C’è un formidabile paradosso istituzionale che emerge in queste ore dai corridoi felpati della magistratura associata: la pretesa di esercitare un sindacato di merito sulle scelte politiche del governo, unita a una clamorosa e quasi tenera incapacità di fare i conti quando si tratta di pensare ai propri portafogli.
Lo scontro frontale tra l’esecutivo guidato da Giorgia Meloni e l’Associazione Nazionale Magistrati (Anm) si è arricchito di un nuovo capitolo, in cui l’alto magistero morale del sindacato delle toghe è scivolato su una buccia di banana da quasi 1 miliardo di euro. Un pasticcio contabile che ridimensiona non poco l’autorevolezza di chi, da giorni, si è infilato l’elmetto per fare opposizione politica all’esecutivo.
La predica sul decreto Sicurezza che da una sponda morale ai delinquenti
Lo spartito dello scontro ricalca uno schema logoro ma sempre efficace: a seguito delle devastazioni nelle piazze italiane, il governo ha varato il decreto Sicurezza che prevede l’inasprimento delle pene. Apriti cielo. Il presidente dell’Anm, Giuseppe Tango, smessi per un attimo i panni del giudice per indossare quelli del sociologo, ha liquidato la linea della fermezza come una risposta «miope».
Secondo la suprema dottrina sindacale, pretendere di arginare la violenza dei teppisti con il carcere sarebbe un’illusione che «non porta alla risoluzione del problema». Insomma, meno manette e più «lavoro sinergico» tra scuole e terzo settore.
Una predica in piena regola che ha immediatamente innescato la reazione della maggioranza. Andrea Pellicini (Fdi), componente della commissione Giustizia, ha replicato a stretto giro che l’Anm si comporta ormai come una forza di opposizione, sempre pronta a fare il controcanto a ogni iniziativa governativa, col rischio concreto di offrire una sponda morale e una «giustificazione ai facinorosi».
Fin qui, la solita guerriglia istituzionale. Il cortocircuito logico, però, si fa evidente non appena si sposta lo sguardo dalla dottrina costituzionale ai registri contabili: mentre i vertici dell’Anm bacchettano il Parlamento sulla tenuta democratica delle riforme, nelle retrovie dei loro uffici si consuma un disastro aritmetico da 738 milioni di euro.
Il pasticcio imbarazzante dell’Anm sugli stipendi
La vicenda, raccontata dalla Verità e dal Foglio, è quella dell’adeguamento degli stipendi dei magistrati. Dopo aver ottenuto dal Consiglio di Stato il diritto a vedersi calcolare gli aumenti non più con la media ponderata Istat ma con la ben più generosa media semplice (che fa schizzare i coefficienti dal 6% al 12%), le toghe hanno gridato al complotto quando la stampa ha rivelato che il «Fondo sentenze» varato dal Mef ammontava a quasi 1 miliardo di euro, pari a una stima pro capite «fino a 100.000 euro a testa». «Veline e falsità», ha tuonato l’Anm, correndo a diffondere tabelle rassicuranti in cui si parlava di poche spiccioli di aumento e di arretrati risibili.
Il bluff è durato lo spazio di un mattino: l’Anm ha calcolato l’impatto finanziario basandosi solo sul primo dpcm (triennio 2021-2023), occultando completamente gli effetti del secondo dpcm (2024-2026), i cui ricorsi sono già stati vinti al Tar del Lazio. Messi davanti all’evidenza dell’effetto dell’interesse composto sui due decreti, i vertici del sindacato hanno dovuto ammettere il pasticcio, come informava ieri il Foglio.
Ma la toppa, si sa, è spesso peggiore del buco: pur tentando una difesa spericolata, Tango ha continuato ostinatamente a definire i calcoli reali «lontanissimi dalla media dei 100.000 euro» perché il secondo decreto sarebbe ancora formalmente sub iudice (ossia ancora oggetto di esame e di possibile impugnazione davanti ai giudici, ndr).
Ora, se quel secondo miliardo scarso non esiste ed è solo un’invenzione dei tecnici della Ragioneria Generale dello Stato, i magistrati avrebbero un modo semplicissimo per dimostrarlo e far risparmiare ai contribuenti 738 milioni di euro: ritirare tutti i ricorsi presentati al Tar per il triennio 2024-2026. Ma abbiamo il leggerissimo sospetto che nessuno farà un passo indietro.
Non solo: come già anticipato dalla Verità nei giorni scorsi, Tango si è rifugiato nel comodo espediente del «netto in busta paga», ricordando che ai magistrati non arriveranno quelle cifre iperboliche. Un argomento di un’ironia amara, che finge di ignorare che quando si parla di bilancio pubblico e di soldi dei cittadini, l’unica cifra che conta è il lordo. La verità è che per un magistrato anziano, tra arretrati lordi, contributi previdenziali e impatto sul Tfr retributivo, il costo per lo Stato supera addirittura i 118.000 euro. I conti della Ragioneria, dunque, sono giusti per difetto.
I magistrati onorari si smarcano dai colleghi di carriera
Mentre la magistratura ordinaria si arrocca nella difesa dei propri privilegi lordi e oggi va alle urne per il rinnovo del Csm celebrando con retorica smargiassa la bocciatura del referendum sul sorteggio come un «diritto salvato dai cittadini», c’è un’altra metà del cielo giudiziario che osserva la scena con un misto di rabbia e frustrazione: i magistrati onorari.
Le associazioni Amne e Antmo (che nei giorni scorsi hanno scritto a Palazzo Chigi per pretendere pensioni e arretrati riconosciuti dalla Consulta) chiedono di non essere confuse con i colleghi della magistratura professionale. Da più di 30 anni i giudici di pace sorreggono l’attività quotidiana delle corti italiane senza godere di coperture previdenziali.
Una condizione di precariato strutturale che spinge la magistratura onoraria a smarcarsi in modo perentorio dalle rivendicazioni finanziarie delle toghe di carriera: non si tratta di chiedere bonus o privilegi, ma di pretendere quelle garanzie fondamentali del lavoro che la Corte di Giustizia europea impone da tempo.
La realtà che emerge fotografa un’asimmetria istituzionale difficilmente sostenibile: da un lato, una magistratura ordinaria che non esita a invadere il campo della discrezionalità politica per censurare i provvedimenti dell’esecutivo; dall’altro, una struttura sindacale che manifesta una sorprendente approssimazione tecnica proprio nel momento in cui contesta i saldi di finanza pubblica destinati ai propri emolumenti. Un’aristocrazia del diritto, insomma, che pontifica sulle leggi dello Stato, ma inciampa sulla calcolatrice.
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