Meno crescita e più benessere?


Se vogliamo che la crescita economica si traduca in un autentico benessere psicofisico individuale e collettivo, allora non è meno urgente e imprescindibile un intervento strutturale sulla formazione del capitale umano

Maurizio Pugno

Nello scorso gennaio, il segretario al Commercio degli Stati Uniti, Howard Lutnick, ha tenuto un discorso al forum di Davos in cui ha aspramente criticato l’Europa per i suoi modesti risultati economici.

Può sembrare una critica facile se si considera che, secondo le statistiche ufficiali, il PIL pro capite della zona euro è cresciuto, a partire dal 2000, della metà circa rispetto a quello statunitense.


Tuttavia, un’altra stima riportata dal premio Nobel per l’economia Paul Krugman il 5 luglio 2026 su Substack mostra che questo divario potrebbe addirittura capovolgersi a favore del Vecchio Continente, a patto di calcolare la crescita economica in modo diverso, in particolare tenendo conto della capacità del potere d’acquisto.

L’Europa, infatti, ha beneficiato enormemente della caduta dei prezzi dei prodotti ad alta tecnologia, mentre la produzione, e dunque la crescita della produttività, di questi beni e servizi è di gran lunga più consistente negli Stati Uniti.

Il catastrofismo con cui viene spesso dipinta l’economia europea risulta quindi ingiustificato.

Al contrario, come suggerito anche da Guido Tabellini su La Repubblica del 3 luglio, il nostro continente dispone di ampi margini di miglioramento, proprio attraverso l’adozione delle tecnologie sviluppate oltreoceano.

Ad alimentare una valutazione ottimistica del benessere europeo rispetto a quello statunitense contribuisce un recente rapporto del Joint Research Centre della Commissione Europea.


Focalizzandosi sul benessere psicologico e sociale anziché su quello puramente economico, lo studio evidenzia un netto miglioramento dei cittadini europei rispetto agli americani a partire dal 2010.

Questo trend positivo emerge nel caso della soddisfazione per la propria vita, della riduzione delle disuguaglianze, della qualità delle istituzioni (in crescita dal 2019) e in molteplici indicatori legati alla salvaguardia dell’ambiente.

Non solo, ma proprio sul fronte della soddisfazione personale emerge un paradosso eclatante: negli Stati Uniti l’indice di gradimento della propria vita è tendenzialmente in calo dal 2010, a dispetto di una crescita economica relativamente sostenuta; in Europa, al contrario, la tendenza è orientata al rialzo.

Già negli anni Novanta del secolo scorso si parlava del cosiddetto “paradosso della felicità” americano, notando come l’indicatore della felicità rimanesse pressoché invariato pur in presenza di crescita economica.

Nei due decenni successivi tale paradosso è stato confermato anche in altri Paesi occidentali, sollevando un acceso dibattito.


Oggi, dunque, il fenomeno non solo non è rientrato, ma è diventato ancora più paradossale.

Osservando l’Europa, possiamo così affermare che la nostra società è in grado di utilizzare meglio le risorse materiali per generare un vero benessere.

Una conferma arriva da un grafico di Our World in Data, il quale mostra come l’aspettativa di vita sia aumentata in misura maggiore in Europa rispetto agli Stati Uniti, mentre – paradossalmente – la spesa sanitaria pro capite europea è cresciuta molto meno di quella americana.

Ma possiamo davvero sperare di mantenere questo vantaggio in termini di benessere anche nel futuro?

Fare previsioni a lungo termine è sempre un esercizio complesso, ma un indicatore specifico rischia purtroppo di spegnere ogni ottimismo: l’andamento del capitale umano, misurato attraverso le competenze cognitive dei giovani.


È ampiamente dimostrato, infatti, che il capitale umano non solo alimenta il benessere economico, ma favorisce anche la salute psicologica e la longevità.

Ebbene, un articolo pubblicato su Substack da Jean Twenge l’11 marzo 2025 evidenzia come le competenze in matematica e in lettura degli studenti quindicenni stiano diminuendo progressivamente dal 2012 circa sia in Europa Occidentale sia negli Stati Uniti, interrompendo una fase di crescita.

In Italia, in particolare, le rilevazioni dell’Invalsi confermano questo declino tendenziale nelle competenze di matematica e italiano sia per gli alunni di terza media sia per quelli di quinta elementare, sebbene il fenomeno si sia concentrato soprattutto nell’immediato post-pandemia.

Appare dunque condivisibile l’indicazione di Krugman (che a sua volta citava il rapporto di Mario Draghi) sulla necessità di abbattere le ultime barriere interne per dare vita a un vero mercato unico europeo, rendendolo strutturalmente più simile a quello statunitense.

È altrettanto condivisibile la tesi di Tabellini sull’importanza di accelerare l’adozione della tecnologia americana per colmare il divario di produttività.


Tuttavia, se vogliamo che la crescita economica si traduca in un autentico benessere psicofisico individuale e collettivo, allora non è meno urgente e imprescindibile un intervento strutturale sulla formazione del capitale umano.

Occorre destinare generosi finanziamenti pubblici all’istruzione e alla sanità, in modo da poter aggiornare la formazione del personale e raggiungere studenti, adulti e anziani con questi servizi in ogni parte del territorio (e in Italia sappiamo quanto questo sia importante).

Tutta la società, infatti, trae vantaggio da un capitale umano più diffuso e di qualità, tanto da poterlo considerare un bene comune.

Maurizio Pugno è economista, con una lunga carriera accademica dedicata al benessere, allo sviluppo umano e all’economia della salute mentale. Ha insegnato come Professore Ordinario di Economia all’Università di Cassino e all’Università di Trento, ed è stato Visiting Professor alla Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa e all’Università Bicocca di Milano. Per Rubettino ha pubblicato da poco Emergenza malessere – Dalle cause economiche, sociali e individuali ai rimedi per uno sviluppo più umano

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