#Finsubito news dalla rete – Debito Usa, Intelligenza artificiale e la crisi possibile


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Da un certo tempo crescono le preoccupazioni per la tenuta del sistema finanziario statunitense, con tutte le conseguenze che una sua crisi comporterebbe anche a livello globale, anche se sino ad oggi, smentendo molte previsioni negative fatte nell’ultimo anno, il sistema sembra reggere, sia pure sulla base di un equilibrio molto precario. Il fatto è che i mercati finanziari sono in questo momento fragili come non sono mai stati dal settembre 2008 ad oggi. Così da molte parti si pensa, sulla base di elementi in effetti molto persuasivi, che prima o poi ci sarà un’altra crisi finanziaria; anche se la gente dimentica presto e diventa compiacente, le tensioni nei mercati finanziari sono diventate troppo grandi e troppo potenti (Elliott, 2026) per essere accantonate. Dei segni che i mercati sono comunque in questo periodo nervosi sono rappresentati, tra l’altro, dalle difficoltà del settore delle obbligazioni, in particolare con molte vendite sul comparto dei titoli pubblici e anche dal recente cedimento del mercato finanziario sud-coreano.

Le preoccupazioni in giro sono tanto più forti in quanto i possibili punti di attacco di una crisi sono diversi. Elenchiamo brevemente quelli principali. Intanto c’è il problema del debito pubblico statunitense; esso è cresciuto fortemente e si colloca ormai intorno ai 40.000 miliardi di dollari, una somma enorme, mentre i tassi di interesse sui titoli sovrani Usa a 10 anni si fissavano nei primi giorni di ottobre intorno al 5,3% annuo, una cosa mai vista, mentre da qualche parte si prevede che essi potrebbero presto arrivare sino al 6,0%. In particolare poi l’aumento dei costi dei prestiti pubblici sta avendo influenza sul credito alle imprese, in particolare a quelle più deboli finanziariamente e comunque minacciando in generale di ridurre investimenti, acquisizioni, piani di sviluppo delle stesse imprese in generale (Duguid ed altri, 2026). Incidentalmente può essere oggetto di curiosità il fatto che in Cina un titolo pubblico della stessa durata di quello statunitense frutti un interesse dell’1,7%, con una differenza in meno di ben 3,6 punti. Ma i livelli di debito e i tassi di interesse relativi non aumentano solo negli Stati Uniti, il fenomeno si registra anche in altri paesi, per effetto tra l’altro dell’aumento dei livelli di inflazione e dei deficit pubblici. In queste settimane è così in evidenza il caso della Francia, mentre lo spread con la Germania è ai livelli più alti dal 2012 e i costi dei prestiti allo Stato esplodono, avvicinandosi al 5,0% per quelli a lungo termine. Sia Bruxelles che Berlino si mostrano preoccupati della situazione francese, mentre si teme in conseguenza il sorgere di una crisi della zona euro (Madelin, Rauline, 2026). Quasi allo stesso livello di preoccupazione si colloca il quadro dei mercati finanziari e il loro crescente legame con la situazione dei grandi gruppi dell’IA. I magnifici sette del settore in Usa stanno investendo somme colossali, in particolare nella costruzione dei data center. Ma le prospettive di recuperare tali enormi investimenti appaiono incerte. Intanto il valore dei titoli in Borsa continua a crescere, gonfiando complessivamente un mercato finanziario di cui i titoli delle imprese dell’IA costituiscono ormai la parte più importante, anche se gli investimenti delle imprese del settore sono sempre più finanziati a debito e non con le risorse interne. Poi c’è la situazione del private credit. Si tratta del settore dei prestiti alle imprese da parte di entità non bancarie, un campo opaco e solo scarsamente regolato, che registra una larga diffusione negli Stati Uniti in particolare. Esso pesa in effetti nel paese per circa 3 trilioni di dollari. Si registrano da qualche tempo una crescita nei default dei clienti, nonché una crisi di liquidità delle imprese del settore, dovuta tra l’altro alla crescita dei ritiri dei finanziamenti da parte del mercato.

