#Finsubito news dalla rete – Giovani, bonus in busta paga. Ma su pensioni taglio fino a 845 euro


GIORGIA MELONI PRESIDENTE DEL CONSIGLIO, MATTEO SALVINI MINISTRO, GILBERTO PICHETTO FRATIN MINISTRO

Il sistema italiano del lavoro e della previdenza si prepara a un doppio movimento. Da una parte, il governo valuta un alleggerimento temporaneo delle imposte per i giovani al primo impiego, con l’obiettivo di aumentare il reddito disponibile nella fase di ingresso nel mercato del lavoro. Dall’altra, dal 1° gennaio 2027 entreranno in vigore nuovi coefficienti di trasformazione pensionistica, rivisti al ribasso per il biennio 2027-2028, che ridurranno gli assegni calcolati con il sistema contributivo. Sono due interventi diversi per natura, destinatari e tempi di applicazione, ma entrambi incidono sul rapporto tra redditi, fiscalità e protezione sociale. La prima misura è ancora allo studio e dovrà trovare spazio nella prossima legge di Bilancio; la seconda discende invece dal decreto direttoriale dei ministeri del Lavoro e dell’Economia che aggiorna i parametri utilizzati per trasformare i contributi previdenziali accumulati in pensione. Per i giovani, l’eventuale beneficio fiscale sarebbe limitato a un anno e restano da definire i requisiti per accedervi. Per chi maturerà la pensione dal 2027, invece, il cambiamento dei coefficienti potrà tradursi in una riduzione dell’assegno lordo, con effetti differenti in base all’età di uscita, alla retribuzione e al sistema di calcolo applicabile. Il quadro che emerge mette così in evidenza due esigenze della politica economica: sostenere il potere d’acquisto di chi comincia a lavorare e gestire gli effetti delle regole previdenziali sulle prestazioni future.

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Giovani al primo impiego, allo studio una riduzione dell’Irpef per dodici mesi

La misura dedicata ai giovani rientra nel pacchetto famiglia e spesa sociale della manovra, che vale complessivamente 5 miliardi di euro. L’ipotesi anticipata da Repubblica prevede una riduzione delle trattenute Irpef per chi entra per la prima volta nel mondo del lavoro, così da aumentare temporaneamente il netto percepito in busta paga. La platea potrebbe comprendere gli under 30 oppure gli under 35, ma il requisito anagrafico non è ancora stato definito. Mancano inoltre indicazioni definitive sull’ammontare del beneficio, sulle soglie reddituali e sulle modalità operative. Il punto centrale è la durata: lo sconto fiscale sarebbe riconosciuto per un anno, senza che sia stata al momento delineata una sua eventuale proroga. L’intervento completerebbe la strategia sintetizzata dalla formula «più assumi, meno paghi», che ha già previsto una maxi deduzione del 120% dei costi per le imprese che assumono nuovi dipendenti a tempo indeterminato. Se il primo strumento agisce sul costo del lavoro per le aziende, il nuovo intervento punterebbe direttamente sul reddito dei lavoratori, cercando di rendere più conveniente l’avvio di un percorso professionale. La questione, tuttavia, non riguarda soltanto il livello dello stipendio netto: per molti giovani l’autonomia economica dipende anche dalla possibilità di sostenere un affitto, acquistare una prima abitazione e affrontare le spese necessarie per costruire una famiglia. Per questo il governo sta valutando anche misure di sostegno per la casa e gli affitti, insieme all’estensione del congedo parentale e all’incremento del bonus per le madri lavoratrici. Le simulazioni su queste ultime due misure sono in fase avanzata, ma la decisione finale dipenderà dalle risorse disponibili e dalla selezione delle priorità da inserire nel testo definitivo.

