Quello che Confindustria non dice


All’assemblea annuale Orsini ha chiesto di esaminare le 575 misure fiscali che fanno mancare diverse decine di miliardi alle casse statali. Obiettivo: trovare venti miliardi da risparmiare e da ripartire, senza aumentare il debito, un terzo alla crescita (cioè anche alle imprese). Va tuttavia ricordato che di quelle 575 misure censite nel 2024, ben 103 riguardano proprio le imprese per un ammontare complessivo stimato dal governo in 19,6 miliardi di euro

Roberto Seghetti

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L’ultimo anno della legislatura è, da sempre, il terreno più fertile per il lancio di roboanti promesse ma anche il momento più favorevole per chiedere e ottenere concessioni concrete da parte del governo.

È in questo contesto che va letta la relazione del presidente della Confindustria, Emanuele Orsini, all’assemblea annuale degli imprenditori di martedì 26 maggio: un testo composto con sapiente dosaggio di analisi, di proposte anche interessanti, di accuse, di richieste e di molte omissioni sulle responsabilità evidenti del governo, nel desiderio di aprire una trattativa.

Una avance che la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha colto al volo, facendo intravedere possibilità di intesa che la platea ha ben compreso, tanto da tributarle 22 applausi pur in presenza di dichiarazioni che con la linea indicata dalla Confindustria su alcuni temi facevano evidentemente a pugni. A cominciare dal tema centrale delle politiche dell’Unione europea.

Orsini ha criticato aspramente la burocrazia europea, affermando che dovrebbe avere più chiaro che cosa significhi “competitività”.

Il presidente della Confindustria ha paventato il rischio di un arretramento industriale devastante lamentando giustamente la proliferazione di norme, regole e regolette, mentre Usa e Cina investono enormi quantità di denari in innovazione, tecnologie, prodotti.

Tra i lacci e lacciuoli europei Orsini ha citato espressamente quelli posti “per il via libera al decreto bollette del governo italiano”. Parole al miele per i sovranisti all’ascolto e in particolare proprio per Giorgia Meloni, che sta chiedendo all’Ue più margini di manovra.

Però attenzione: a parte il fatto che molte di quelle norme sono state approvate anche con l’avallo del governo italiano, che rappresenta il Paese a Bruxelles ormai da quattro anni, Orsini ha posto il tema della burocrazia, ma partendo da un’indicazione altrettanto chiara sul progetto generale: “Nessun paese europeo ha le risorse politiche ed economiche per affrontare da solo le sfide che abbiamo davanti: geopolitiche, tecnologiche, climatiche, demografiche…La dimensione europea è l’unica in grado di reggere l’urto”.

Quindi, meno burocrazia, ma in un’Europa più federale, non meno federale, un’Ue che sappia fare, ha detto Orsini, un mercato unico dell’energia, un mercato unico dei capitali, un debito comune per reggere gli enormi investimenti strategici necessari: infrastrutture energetiche, nucleare, mobilità, reti digitali, intelligenza artificiale, ricerca, estrazione di minerali critici, difesa. Cioè, in parole povere, un’Europa in cui ciascun paese ceda, o all’Unione o in una configurazione più ristretta di cooperazione rafforzata, una parte della propria sovranità, perché questo significano nei fatti quei mercati unici.

In un gioco delle parti ben orchestrato, Giorgia Meloni ha esaltato la prima parte del problema europeo, quella riguardante la burocrazia, i certificati per le emissioni climalteranti (gli Ets), la richiesta di flessibilità, ma ha fatto finta di non sentire la seconda.

E così ha potuto dichiarare che l’Ue “dovrebbe fare meno e meglio”, frase che nello stesso tempo dà ragione alle accuse sulla burocrazia europea, ma confligge con l’obiettivo generale indicato da Orsini.

La platea, a sua volta, ha applaudito, facendo finta di non aver capito che sul futuro dell’Europa il capo del governo stava dicendo una cosa un bel po’ diversa da quella auspicata dal loro presidente.

Lo stesso si può dire per quanto riguarda le scelte nazionali, compresa la burocrazia. Come ha ricordato Carlo Cottarelli, il disegno di legge per portare il merito nella pubblica amministrazione langue in Parlamento. E intanto va velocissimo il testo sulla riforma elettorale.

Emanuele Orsini ha proposto cinque leve da utilizzare per rilanciare lo sviluppo. Cinque titoli interessanti, ma conditi con molte omissioni.

La prima leva riguarda l’energia, ha detto Orsini, perché il prezzo dell’energia in Italia è “ormai diventata una vera e propria minaccia esistenziale”. Vero. Di chi la colpa? Delle Regioni che bloccano gli investimenti nelle rinnovabili e delle passate scelte sul nucleare, ha detto il presidente della Confindustria.

Il rimedio? Riportare l’energia nella competenza esclusiva dello Stato.

Tre omissioni raccontano in questo contesto la voglia di mettersi d’accordo con il governo.

La prima: come è arcinoto, giacciono al ministero dell’Ambiente migliaia di progetti di investimenti nelle rinnovabili, frenati oltre che dalle amministrazioni locali, proprio dal governo di centrodestra che fin dall’inizio, quando all’orizzonte non c’era alcun sentore di crisi, ha chiaramente mostrato di non credere a questa via (Trump docet).