La crescita dell’indebitamento nel mondo. Le preoccupazioni per il debito pubblico e privato statunitense vanno inquadrate in un più ampio contesto di lievitazione continua dei livelli di indebitamento a livello globale. Il Global Debt Monitor dell’Institute for Global Finance ha pubblicato da poco il suo periodico rapporto sull’indebitamento mondiale. Esso ha raggiunto ormai l’elevatissima cifra di 365 mila miliardi di dollari. Una parte molto consistente si concentra nei paesi avanzati, dove ha raggiunto il livello di 255 mila miliardi. Ne consegue anche un’esplosione delle uscite per interessi; nell’ultimo anno sempre i paesi avanzati hanno speso a tale titolo oltre 3.500 miliardi di dollari. Si tratta di una cifra superiore a quanto l’intero pianeta investe in IA, difesa o energia. L’Istituto individua la tendenza del settore pubblico come di quello privato a indebitarsi in relazione sempre più a quattro fonti di spesa: la sanità, l’energia, le tecnologie, in particolare per l’IA e infine la difesa (Cellino, 2026). Appare evidente che diversi Stati fanno sempre più fatica a far fronte a tutte le spinte a coprire tutte le fonti di spesa. Tra l’altro Kristallina Georgieva, direttore generale del Fondo Monetario Internazionale, urge i governi a tenere sotto controllo la situazione. Intanto negli Stati Uniti il livello dell’indebitamento cresce anche in relazione al fatto che Trump paradossalmente aumenta il livello di indebitamento pubblico per finanziare il taglio delle tasse ai ricchi e ai grandi gruppi. Comunque la posizione finanziaria dell’America sembra essere sempre più quella di un treno che va ad alta velocità su di un percorso di montagna pieno di tornanti. Il deficit federale è intorno al 6% del pil, mentre il livello dell’indebitamento sale alle stelle, ma l’opzione di rallentare la marcia non sembra essere presa in considerazione da parte di Trump. Gli Stati Uniti rischiano di trovarsi con molte poche opzioni quando arriverà la prossima crisi finanziaria, una recessione o una guerra (Rogoff, 2026). Va comunque sottolineato che l’allarme per la crescita dell’indebitamento nel mondo non è una novità di oggi; sono ormai diversi anni che se ne discute e che comunque, nonostante i legittimi allarmi, il quadro sino ad oggi è riuscito a tenere. Ma non si sa sino a quando.

Il settore dell’Intelligenza Artificiale. Dal 2013 ad oggi più di 3.100 miliardi di dollari sono stati spesi nei soli Stati Uniti nel settore dell’IA, il nuovo miracolo tecnologico. Tale cifra dovrebbe raddoppiare da qui al 2030. Le stime, a fronte di una spesa per investimenti di 725 miliardi di dollari nel 2026, parlano di una cifra di 1.500 miliardi per il 2031 (Bain). Già oggi essa è comunque più grande della spesa cumulata per la guerra del Vietnam, per il sistema delle autostrade interstatali, per il programma Apollo, il piano Marshall, la lotta alla poliomielite (Roche, 2026). Si tratta di un’enorme scommessa su di una singola tecnologia; essa deve soddisfare tutti insieme gli investitori, i creditori, i clienti e la società intera. Per quanto riguarda intanto il mercato di Borsa, il rapporto generale tra capitalizzazione di Borsa e pil era una volta almeno considerato ragionevole per valori che oscillavano tra il 75% e il 90%. Ma oggi siamo oltre i 230%, il che significa che la Borsa americana vale più del doppio del pil del paese (Roche, 2026), mentre il peso delle sette sorelle del settore dell’IA è pari al 30% del valore complessivo della stessa Borsa e tende persino a crescere. Alcuni titoli legati all’IA hanno raggiunto valori stratosferici e per il momento non sembrano volersi fermare. Cosi quello di Nvidia al 7 ottobre 2026 era pari a 5.700 miliardi di dollari, quello di Google di 4.240 miliardi, mentre per la prossima introduzione in Borsa di OpenAi si parlava di una valutazione di 2.000 miliardi prima che le ultime notizie riportassero vendite molto inferiori alle previsioni per la società. Nel solo periodo gennaio-settembre 2026 il prezzo dei titoli del settore è aumentato sul mercato del 68,9%. Il valore di Nvidia, apparentemente giustificato per i grandi profitti che riesce ad ottenere, è comunque legato alle vendite a un numero molto ristretto di clienti, cui la società è legata anche da stretti rapporti finanziari; qualora si profilasse una crisi nel mercato dell’IA, Nvidia e gli altri gruppi del settore ne sopporterebbero insieme pesanti conseguenze. Simul stabunt, simul cadent. Comunque il boom dell’IA tocca anche alcune imprese non americane; registriamo soltanto il caso di Samsung, principale produttore di chip di memoria al mondo, che nel solo secondo trimestre del 2026 è riuscito a guadagnare 80 miliardi di dollari, una cosa mai vista. Per di più sino a poco tempo fa gli enormi investimenti nel settore negli Stati Uniti erano finanziati con le risorse interne delle imprese, mentre ora una quota crescente degli stessi lo è con il ricorso al mercato finanziario in tutte le sue sfumature (Noci, 2026).