La manovra tra vincoli europei e richieste dei partiti

Il pacchetto destinato a famiglie e spesa sociale si inserisce in una legge di Bilancio ancora da definire, nella quale le richieste della maggioranza devono fare i conti con i margini finanziari e con il confronto europeo. Dopo aver mancato la scadenza del 20 ottobre, il governo punta a trasmettere il testo alle Camere entro la fine del mese o, al più tardi, nei primi giorni di novembre. Il passaggio preliminare è il Consiglio dei ministri, atteso tra il 27 e il 28 ottobre. Uno dei nodi riguarda la trattativa con Bruxelles sulle misure finanziabili attraverso la flessibilità di bilancio. Secondo le informazioni riportate nel testo di partenza, negli ambienti governativi si registra un cauto ottimismo sulla possibilità di inserire tra gli interventi l’ecobonus al 65% per le prime abitazioni e l’energy release, il meccanismo che prevede la vendita di energia a prezzo scontato alle imprese in cambio della restituzione di energia pulita negli anni successivi. L’altro nodo è politico. La Lega insiste sulla flat tax per i redditi fino a 100mila euro e sulla possibilità di pensionamento a 64 anni, mentre Forza Italia punta su sanità e giovani. Resta aperta anche la proposta degli azzurri di ridurre l’Irpef per il ceto medio, al momento fuori dal pacchetto delineato. Il partito guidato da Antonio Tajani propone di estendere subito l’aliquota del 33% ai redditi fino a 55mila euro, per portare la soglia a 60mila euro l’anno successivo. La competizione tra le diverse priorità rende incerta la configurazione finale degli interventi: gli sgravi per i giovani, gli aiuti alle famiglie e le misure fiscali dovranno essere valutati alla luce delle coperture e degli impegni complessivi di finanza pubblica. In questo contesto, la detassazione per i neoassunti rappresenta ancora una possibilità, non un beneficio già acquisito dai lavoratori.

Pensioni, dal 2027 coefficienti di trasformazione più bassi

Sul fronte previdenziale, il cambiamento ha invece una decorrenza precisa: il 1° gennaio 2027. Il decreto direttoriale dei ministeri del Lavoro e dell’Economia ha rivisto al ribasso i coefficienti di trasformazione per il biennio 2027-2028, i parametri che consentono di convertire il montante contributivo accumulato durante la vita lavorativa in una pensione annua. Il meccanismo deriva dal sistema contributivo introdotto con la legge 8 agosto 1995, n. 335. In termini semplici, l’importo della pensione calcolata con questo metodo dipende dai contributi accreditati e dal coefficiente applicato al momento del pensionamento. I parametri vengono aggiornati sulla base delle rilevazioni demografiche e dell’andamento di lungo periodo del Pil rispetto alla dinamica dei redditi soggetti a contribuzione previdenziale, rilevati dall’Istat. La revisione riguarda sia chi ha iniziato a versare contributi dal 1° gennaio 1996 e rientra interamente nel sistema contributivo, sia chi ha una pensione calcolata con il sistema misto, per la sola quota contributiva. Gli effetti interessano anche le prestazioni liquidate attraverso opzioni che prevedono il calcolo contributivo, come Opzione Donna. Il nuovo coefficiente a 67 anni scenderà dal 5,575 del biennio 2025-2026 al 5,514 del 2027-2028; a 68 anni passerà da 5,753 a 5,707. Per chi accederà alla pensione anticipata contributiva a 64 anni, il parametro diminuirà da 5,088 a 5,009. La riduzione dei coefficienti non equivale a un taglio uniforme di tutte le pensioni: l’effetto dipende dal montante contributivo, dall’età di uscita e dalla quota dell’assegno calcolata con il metodo contributivo. Le simulazioni riportate nel testo mostrano comunque una diminuzione dell’importo lordo, con perdite annue che crescono al crescere della retribuzione e dell’età di pensionamento.

