di Roberta Elmadhi
Ci sono mesi che appartengono al calendario e altri che appartengono alla storia. Luglio è uno di questi.
Le Giornate di Luglio del 1917, che sconvolsero Pietrogrado, rappresentano uno dei momenti decisivi del Novecento. Migliaia di operai, soldati e marinai scesero nelle strade chiedendo pace, giustizia sociale e un cambiamento radicale. Il Governo Provvisorio rispose con la repressione. Lenin fu costretto alla clandestinità, Lev Trotsky venne arrestato e molti osservatori ritennero che il movimento bolscevico fosse ormai definitivamente sconfitto.
La storia dimostrò che la realtà era molto più complessa. Trotsky comprese che le grandi crisi politiche non nascono in un solo giorno. Esse maturano lentamente, quando le istituzioni perdono credibilità, quando le disuguaglianze aumentano, quando la politica smette di comprendere il disagio sociale e quando la fiducia dei cittadini si trasforma progressivamente in disillusione.
È proprio questa intuizione che rende ancora oggi il suo pensiero degno di essere approfondito. Per troppo tempo Trotsky è stato ricordato quasi esclusivamente come uno dei protagonisti della Rivoluzione russa. Molto meno attenzione è stata riservata al suo contributo come analista delle crisi delle democrazie e delle trasformazioni politiche.
Nel 1905, Trotsky interpreta, infatti, la rivoluzione come il risultato di processi storici complessi, nei quali il rapporto tra istituzioni e società cambia profondamente quando la crisi economica, sociale e politica raggiunge un punto di rottura.
Nella teoria della Rivoluzione permanente, pur collocata nel contesto del marxismo rivoluzionario, sviluppa un’intuizione che conserva interesse anche oggi: nessun Paese può essere compreso isolatamente dagli equilibri internazionali. Ma è soprattutto nei suoi scritti sulla Germania degli anni Trenta, raccolti in opere come “La lotta contro il fascismo in Germania” e “Che cos’è il fascismo e come combatterlo”, che emerge la straordinaria lucidità della sua analisi. Trotsky osservò che le crisi democratiche non possono essere comprese limitandosi ai singoli leader. Esse nascono dall’intreccio tra crisi economica, perdita di fiducia nelle istituzioni, polarizzazione politica e incapacità delle classi dirigenti di offrire risposte credibili ai cittadini. Mise inoltre in guardia contro i rischi derivanti dalla frammentazione delle forze democratiche di fronte alla crescita dell’autoritarismo.
Molti di quegli avvertimenti rimasero inascoltati. La storia dimostrò quanto potesse essere elevato il prezzo dell’incapacità di leggere tempestivamente i cambiamenti politici. Non perché gli eventi fossero inevitabili, ma perché numerosi segnali vennero sottovalutati.
Questa è la ragione per cui alcune opere del passato non dovrebbero essere archiviate come semplici testimonianze storiche. Dovrebbero continuare a essere lette criticamente, non per riprodurre categorie del Novecento nel presente, ma perché aiutano a comprendere i meccanismi attraverso cui le democrazie possono indebolirsi.
Chiaramente, l’Europa del XXI secolo non è la Russia del 1917 né la Germania della Repubblica di Weimar. Sarebbe storicamente scorretto sostenere il contrario. Le democrazie contemporanee sono fondate su costituzioni solide, sistemi di garanzia, integrazione europea e organizzazioni internazionali che appartengono a un contesto completamente diverso. Ciò che conserva attualità non è il contesto storico, ma il metodo di analisi.
Negli ultimi anni il panorama politico occidentale è stato attraversato dalla crescita di movimenti che attribuiscono particolare centralità alla sovranità nazionale, alla sicurezza, all’identità e alla critica delle élite tradizionali. Negli Stati Uniti, Donald Trump ha rappresentato una delle espressioni più influenti di questa tendenza. In Italia, Roberto Vannacci ha alimentato un ampio dibattito pubblico con posizioni che insistono sulla centralità dell’identità nazionale, della sicurezza e dell’interesse dello Stato. Si tratta di fenomeni che appartengono a contesti politici differenti e che non possono essere assimilati alle vicende del Novecento.
