Dalla logistica subacquea ai sistemi autonomi: la trasformazione tecnologica della dimensione marittima tra sicurezza, industria e innovazione
La Long Range Submarine Support Ship e gli Ship-UAS Operating Limits rappresentano due direttrici della ricerca applicata della Marina Militare. Da una parte una base mobile per aumentare autonomia e persistenza della flotta subacquea, dall’altra nuovi modelli per integrare in sicurezza i droni nelle operazioni navali. Al centro la protezione delle infrastrutture critiche, la resilienza strategica e il futuro del dominio underwater.
Il mare diventa il nuovo spazio strategico della competizione tecnologica
Il mare sta assumendo un ruolo sempre più centrale negli equilibri economici e geopolitici internazionali. Le rotte commerciali, le infrastrutture energetiche, le reti di comunicazione sottomarine e le nuove esigenze di sorveglianza stanno trasformando la dimensione marittima in un ambiente nel quale sicurezza, tecnologia e capacità industriale convergono.
Nel Mediterraneo allargato, area caratterizzata da una crescente complessità strategica, la capacità di garantire una presenza continuativa rappresenta un elemento decisivo. La protezione delle infrastrutture critiche, in particolare quelle collocate sotto la superficie marina, richiede infatti strumenti capaci di operare con maggiore autonomia, flessibilità e capacità di adattamento.
La dimensione underwater è diventata uno degli ambiti più sensibili della sicurezza contemporanea. I fondali ospitano infrastrutture essenziali per il funzionamento delle economie moderne: dai cavi per le telecomunicazioni alle condotte energetiche, fino alle reti necessarie per garantire continuità ai flussi informativi e industriali.
In questo scenario la componente subacquea assume un valore strategico crescente. I sommergibili rappresentano uno degli strumenti più avanzati per la sorveglianza e la deterrenza, ma la loro efficacia operativa è strettamente collegata alla capacità di garantire supporto logistico, manutenzione e continuità delle missioni anche lontano dalle basi nazionali.
Proprio dalla necessità di superare questo limite nasce una nuova concezione del supporto navale: quella della base mobile, ovvero una piattaforma capace di trasferire in mare capacità normalmente concentrate nelle infrastrutture terrestri.
La Long Range Submarine Support Ship: una base mobile per la flotta subacquea
La crescente necessità di assicurare una presenza continuativa in mare ha portato allo sviluppo del progetto preliminare della prima Long Range Submarine Support Ship (LRSSS), elaborato dal sottotenente di vascello Domenico Lo Giudice, ufficiale del Corpo del Genio della Marina, specialità Genio Navale.
Il lavoro nasce nell’ambito della tesi di laurea magistrale in Ingegneria Navale conseguita presso l’Università di Genova il 24 marzo 2026 e affronta una delle principali sfide operative della componente subacquea: la dipendenza dalle basi logistiche terrestri.
Un sommergibile moderno dispone di elevate capacità tecnologiche e operative, ma la necessità di rientrare periodicamente in porto per rifornimenti, manutenzione e supporto agli equipaggi rappresenta un vincolo che può limitare la permanenza in area operativa e la capacità di proiezione strategica.
La LRSSS nasce quindi come risposta progettuale a questa esigenza, immaginando una piattaforma navale in grado di operare come una vera e propria infrastruttura avanzata in mare.
Lo studio definisce una nave lunga circa 140 metri, progettata per operare fino a quattro mesi lontano dalle basi nazionali e capace di supportare contemporaneamente due sommergibili. L’obiettivo è aumentare la persistenza della flotta subacquea consentendo ai battelli di mantenere una presenza operativa più lunga senza dipendere esclusivamente dal supporto proveniente dalle basi terrestri.
La piattaforma è concepita come un sistema logistico e tecnico integrato. La nave sarebbe infatti in grado di garantire rifornimenti di combustibile, reagenti e munizionamento, fornire energia elettrica ai sommergibili e svolgere attività di manutenzione avanzata direttamente in mare.
Questa capacità rappresenterebbe un cambio di paradigma nel concetto di supporto navale, perché consentirebbe di portare una parte significativa delle funzioni di assistenza direttamente nell’area operativa, riducendo i vincoli legati alla distanza geografica e aumentando la flessibilità delle missioni.
Accanto alle funzioni di supporto ai battelli, il progetto prevede anche capacità dedicate alle operazioni subacquee e all’intervento in emergenza. La LRSSS sarebbe infatti configurata per condurre attività di ricerca e soccorso fino a 600 metri di profondità, ampliando il proprio ruolo oltre il semplice sostegno logistico.
Tecnologia integrata e sostenibilità: la nave come piattaforma multifunzione
La progettazione della LRSSS non si limita al supporto tradizionale della flotta subacquea, ma integra una serie di capacità destinate a rendere la piattaforma un nodo operativo avanzato.
La nave prevede un ponte di volo per elicotteri EH101, capacità per l’impiego di sistemi unmanned aerei e subacquei, apparati avanzati di telecomunicazione e una configurazione energetica orientata alla riduzione dei consumi e delle emissioni.
L’integrazione dei sistemi senza pilota rappresenta uno degli elementi più innovativi del progetto, perché consente di ampliare la capacità di controllo e intervento nello spazio marittimo, combinando mezzi tradizionali e nuove tecnologie autonome.
L’approccio progettuale riflette una tendenza più ampia del settore navale internazionale: la trasformazione delle piattaforme militari in sistemi complessi, nei quali sensoristica, automazione, gestione dei dati e sostenibilità energetica diventano elementi fondamentali della capacità operativa.
Dal supporto militare alla sicurezza nazionale: la valenza dual use della base mobile
Uno degli elementi più rilevanti del progetto riguarda la possibilità di utilizzare questa capacità anche in ambiti non esclusivamente militari.