Quanto si perde con una retribuzione di 30mila euro

Le simulazioni permettono di misurare gli effetti della revisione su tre fasce di retribuzione annua lorda, pari a 30mila, 40mila e 50mila euro, considerando tre possibili età di uscita: 64 anni per la pensione anticipata contributiva, 67 anni per la pensione di vecchiaia e 71 anni per la pensione di vecchiaia contributiva. Nel caso di una retribuzione annua lorda di 30mila euro, chi accederà alla pensione anticipata contributiva a 64 anni vedrà scendere l’assegno mensile da 1.550 a 1.526 euro. La riduzione è di circa 24 euro al mese e di 313 euro lordi l’anno, pari all’1,55%. Considerando la speranza di vita residua utilizzata nelle simulazioni, la perdita complessiva viene stimata in 6.866 euro. Per la stessa retribuzione, con il pensionamento di vecchiaia a 67 anni, la diminuzione mensile indicata è di 29 euro, mentre la perdita annua raggiunge 372 euro, pari all’1,68%. L’effetto cumulato sull’aspettativa di vita viene stimato in 7.254 euro. Chi, con 30mila euro di retribuzione annua lorda, accederà invece alla pensione di vecchiaia contributiva a 71 anni subirà una riduzione di 39 euro al mese e di 507 euro lordi l’anno, pari all’1,97%. La perdita complessiva stimata nell’arco della vita pensionistica sale in questo caso a 8.112 euro. Il confronto mostra come l’impatto aumenti passando dalla pensione anticipata a quella di vecchiaia contributiva, per effetto dei diversi coefficienti applicati alle differenti età di uscita. Le cifre vanno lette come simulazioni riferite a specifiche condizioni contributive e retributive, non come una previsione identica per tutti i lavoratori.

Con 40mila euro di stipendio il taglio arriva a 676 euro l’anno

Per una retribuzione annua lorda di 40mila euro, l’assegno mensile stimato per chi esce a 64 anni con la pensione anticipata contributiva scende da 2.067 a 2.034 euro. La perdita mensile indicata è di circa 32 euro, mentre quella annuale ammonta a 417 euro, pari all’1,55%. Proiettando la riduzione sull’aspettativa di vita, la perdita complessiva viene quantificata in 9.174 euro. A 67 anni, con la pensione di vecchiaia, l’importo mensile passa da 2.278 a 2.240 euro. La riduzione è di 38 euro al mese e di 496 euro lordi l’anno, pari all’1,68%, per una perdita cumulata stimata in 9.672 euro. Il quadro cambia ulteriormente per chi accede alla pensione di vecchiaia contributiva a 71 anni: l’assegno mensile scende da 2.644 a 2.592 euro, con una differenza di 52 euro al mese e di 676 euro su base annua. La diminuzione corrisponde all’1,97% e, secondo le simulazioni, può tradursi in 10.816 euro in meno nell’intero periodo pensionistico considerato. Il confronto tra le tre età di uscita conferma che la riduzione annuale è più contenuta per il pensionamento anticipato e più elevata per quello a 71 anni. Il dato è rilevante per chi sta pianificando la propria uscita dal lavoro: la scelta dell’età pensionabile e la composizione del montante contributivo diventano variabili importanti nella stima dell’assegno futuro. Anche in questo caso, tuttavia, le cifre riguardano le ipotesi di calcolo riportate e non possono essere applicate automaticamente a ogni posizione previdenziale.

Fino a 845 euro in meno l’anno con 50mila euro di retribuzione

La riduzione più consistente tra le simulazioni considerate riguarda chi ha una retribuzione annua lorda di 50mila euro e accede alla pensione di vecchiaia contributiva a 71 anni. In questo caso, l’assegno mensile passa da 3.305 a 3.240 euro, con una perdita di 65 euro al mese e di 845 euro lordi l’anno, pari all’1,97%. Nell’arco dell’aspettativa di vita, la riduzione complessiva viene stimata in 13.520 euro. Per la stessa retribuzione, ma con uscita a 67 anni, la pensione mensile scende da 2.847 a 2.799 euro: il taglio è di 48 euro al mese e di 620 euro annui, pari all’1,68%, per una perdita complessiva stimata in 12.090 euro. Chi sceglie invece la pensione anticipata contributiva a 64 anni vede diminuire l’assegno da 2.583 a 2.543 euro mensili, con una perdita di 40 euro al mese e di 521 euro lordi l’anno, pari all’1,55%. In questo scenario, la perdita complessiva proiettata sulla speranza di vita raggiunge 11.462 euro. Le tre simulazioni mostrano una progressione chiara: per la stessa retribuzione, l’impatto annuo cresce passando dai 521 euro dell’uscita a 64 anni ai 620 euro dei 67 anni, fino agli 845 euro dei 71 anni. Anche la perdita cumulata aumenta, arrivando a superare i 13.500 euro nell’ultimo caso. Si tratta di importi lordi e di stime riferite all’intero periodo pensionistico considerato, non di somme che vengono sottratte tutte insieme all’atto del pensionamento. Il confronto evidenzia comunque quanto l’aggiornamento dei coefficienti possa incidere sul valore dell’assegno futuro, soprattutto per chi rientra integralmente nel sistema contributivo.

