichiarazione a Borsa&Finanza. “Attualmente stiamo riscontrando un’interruzione che interessa diversi servizi a causa di un guasto recente su Google Cloud”, ha spiegato un portavoce di Revolut Bank. “Confermiamo che i fondi e i dati di tutti i nostri clienti sono al sicuro. Stiamo lavorando per risolvere il problema da quando è stato individuato questa mattina e ci scusiamo con tutte le persone coinvolte per l’inconveniente arrecato“.

Al momento nessuna indicazione è stata fornita sui tempi di ripristino.

Il collegamento con Google Cloud

Per capire l’origine del problema bisogna spostarsi a Londra, nei data center di Google. Il gruppo statunitense ha confermato difficoltà su decine di servizi nella regione denominata “europe-west2”, il complesso londinese pensato principalmente per la clientela di Regno Unito e Irlanda. Secondo il sito di monitoraggio delle interruzioni di Google, il guasto è iniziato alle 8.08 ora italiana e si è manifestato con elevati tassi di errore e interruzioni di rete intermittenti. Tra i sistemi colpiti figurano Google Compute Engine, Cloud Storage e Cloud SQL, componenti di base dell’infrastruttura su cui migliaia di aziende fanno girare applicazioni, dati e servizi online.

Nelle ore successive Google ha individuato nella causa un “problema di alimentazione”. In una prima fase la società si era limitata a comunicare che il proprio team di ingegneri stava indagando, mentre un portavoce, interpellato dall’Afp, aveva spiegato che gli accertamenti erano ancora in corso, senza aggiungere dettagli

Revolut, che ha sede a Londra, gestisce sia le app sia i sistemi di back-end su Google Cloud. La collaborazione tra le due società è stata ampliata a settembre 2025 con un accordo strategico pluriennale, che copre anche gli strumenti di intelligenza artificiale impiegati dalla banca per individuare le frodi.

Le altre aziende coinvolte

L’effetto del guasto si è propagato ben oltre Revolut. Google Cloud è uno dei pochi grandi fornitori di cloud computing la cui infrastruttura sostiene milioni di piattaforme online, e le ripercussioni si sono viste su più settori. Tra le banche, Lloyds e Halifax hanno segnalato malfunzionamenti alle proprie app, con Halifax che ha confermato problemi sia online sia sull’applicazione. Disservizi sono stati registrati anche dal portale immobiliare Rightmove, dal servizio di consegne Dpd e da alcuni tribunali britannici.

La Bbc ha riferito che diverse aziende hanno avuto difficoltà in seguito al down della piattaforma in Europa, mentre su Downdetector le segnalazioni relative a Google Cloud sono cresciute nel corso della mattinata. In Germania, nelle stesse ore, ING ha comunicato che alcuni clienti non riuscivano ad accedere all’online banking e all’app a causa di un guasto tecnico. La banca non ha collegato il problema all’interruzione di Google.

Sul fronte del ripristino, Google ha raccomandato ai clienti di trasferire, dove possibile, i propri carichi di lavoro su un’altra zona o regione, e ha fissato il successivo aggiornamento a mezzogiorno ora britannica. 

Banche e cloud, la dipendenza che preoccupa i regolatori

Quello che è successo a Londra tocca un tema su cui le autorità di vigilanza lavorano da tempo: quanto le banche dipendano da pochi grandi colossi tecnologici. Oggi buona parte delle operazioni bancarie quotidiane, dai pagamenti alla gestione dei conti, gira su infrastrutture cloud fornite da società esterne. Negli ultimi anni i regolatori europei hanno più volte espresso preoccupazione per questa concentrazione, e tra il 2025 e il 2026 sono passati dalle parole ai fatti, sia nel Regno Unito sia nell’Unione europea.

A Londra la svolta è arrivata a luglio. Il governo britannico ha inserito quattro big del cloud, Google Cloud, Amazon Web Services, Microsoft e Oracle, nella categoria dei “fornitori terzi critici” per il sistema finanziario. Da metà luglio queste società sono sorvegliate direttamente dalla Bank of England e dalle autorità di vigilanza finanziaria britanniche, come accade per le stesse banche. In concreto, devono dimostrare di saper prevenire e gestire i guasti, ripristinare rapidamente i servizi e tenere informati regolatori e clienti quando qualcosa va storto. Le banche, dal canto loro, restano responsabili delle scelte sui fornitori a cui si affidano e dei propri piani di emergenza. 

Anche Bruxelles si è mossa nella stessa direzione. Con il regolamento europeo sulla resilienza digitale del settore finanziario, noto come DORA e in vigore da gennaio 2025, le autorità di vigilanza dell’Unione hanno stilato a novembre 2025 una prima lista di 19 fornitori tecnologici considerati critici. Accanto a Google Cloud compaiono nomi come Amazon, Microsoft, Oracle, SAP, operatori di telecomunicazioni come Orange e Deutsche Telekom e fornitori di dati come Bloomberg. Su queste aziende i regolatori europei possono svolgere controlli diretti e, nei casi più seri, chiedere alle banche di sospendere o interrompere il rapporto con un fornitore che non risolve i problemi riscontrati.

Revolut, la seconda scossa in poche settimane

Per la banca digitale non è il primo capitolo difficile di questa stagione. Nelle scorse settimane la banca era stata al centro di un incidente di sicurezza nato non da una falla nei suoi sistemi ma da un’operazione di ingegneria sociale. Un gruppo di criminali informatici che si fa chiamare “IAmNotAVillai” aveva compromesso, circa sei mesi prima, una casella di posta elettronica certificata con dominio @pec.interno.it, in uso a strutture del ministero dell’Interno.

Da quell’indirizzo era partita verso la sede lituana di Revolut una richiesta di informazioni presentata come un’indagine della procura di Milano. La comunicazione, formalmente regolare e proveniente da un dominio istituzionale, aveva portato la banca a consegnare i dati senza verifiche dirette con le forze dell’ordine. I criminali erano così entrati in possesso dei dati di quasi 700 clienti: copie dei passaporti, indirizzi di residenza, numeri di conto e dettagli delle transazioni. Revolut aveva parlato di una “sofisticata truffa”,  precisando che i propri sistemi informatici non erano stati violati e che dai conti non erano stati sottratti fondi.

Nata a Londra, dove ha tuttora sede, Revolut è la startup di maggior valore in Europa: è valutata 121,1 miliardi di dollari, più di istituti tradizionali come Barclays, Lloyds e Santander. La banca digitale dichiara oltre 80 milioni di clienti retail e cresce al ritmo di circa un milione di nuovi utenti ogni 17 giorni, un andamento che dovrebbe portarla oltre quota 100 milioni entro metà 2027.


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