Le sfide strutturali sulla competitività individuate nel 2024 dai rapporti Draghi e Letta restano attuali e, anzi, rischiano di essere state sottostimate. È quanto emerge da uno studio che analizza le implicazioni delle due relazioni per il bilancio dell’Unione europea, esaminando come gli orientamenti strategici e i divari di investimento da esse quantificati si riflettano nella proposta di Quadro finanziario pluriennale (QFP) per il periodo 2028-2034 presentata dalla Commissione europea.
Due diagnosi complementari.
Pubblicati entrambi nel 2024, il rapporto Letta (“Molto più di un mercato”) e il rapporto Draghi (“Il futuro della competitività europea”) offrono letture complementari della crisi competitiva del continente. Letta si concentra sulla riforma strutturale e sull’approfondimento del Mercato unico, proponendo in particolare l’introduzione di una “quinta libertà” per conoscenza, innovazione e dati, oltre alla creazione di un’Unione del risparmio e degli investimenti. Draghi, dal canto suo, individua un divario di competitività crescente per l’Europa, stimando un fabbisogno di investimenti aggiuntivi pari a circa 750-800 miliardi di euro l’anno, concentrati in quattro ambiti principali: energia, trasporti e infrastrutture, tecnologie digitali, difesa e sicurezza, innovazione.
Nel luglio 2025 la Commissione ha presentato la propria proposta di QFP per il 2028-2034, del valore complessivo di circa 2.000 miliardi di euro, destinando esplicitamente 589,594 miliardi alla rubrica “Competitività, prosperità e sicurezza”. L’obiettivo dichiarato è dotare l’Unione di un bilancio più dinamico, flessibile e strategico, attraverso la razionalizzazione dei programmi, una maggiore capacità di reazione agli shock e l’introduzione di un forte impulso alla competitività, volto a mettere in sicurezza le catene di approvvigionamento, potenziare le tecnologie pulite e intelligenti e attrarre investimenti privati.
Le sfide restano strutturali… e forse più gravi del previsto.
Secondo lo studio, i fattori alla base del divario di competitività individuato nel 2024 – mercati dei capitali frammentati, investimenti insufficienti in innovazione, costi energetici elevati e persistenti dipendenze strategiche – restano di natura strutturale e duratura. Gli sviluppi geopolitici e geo-economici intervenuti successivamente suggeriscono inoltre che l’ordine di grandezza stimato da Draghi debba essere considerato indicativo piuttosto che esaustivo: sostenere la competitività europea nel prossimo decennio, in particolare nei settori di difesa, sicurezza, energia e tecnologie avanzate, potrebbe richiedere volumi di investimento superiori a quelli inizialmente calcolati.
Per sostenere l’analisi, lo studio elabora un quadro concettuale basato sui cosiddetti “beni pubblici europei” (European Public Goods, EPG), che combina criteri economici – come le esternalità positive e le economie di scala – con considerazioni di governance legate all’eterogeneità delle preferenze tra Stati membri. Questo approccio consente di individuare con maggiore precisione gli ambiti in cui l’intervento a livello UE risulta più giustificato, integrando i tradizionali indicatori di performance finanziaria.
Una mappatura dettagliata delle raccomandazioni contenute nei due rapporti mostra che una quota significativa avrebbe implicazioni dirette sul bilancio se attuata: circa il 23% delle misure proposte da Letta e il 28% di quelle proposte da Draghi, concentrate in un numero limitato di settori strategici, tra cui energia, digitalizzazione, materie prime critiche, infrastrutture di trasporto e difesa.
Un bilancio insufficiente.
L’analisi rileva un ampio allineamento tra la proposta della Commissione e le priorità strategiche indicate da Letta e Draghi, pur segnalando che la dimensione complessiva del bilancio UE resta insufficiente a colmare da sola l’intero divario di investimenti. Da qui la necessità, sottolineano gli autori, di una prioritizzazione esplicita e di una concentrazione strategica nell’impiego delle risorse comunitarie: distribuire i fondi in modo troppo capillare tra i diversi settori rischia infatti di diluirne l’impatto, proprio mentre il divario tra fabbisogno di investimenti e contributi pubblici realisticamente mobilitabili continua ad allargarsi.
Uno scenario elaborato nello studio valuta come le risorse del bilancio UE, combinate con meccanismi di leva finanziaria, potrebbero contribuire a colmare parte del divario di investimenti: a seconda delle ipotesi adottate sull’ambizione di bilancio e sugli effetti moltiplicatori, l’intervento a livello europeo potrebbe mobilitare tra il 10% e il 30% del fabbisogno annuo stimato. L’analisi conferma dunque che gli strumenti dell’Unione hanno una funzione essenzialmente catalitica, capace di attivare investimenti privati e nazionali piuttosto che sostituirsi ad essi.
Un punto centrale emerso dallo studio è che la vera sfida non risiede tanto nel volume assoluto dei fondi pubblici disponibili, quanto nella loro allocazione e nella progettazione degli strumenti finanziari. Garanzie mirate, meccanismi di blending ed emissioni di tipo azionario possono infatti attrarre in misura significativa capitali privati, soprattutto nei settori maturi e ad alta intensità di capitale. Al contrario, negli ambiti caratterizzati da rendimenti privati limitati o da una forte eterogeneità di preferenze tra Stati membri – come la difesa o alcune infrastrutture strategiche – il finanziamento pubblico diretto resta indispensabile, nonostante un effetto leva più contenuto.
Nel complesso, lo studio conclude che il QFP 2028-2034 rappresenta una componente importante della risposta europea alle sfide di competitività, ma opera all’interno di un ecosistema di investimento più ampio, che coinvolge Stati membri e attori privati. La sua efficacia dipenderà dalla capacità di stabilire priorità strategiche chiare, di progettare adeguatamente gli strumenti finanziari, di garantire una governance solida e un monitoraggio costante, oltre che di allineare la spesa europea a beni pubblici europei chiaramente identificati.
foto licenza CC-BY-NC-SA 3.0 IT
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Gabriele Frongia
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