Il sistema misto attenua l’effetto, ma restano gli altri cambiamenti sui requisiti

Un elemento fondamentale per interpretare correttamente le simulazioni è la distinzione tra sistema contributivo puro e sistema misto. Per chi ha iniziato a versare contributi dal 1° gennaio 1996, e quindi rientra interamente nel metodo contributivo, la revisione dei coefficienti incide sull’intero assegno calcolato con quel sistema. Per chi invece rientra nel sistema misto, la riduzione riguarda soltanto la quota contributiva della pensione: la perdita effettiva può quindi essere sensibilmente inferiore a quella indicata negli esempi, anche fino a circa due terzi in meno, a seconda della composizione della prestazione. Ai nuovi coefficienti si aggiunge inoltre l’aggiornamento dei requisiti anagrafici e contributivi previsto dalla precedente legge di Bilancio. Nel 2027 è atteso un aumento di un mese: l’età per la pensione di vecchiaia salirà a 67 anni e un mese, mentre per la pensione anticipata saranno necessari 42 anni e 11 mesi di contributi per gli uomini e 41 anni e 11 mesi per le donne. Nel 2028 è previsto un ulteriore incremento di due mesi, che porterà l’età per la pensione di vecchiaia a 67 anni e tre mesi. Per la pensione anticipata, i requisiti contributivi saliranno a 43 anni e un mese per gli uomini e a 42 anni e un mese per le donne. Per l’uscita anticipata va considerata anche la finestra mobile di tre mesi. Questi cambiamenti sono distinti dalla revisione dei coefficienti: i primi riguardano il momento in cui si può accedere alla prestazione, mentre i secondi incidono sulla conversione del montante contributivo in pensione. Per chi pianifica il proprio percorso previdenziale, sarà quindi necessario valutare entrambi gli aspetti, insieme alla storia contributiva individuale e all’età effettiva di uscita.

Due politiche diverse, una stessa questione: il reddito disponibile

Il possibile sgravio per i giovani al primo impiego e la revisione dei coefficienti pensionistici si collocano su piani differenti, ma convergono sul tema del reddito disponibile lungo le diverse fasi della vita. La detassazione allo studio potrebbe offrire un sostegno immediato ai nuovi lavoratori, ma la sua efficacia dipenderà dall’entità dello sconto, dalla platea coinvolta e dalla durata limitata a dodici mesi. La revisione previdenziale, invece, produrrà effetti dal 2027 per chi andrà in pensione con quote contributive, con differenze significative in base alla retribuzione e all’età di uscita. Le simulazioni riportate indicano riduzioni annue comprese, nei casi considerati, tra 313 e 845 euro per chi percepisce retribuzioni lorde tra 30mila e 50mila euro e rientra interamente nel sistema contributivo. Le perdite cumulative stimate sull’intera vita pensionistica arrivano fino a 13.520 euro. Per chi è nel sistema misto, l’impatto sarà limitato alla componente contributiva dell’assegno. Sul versante del lavoro, invece, il governo deve ancora decidere se e come finanziare l’intervento per i giovani all’interno di una manovra sottoposta a vincoli di bilancio e a un confronto politico serrato. Il risultato finale dipenderà dalla capacità di conciliare sostegno ai redditi, incentivi all’occupazione e sostenibilità della spesa pubblica. Per lavoratori e imprese, seguire l’evoluzione delle due partite sarà importante non soltanto per comprendere le misure immediate, ma anche per valutare come cambiano gli incentivi a entrare nel mercato del lavoro, a costruire una carriera contributiva e a pianificare il pensionamento.


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