La questione fondamentale è un’altra: quali condizioni economiche, sociali e culturali rendono possibile il consenso verso determinate narrazioni politiche? È questa la domanda che Trotsky invitava a porsi. Una democrazia matura non dovrebbe limitarsi a contrapporre slogan ad altri slogan. Dovrebbe interrogarsi sulle cause profonde del malessere: l’aumento delle disuguaglianze, la precarizzazione del lavoro, il costo della vita, la perdita di fiducia nelle istituzioni, la percezione di esclusione e la difficoltà di governare le trasformazioni della globalizzazione.
Una riflessione analoga emerge, pur da prospettive differenti, anche nelle opere di Antonio Gramsci, Karl Polanyi e Hannah Arendt. Tutti, con linguaggi diversi, ricordano che la qualità della democrazia dipende dalla capacità di costruire consenso, ridurre le fratture sociali, rafforzare le istituzioni e difendere il pluralismo.
Lo stesso principio aiuta a leggere le recenti proteste che hanno attraversato l’Albania. Nate da contestazioni su specifici progetti di sviluppo e successivamente allargatesi ai temi della trasparenza amministrativa, della corruzione e della qualità delle istituzioni, esse mostrano come il disagio sociale possa rapidamente trasformarsi in una più ampia crisi di fiducia nei confronti del sistema politico. Anche qui non esistono analogie dirette con il 1917, ma emerge una lezione comune: le istituzioni democratiche non possono dare per scontata la fiducia dei cittadini.
Nel frattempo, il sistema internazionale attraversa una fase di profonda trasformazione. La guerra in Ucraina, le tensioni in Medio Oriente, la competizione strategica tra Stati Uniti e Cina, la sicurezza energetica, le migrazioni, l’intelligenza artificiale e le minacce ibride dimostrano che nessun Paese può affrontare da solo le sfide del nostro tempo. Per l’Italia, membro dell’Unione europea e della NATO, la difesa dell’interesse nazionale passa anche attraverso la credibilità delle proprie alleanze, il rafforzamento del diritto internazionale e la capacità di contribuire a un ordine multilaterale stabile. Sovranità e cooperazione non sono necessariamente concetti contrapposti: nel XXI secolo possono rafforzarsi reciprocamente.
Il vero insegnamento del luglio del 1917 non consiste nel ricercare paralleli automatici con il presente. Consiste nel ricordare che le democrazie raramente crollano all’improvviso. Più spesso si indeboliscono gradualmente, quando cresce la distanza tra cittadini e istituzioni, quando le paure prevalgono sulla fiducia, quando il confronto pubblico si impoverisce e quando la politica rinuncia a governare il cambiamento.
Per questo la lezione di Trotsky resta attuale. Non perché offra soluzioni pronte per il XXI secolo, ma perché ci ricorda che la politica deve saper leggere i segnali del proprio tempo prima che le crisi diventino irreversibili. Le democrazie non si salvano difendendo il passato. Si salvano riformando e rispondendo subito al presente. È questa la responsabilità della politica: rafforzare la giustizia sociale, ricostruire la fiducia nelle istituzioni, difendere lo Stato di diritto, investire nella cooperazione internazionale e dimostrare che libertà, uguaglianza e sicurezza non sono valori in conflitto, ma i pilastri di una democrazia capace di affrontare il futuro.

Roberta Elmadhi è una giovane europeista e riformista, laureata in Scienze Politiche con specializzazione in sviluppo economico e integrazione del mercato unico europeo presso l’Università di Bologna. Esperta in governance multilivello, semplificazione e progettazione europea, lavora alla Presidenza del Consiglio dei Ministri e collabora con l’Università di Bologna come assistente.
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