L’indebitamento sta dunque crescendo fortemente e le imprese del settore tra l’altro cercano di tenerne una parte fuori bilancio con diversi espedienti (McMorrow, Chan, Taffe, 2026). Secondo alcune stime (Roche, 2026) le imprese Usa hanno, per la parte ufficiale, 356 miliardi di dollari di debito a lungo termine ed altri 248 miliardi di altri debiti; un’altra fonte registra una crescita dell’indebitamento da gennaio a settembre del 2026 per 466 miliardi di dollari (Pollard ed altri, 2026). Ma fuori bilancio pesano poi almeno altri 900 miliardi di dollari di debiti ed altri impegni. Altre stime parlano di cifre ancora più elevate (McMorrow ed altri, 2026). In sostanza le imprese del settore semplicemente forniscono delle garanzie a fronte di prestiti che non sono formalmente richiesti dalle stesse società, ma da particolari forme societarie che possiedono le infrastrutture, permettendo alle società tech di ottenere risorse finanziarie senza iscriverle nei loro bilanci (McMorrow ed altri, 2026). D’altro canto un grande dubbio si fa strada sui mercati: riusciranno le vendite future a coprire le enormi spese in atto? Molti ne dubitano.

Un problema di non poco conto, che anzi rischia di far saltare tutto il sistema statunitense, è rappresentato dalla sfida cinese. È noto che il paese asiatico sta spendendo poco più di un decimo degli investimenti Usa per portare avanti il suo sistema di IA, con risultati che sono peraltro molto vicini a quelli delle imprese Usa: il 10% della spesa Usa con il 90% dei risultati Usa: la cosa potrà reggere? La gran parte dei clienti non vorranno pagare dieci volte tanto per un piccolo guadagno in qualità; l’offerta cinese sembra imbattibile (Roche, 2026). Inoltre le imprese del paese asiatico, al contrario dei rivali, portano avanti dei sistemi aperti, che costano molto meno di quelli Usa lasciando poi un’ampia autonomia ai clienti, che possono caricare i modelli nei loro computer e farli modificare dai loro sviluppatori, restando padroni dei propri dati. Tali sistemi stanno conquistando quote di mercato crescenti a livello mondiale ed anche negli Stati Uniti. D’altro canto mentre quest’ultimo paese sta puntando gran parte delle sue carte sul sistema dell’IA, con una strategia quindi molto rischiosa, i cinesi si stanno impegnando alla costruzione di un portafoglio di investimenti molto più diversificato nei settori di punta. Infine negli Stati Uniti, ma anche in altri paesi, sta crescendo la protesta delle popolazioni locali alla creazione di nuovi data center.

Può apparire anche sorprendente che di fronte ai problemi presentati nel testo e alle stravaganze di Trump e dei suoi in materia il sistema finanziario statunitense continui a reggere nonostante le sempre più allarmate analisi e previsioni di molti economisti ed altri esperti e nonostante che di tanto in tanto emergano dei sussulti. Nessuno possiede facoltà divinatorie ma il giorno del giudizio potrebbe arrivare anche presto. Speriamo in ogni caso che la possibile prossima crisi non sia troppo devastante. Un ruolo importante per mantenere un certo ordine in questa situazione spetterebbe evidentemente tra l’altro alle autorità di controllo. Bisognerebbe stringere le maglie della regolamentazione, come chiede anche il Fondo Monetario Internazionale almeno per quanto riguarda il settore dell’IA, mentre un arretramento dei controlli (ciò su cui insiste Trump) aumenta la probabilità di un crollo (Masciandaro, 2026).

Testi citati nell’articolo
– Cellino M., Debito globale senza freni: un’ipoteca da 365 trilioni, Il Sole 24 Ore, 24 settembre 2026
– Duguin K. ed altri, Surge in borrowing costs hits corporate America, www.ft.com, 6 ottobre 2026
– Elliott L., All the sign say another financial crisis is coming. Here’s why we need to prepare for it now, www.theguardian.com, 21 settembre 2026
– Masciandaro D., I mercati globali esposti ad un crollo…, La Stampa, 29 giugno 2026
– McMorrow R., Chan M., Taffe M., Big tech uses guarantees to keep $300bn of AI exposure off balance sheets, www.ft.com, 20 settembre 2026
– Madelin T., Rauline N., Bruxelles et Berlin sont inquiets face à la dette francaise, Les Echos, 5 ottobre 2026
– Noci G., Attese deliranti finanziate a debito, Il Sole 24 Ore, 15 settembre 2026
– Pollard A. ed altri, AI borrowing slow as investors grow wary of debt binge, www.ft.com, 10 ottobre 2026
– Roche D., The AI trade is too big not to fail, Engelsberg Ideas, 14 settembre 2026
– Rogoff K., America’s looming debt reckoning, PS Economics, 1 ottobre 2026


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