La parte non riducibile a gossip della discussione sullo Strega può essere espressa allora sotto forma di interrogativo: la “purezza” letteraria di Mari è una posizione politica? Lo è ancora di più o di meno, ci convince di più o di meno, dopo il banco di prova a cui è stata sottoposta – lo scrittore che più ha costruito un’opera sul rifiuto del presente si è ritrovato, per una sera, l’oggetto più conteso del presente?
Christian Raimo
“Sentiva in profondo che se la vita è corruzione ed abiura, dovrebbe essere altissimamente morale contrapporre alla sua ruina il movimento contrario del riscatto, del disseppellimento affettuoso.”
Nella lunga – e bella – conversazione con Carlo Mazza Galanti raccolta in Scuola di demoni (pubblicata da minimum fax, ai tempi dell’editor Alessandro Gazoia) Michele Mari dice che il rapporto con l’immagine pubblica dello scrittore a cui si sente vicino è la fotografia in cui Tommaso Landolfi si copre il volto con la mano.
Confessa poi altre idiosincrasie, dice di detestare le telecamere, i podcast, i link a cui andarsi a rivedere, la frenesia delle occasioni pubbliche in cui rischiare di ritrovarsi con la camicia sbagliata o di impappinarsi in una risposta che non riesce a essere di circostanza.
La mano davanti alla faccia è una metafora eloquente per parlare di Michele Mari. In quella foto iconica non ci si nasconde soltanto, si mostra il fatto di nascondersi.
Diventata più celebre per Landolfi di tutti i suoi risvolti mancanti, può essere presa per Mari come dichiarazione di poetica in prestito per un’opera omnia costruita sul mostrare il nascondere, sul confessare per interposta maschera, sul lathe biosas che però insiste con il parlare ossessivamente di sé.
Nell’autoesegesi che Mari offre a Mazza Galanti si trova anche la ragione dichiarata per questo ritrarsi insistito, ingrugnito. Per esempio torna più volte sul fastidio per le registrazioni: non è tanto l’esser visti che è molesto, ma il fatto che tutto di noi possa restare e resti fuori dal nostro controllo.
Il vero problema per Mari, l’abbiamo capito persino nelle dichiarazioni per i giornali di questi giorni dopo la vittoria allo Strega, non è la permanenza in sé, ma la permanenza non curata, non filologica, non collezionata.
Pochi scrittori italiani hanno esaltato il collezionismo, la vertigine del collezionismo che possiamo aver cullato da ragazzini fino a farne un contagio valido a vita. In uno dei racconti che fanno ormai parte del canone della letteratura italiana, “i giornalini” di Tu, sanguinosa infanzia, i giornalini, collezionati e gelosamente tutelati dal professore protagonista, che non vuole spartirli con il figlio, sono una mise en abyme di una dedizione letteraria interamente votata alla conservazione, alla schedatura, alla museificazione del (proprio) immaginario passato.
C’è tutto nel primo racconto, c’è tutto nell’incipit del primo racconto della prima raccolta:
Quando seppe che sarebbe diventato padre, il professor *** si chiuse a lungo nel suo studio per riordinare le idee. Nell’incertezza del futuro uscì da quella stanza con una certezza: i giornalini, i cari giornalini della sua infanzia dovevano essere messi in salvo.
È come se ci fosse un restare che è buono, che è la reliquia – l’oggetto sottratto al tempo per atto d’amore e di controllo, catalogato, “signato, schedato” – e c’è un restare cattivo, che è la registrazione, il residuo involontario, il sé disperso nel mondo senza cura, l’io in balia di archivi di altri, benedicenza o maledicenza altrui non importa.
Tutta l’opera di Mari è la guerra del primo restare contro il secondo. Potremmo dire che la letteratura per lui sembra esattamente questo: la tecnica che trasforma il residuo in reliquia.
Da qui forse si può partire per capire perché le altre affermazioni dell’autolettura di Scuola di demoni, le affermazioni in cui si lancia, proprio sulla “vera letteratura”:
Posso fare degli esempi: lo so che è difficile da dire però per me la vera letteratura di Primo Levi è in Storie naturali, è nella Chiave a stella, più che in Se questo è un uomo o nella Tregua, libri con un tale carico di ricatti emotivi, morali, di indignazione, denuncia, dissenso, che senti che lì dentro sono in gioco ben altre cose oltre alla letteratura.
Esiste una letteratura che non ha a che fare con altre cose?
Non volevo dire che la letteratura non debba avere a che fare con altre cose, ma che nella sua quintessenza la letteratura è più letteraria quando diventa un mondo a sé, come in Mervyn Peake, come nel Mago di Oz, come in Alice, come in Lovecraft.
Oppure:
La letteratura secondo me deve avere un suo linguaggio più vicino a quello del sogno che a quello dell’intervento consapevole, civile, morale, impegnato. Per esempio, per fare un discorso in termini di controprova, se tu mi chiedessi di dirti senza pensare entro un secondo un argomento sul quale non scriverei mai un libro, ti direi subito i migranti. L’antiletteratura è quello. Perché ci fanno una testa così tutti i giorni al telegiornale ergo, proprio ergo, quello non può diventare letteratura. Posso fare il volontario, l’infermiere, scrivere un saggio, ma non chiedetemi di fare letteratura a partire da quello: lì per me c’è il divorzio come atto dovuto.
Fuori dalla lettura dei testi letterari e critici di Mari (il suo zibaldone in fieri I demoni e la pasta sfoglia) questa prospettiva, totalmente idiosincratica, probabilmente non si può capire fino in fondo, figuriamoci condividere. E può finire per assomigliare a una serie di boutade reazionarie o a provocazioni da anarchico conservatore (autodefinizione gaddiana che Mari rivendica anche questa a sé: “Non mi piacciono le leggi, se posso trasgredirne qualcuna sono sempre contento. Se mi dicono non attraversare attraverso, se mi dicono non calpestare calpesto.”).
Allora l’unico vaglio con cui si può misurare la coerenza di quest’affermazione sarà la sua lingua, che fa continuamente ciò che la sua poetica dichiarata proibisce – parla del mondo, e lo fa in modo così mimetico da essere uno dei fatti più importanti che la narrativa italiana recente abbia prodotto.
Il gioco è chiaro. Mari ha fede nella letteratura come un devoto, come un consacrato; fidarsi anche della realtà sarebbe ai suoi occhi probabilmente idolatria.
Da qui vengono fuori, come per i religiosi, quelli che paiono i paradossi della sua fede.
Quando è successo il caso delle sue parole su Michela Murgia, ho pensato al modo platonico in cui Mari sembra considerare la realtà editoriale, gli scrittori in carne e ossa: nel migliore dei casi una copia sbiadita della letteratura.
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