La responsabilità della politica energetica sbagliata è per larga parte del governo, ma la Confindustria ha fatto finta di niente.

Seconda omissione: se il nucleare era così necessario il governo poteva pensarci all’inizio del mandato e non l’ultimo anno, dandosi da fare anche per avviare la realizzazione del deposito delle scorie, che invece ha rinviato per l’ennesima volta nelle mani dei governi futuri.

Terza omissione: tutti sanno, compresi gli imprenditori, che basterebbe disaccoppiare il prezzo dell’energia da quello del gas per ridurre un poco il costo (certo facendo guadagnare di meno le grandi utilities pubbliche).

Ma il governo chiaramente non intende farlo. In sostanza, gli errori dell’esecutivo sono stati tutti ben nascosti, lasciando emergere solo le responsabilità delle amministrazioni locali, che pure ci sono.

La seconda leva indicata da Orsini è la crescita dimensionale delle aziende. “La crescita dimensionale va perseguita anche attraverso un aumento degli incentivi fiscali a fusioni e acquisizioni” ha detto Orsini. Perché solo con imprese più grandi si riesce a competere meglio sui mercati.

Plauso, ovviamente, per l’iperammortamento deciso dal governo (per ogni 100 euro di investimenti in innovazione si riduce il reddito imponibile di impresa di 180 euro fino a 2,5 milioni di euro di acquisti, di 100 euro da 2,5 a 10 milioni e di 50 euro da 10 a 20 milioni di investimento).

Peccato che nulla si dica sul fatto che la tassa piatta sulle partite Iva che il governo ha esteso fino a 85 mila euro di fatturato (15 per cento fino al massimo al 75 per cento delle entrate) è la più importante spinta al nanismo (e al nero) che ci sia in Italia, perché appena oltrepassi quella soglia scattano le ben più alte aliquote normali e tutte le partite Iva tentano di restare sotto soglia.

La terza leva da attivare sono i cosiddetti contratti di sviluppo, cioè gli incentivi governativi sotto forma di denari a fondo perduto, finanziamento agevolato, contributo in conto interessi, per gli investimenti di sviluppo di maggiore dimensione da parte delle imprese. E fin qui, tutto chiaro.

Obiettivo comprensibile e certamente importante come strumento di politica industriale, anche se si resta in ogni caso nel settore della spesa pubblica e degli incentivi.

La quarta leva riguarda le semplificazioni. “L’instabilità normativa è un male antico” ha detto Orsini, ed ha ragione senza alcun dubbio. Due le proposte immediate. La prima proposta è l’estensione a tutto il territorio nazionale della Zes unica (zona economica speciale), che prevede procedure semplificate e crediti d’imposta sugli investimenti. La seconda: la riforma del decreto legislativo 231. Di che cosa si tratta?

Sono le norme che prevedono sanzioni anche pesanti per le aziende, quando un loro dirigente compie un reato da codice penale, per esempio uno sversamento consapevole di veleni nell’ambiente, una truffa ai danni dello Stato, delitti informativi, corruzione, reati societari, reati da criminalità organizzata.

La sanzione non viene erogata se le aziende si dotano di un codice di comportamento interno e di procedure volte a evitare reati.

Da tempo se ne discute e la Confindustria ha anche presentato diverse proposte di merito. Ma è un tema difficile e scivoloso, perché è vero che la legge e il modo in cui è stata applicata sono molto stringenti, ma è anche vero che l’obiettivo – come ha riconosciuto anche Orsini – è giusto, perché se un’impresa ha un indebito vantaggio per un reato commesso da un suo dirigente è chiaro che distorce a proprio favore la concorrenza (a parte le responsabilità personali di chi compie il reato).

Infine, la quinta leva: le risorse adeguate agli obiettivi. Orsini ha lanciato una proposta nobile: esaminare le 575 misure fiscali che fanno mancare diverse decine di miliardi alle casse statali (i dati risalgono al 2024, perché da allora non ci sono stati aggiornamenti dalla specifica commissione del ministero dell’Economia).

E trovare venti miliardi da risparmiare e da ripartire, senza aumentare il debito, un terzo alla crescita (cioè anche alle imprese), un terzo alla sanità e un terzo alla scuola. Vasto programma.

In tanti si sono cimentati in questo tentativo. Basti ricordare Carlo Cottarelli. Ma sono stati tutti respinti con perdite, perché toccare quelle agevolazioni fiscali significa toccare gli interessi delle corporazioni che via via sono state favorite dai governi.

Molte nuove misure sono entrate a far parte di quel carnet da quando è al governo Giorgia Meloni (ennesima omissione).

In ogni caso, bene. È positivo che le parti sociali vogliano mettere il proprio peso in questo progetto. Va tuttavia ricordato che di quelle 575 misure censite nel 2024, ben 103 (la voce più numerosa) riguardano proprio le imprese per un ammontare complessivo stimato dal governo in 19,6 miliardi di euro.

Con l’assemblea del 26 maggio la Confindustria ha presentato un importante progetto-Paese, in cui ha messo in chiaro i desiderata dei suoi associati ed ha strizzato l’occhio al governo. Giorgia Meloni ha risposto con una disponibilità da campagna elettorale. Il resto, se ci sarà (e come sarà) lo vedremo nei prossimi mesi.

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