#Finsubito news dalla rete – fintech, focus sugli operatori italiani non vigilati


Le fintech italiane non vigilate sono imprese giovani, tecnologicamente avanzate e sempre più integrate con il sistema finanziario tradizionale. Non costituiscono però un circuito alternativo agli intermediari tradizionali, ma piuttosto una componente integrata della filiera finanziaria.

E incontrano alcune difficoltà: a fronte di un’elevata capacità tecnologica e di competenze avanzate, faticano nel passaggio alla fase di industrializzazione, nell’accesso ai clienti e nella crescita su scala, nella costruzione della fiducia necessaria a operare stabilmente con controparti vigilate e nella capacità di finanziamento.

È quanto emerge dalla seconda indagine sugli operatori fintech italiani non vigilati della Banca d’Italia. La rilevazione, condotta nel 2026 e riferita all’operatività dell’anno precedente, vuole fornire una visione integrata dell’adozione delle innovazioni tecnologiche e delle relazioni di collaborazione all’interno del sistema finanziario italiano.

Le evidenze principali

Un ecosistema giovane, con una prevalenza di modelli di tipo business-to-business (B2B) e complementare al sistema vigilato

  • Un tessuto imprenditoriale ancora giovane e concentrato territorialmente. Quasi la metà delle imprese è stata costituita tra 5 e 10 anni fa; la maggioranza opera in modo indipendente e adotta la forma giuridica della società a responsabilità limitata, con un organico inferiore a 100 dipendenti e caratterizzato da un sensibile squilibrio di genere. La distribuzione geografica resta localizzata prevalentemente nel Nord Italia, con Milano quale principale polo di riferimento. Il quadro dimensionale e territoriale risulta sostanzialmente in linea con la precedente rilevazione.
  • Una specializzazione nei servizi di supporto al settore finanziario, nel credito e nei pagamenti. Le attività riconducibili ai servizi di supporto rappresentano la quota più ampia del campione, seguite dal credito, dai pagamenti e dagli investimenti. Le imprese tendono a svolgere una pluralità di attività operative, segnalando una diversificazione dell’offerta all’interno di un ecosistema collaborativo, con legami significativi con il settore finanziario tradizionale.
    Le partnership coinvolgono anche fornitori tecnologici e altre imprese fintech. Gli accordi di licenza rappresentano la forma di collaborazione più diffusa, mentre risultano meno frequenti joint venture, accordi di ricerca e sviluppo, partecipazioni societarie e reti d’impresa. Ne emerge un ecosistema non alternativo al sistema tradizionale, ma complementare e funzionale alla sua trasformazione digitale. Rispetto alla precedente edizione restano prevalenti i servizi di supporto e l’adozione di un modello di business B2B, mentre si rafforzano lievemente le collaborazioni con gli intermediari vigilati.

Capacità tecnologica elevata, dimensione economica ancora limitata

  • Una forte componente innovativa. L’intelligenza artificiale si conferma la tecnologia più diffusa tra gli operatori ed è indicata come prevalente da una quota significativa di imprese. Seguono le soluzioni di analisi avanzata dei dati, distributed ledger technology (dlt)/blockchain e crittografia avanzata. A ciò si accompagna un capitale umano fortemente specializzato con una forte concentrazione di profili stem (science, technology, engineering, and mathematics) ed economici.
  • Strategie finanziarie ancora fondate prevalentemente sull’autofinanziamento. I mezzi propri rappresentano la principale fonte di finanziamento, mentre venture capital e private equity risultano meno diffusi. Per la maggior parte delle imprese gli investimenti annui in prodotti e servizi fintech si collocano sotto i 200.000 euro. Per il 2026 prevalgono attese di crescita moderate del fatturato e degli investimenti. I risultati suggeriscono che il principale divario non riguarda quindi l’innovazione in sé, ma la capacità di industrializzarla.
  • Una crescente apertura ai mercati internazionali. Oltre un quarto delle imprese ha già avviato un’operatività all’estero e una quota analoga ne prevede l’avvio nei prossimi anni. L’Europa rappresenta la principale direttrice di espansione. Le imprese privilegiano modalità di ingresso diretto nei mercati esteri: pur in presenza di un orientamento favorevole all’espansione internazionale, persistono alcuni ostacoli legati alla costruzione di partnership locali e al reperimento di risorse finanziarie adeguate.