La LRSSS si configura infatti come una piattaforma con una forte valenza dual use, capace di contribuire non soltanto alle esigenze della difesa, ma anche ad attività di interesse nazionale più ampio.
La possibilità di garantire una presenza prolungata in mare, con capacità tecniche e logistiche avanzate, potrebbe rappresentare un supporto significativo per la Protezione Civile, per la tutela delle infrastrutture critiche e per le attività di cooperazione internazionale in ambito NATO ed europeo.
La protezione del dominio subacqueo è diventata una priorità crescente. I fondali marini ospitano infrastrutture essenziali per l’economia globale e la loro sicurezza richiede strumenti capaci di operare in modo continuativo, integrando sorveglianza, intervento tecnico e capacità di risposta.
Il secondo fronte della trasformazione: i droni entrano nelle operazioni navali
Accanto alla dimensione subacquea, un altro settore sta modificando profondamente il modo di concepire la presenza navale: quello degli Unmanned Aerial Systems.
L’impiego dei sistemi a pilotaggio remoto nelle applicazioni militari apre nuove prospettive nella sorveglianza, nella raccolta delle informazioni e nel supporto alle missioni, ma introduce anche una nuova sfida: definire condizioni operative sicure per il loro utilizzo in ambiente marino.
Per gli aeromobili tradizionali esistono procedure consolidate attraverso gli SHOL (Ship Helicopter Operating Limits), che consentono di stabilire i parametri di sicurezza per le operazioni di decollo e appontaggio da bordo nave.
Per i sistemi unmanned, invece, mancavano metodologie analoghe in grado di considerare le caratteristiche specifiche dell’ambiente navale.
Gli Ship-UAS Operating Limits: la sicurezza del volo autonomo sul mare
La ricerca sviluppata dal sottotenente di vascello Matteo Pavone, con il supporto del Centro Sperimentale Aeromarittimo della Marina Militare, nasce proprio dall’esigenza di colmare questo vuoto metodologico.
La tesi introduce una procedura per definire gli Ship-UAS Operating Limits (SUOL) dedicati ai droni ad ala rotante.
Lo studio ha analizzato il comportamento del drone AWHERO di Leonardo durante le operazioni di avvicinamento e appontaggio sulla nave LHD Trieste, valutando differenti traiettorie operative e diverse condizioni meteomarine.
Sono state considerate due principali direttrici di volo: un avvicinamento da poppa con angolo di 180 gradi rispetto alla nave e una traiettoria da poppa-sinistra con angolo di 225 gradi.
Partendo da una condizione iniziale in assenza di vento, utilizzata come riferimento per definire la traiettoria ideale, la simulazione ha successivamente modificato intensità e direzione del vento relativo per ricostruire l’inviluppo operativo del velivolo.
L’analisi ha mostrato come il sistema unmanned sia in grado di modificare la propria traiettoria per adattarsi alle condizioni ambientali e mantenere il rispetto dei vincoli cinematici e strutturali imposti dall’ambiente navale.
La simulazione come leva industriale: meno prove, più efficienza
Uno degli aspetti più significativi della ricerca riguarda il contributo della simulazione alla fase di sviluppo tecnologico.
La possibilità di prevedere in anticipo le condizioni critiche nelle quali il sistema supera i limiti geometrici o prestazionali consente di pianificare in modo più efficace le campagne sperimentali.
L’approccio sviluppato permette di ridurre la necessità di prove esplorative in mare, contenendo tempi e costi e limitando i periodi di indisponibilità delle unità navali coinvolte nei test.
Si tratta di un elemento particolarmente rilevante anche dal punto di vista industriale, perché accelera il processo di integrazione dei sistemi autonomi nelle piattaforme navali e consente una progettazione più efficiente.
Una nuova industria del mare: tecnologia, ingegneria e autonomia operativa
I due studi raccontano una stessa trasformazione: il mare non è più soltanto uno spazio fisico da presidiare, ma un ambiente tecnologico nel quale capacità industriale, innovazione digitale e ingegneria avanzata diventano fattori strategici.
La Long Range Submarine Support Ship affronta il tema dell’autonomia e della persistenza della flotta subacquea. Gli Ship-UAS Operating Limits affrontano invece quello dell’integrazione sicura dei sistemi autonomi.
Due direttrici diverse ma convergenti verso un modello marittimo fondato su maggiore resilienza, capacità distribuite e integrazione tra uomo e macchina.
Il capitale umano al centro della trasformazione
Dietro ogni innovazione tecnologica resta centrale il ruolo delle competenze.
I due studi sono stati sviluppati da giovani ufficiali del Corpo del Genio della Marina, specialità Genio Navale, a conferma dell’importanza della formazione tecnica e ingegneristica nello sviluppo delle capacità future.
Domenico Lo Giudice, dopo il percorso accademico e la laurea magistrale in Ingegneria Navale presso l’Università di Genova, è attualmente destinato su Nave Thaon di Revel con l’incarico di Capo Reparto Scafo.
Matteo Pavone, dopo il percorso in Accademia Navale, ha conseguito la laurea in Ingegneria Navale presso l’Università degli Studi di Trieste ed è attualmente destinato su Nave Atlante come futuro capo reparto scafo.
La competizione strategica dei prossimi anni passerà sempre più dalla capacità di operare in ambienti complessi, proteggere infrastrutture critiche e garantire una presenza continuativa.
Le basi mobili per i sommergibili e i sistemi unmanned rappresentano due elementi della stessa evoluzione: costruire una dimensione marittima più autonoma, tecnologica e resiliente.
Per la sicurezza europea e per l’industria navale, il dominio underwater diventa così una delle principali frontiere dell’innovazione.
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