Il passaggio dalla soluzione al mercato come principale ostacolo

  • Permangono difficoltà nella fase di scalabilità. I principali casi d’uso alla base dei prodotti e servizi fintech riguardano l’automazione dei processi, il soddisfacimento di esigenze nuove o latenti e il miglioramento della qualità dei prodotti o servizi esistenti. La maggioranza degli operatori prevede il lancio di nuovi prodotti. Pur nella diversa formulazione di alcune domande del questionario, le priorità indicate risultano coerenti con quelle della precedente edizione. Nella fase di scalabilità permangono tuttavia alcune difficoltà: le principali barriere indicate dagli operatori riguardano la complessità dei processi di procurement dei grandi clienti, l’integrazione dei dati, i requisiti regolamentari e la disponibilità di competenze tecniche. La presenza di progetti abbandonati, pur circoscritta, conferma che il problema non è solo sviluppare nuove soluzioni, ma validarle, finanziarle e portarle in modo stabile sul mercato. La quota di imprese che ha interrotto progetti è più elevata rispetto alla precedente rilevazione.
  • Meccanismi di tutela dell’innovazione ancora non pienamente consolidati. Oltre la metà delle imprese ricorre a strumenti quali brevetti e/o deposito del software, ma resta significativa la quota che si affida esclusivamente ad accordi di riservatezza o non adotta specifiche forme di protezione. La maggioranza degli operatori non possiede certificazioni; tra le imprese certificate prevalgono gli standard Iso.

La regolamentazione tra infrastruttura di fiducia e costo di accesso

  • La regolamentazione come infrastruttura della fiducia. Il quadro regolamentare può contribuire alla costruzione della fiducia necessaria nei rapporti tra clienti e partner vigilati; allo stesso tempo, il rispetto dei relativi requisiti può rappresentare un costo che condiziona l’accesso al mercato.
  • Un rapporto articolato con la regolamentazione. Le imprese attribuiscono rilievo a più plessi normativi, in particolare in materia di protezione dei dati personali (GDPR), antiriciclaggio e contrasto al finanziamento del terrorismo (AML/CFT), resilienza operativa digitale (DORA) e intelligenza artificiale (AI Act). Per una parte di questi ambiti – in particolare DORA e in molti casi le norme AML/CFT – la rilevanza percepita può discendere anche da un’applicazione indiretta alle imprese, in termini di specifici requisiti che clienti e partner vigilati – destinatari diretti delle normative – trasferiscono lungo la filiera. Tale distinzione meriterà un approfondimento dedicato. La regolamentazione inciderebbe negativamente sui costi operativi e sul time to market, mentre appaiono meno penalizzanti i suoi effetti sullo sviluppo tecnologico e la definizione del modello di business. L’onere segnalato dalle imprese sembra peraltro combinare fenomeni distinti – il costo della conformità sui processi interni, l’incertezza legata all’evoluzione e alla frammentazione del quadro normativo e una limitata applicazione del principio di proporzionalità rispetto alle dimensioni delle imprese – che i dati disponibili non consentono ancora di separare compiutamente.
  • Diverse modalità di gestione della conformità. La gestione della compliance è prevalentemente affidata a consulenti esterni o a modelli misti, con assetti influenzati dalla dimensione aziendale, dalle richieste di investitori e partner e dalle competenze disponibili. Rispetto alla precedente edizione aumenta il ricorso esclusivo a consulenti esterni, tendenza confermata, seppure in misura più contenuta, anche nell’insieme omogeneo.


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