In fase di allestimento nella base aerea di Laikipia un centro di quarantena e cura (ma solo per gli americani), mentre l’Uganda chiude il confine per evitare ulteriori trasmissioni del virus
L’allarme delle agenzie umanitarie: così operatori sanitari e volontari statunitensi rinunceranno a operare nelle zone di contagio
L’Epidemia di una rara variante del virus Ebola nella Repubblica democratica del Congo e in Uganda preoccupa gli Stati Uniti che dopo essere usciti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e aver smantellato l’Agenzia americana per lo sviluppo internazionale (USAID), paiono ben consapevoli che il drastico taglio degli aiuti USA al settore sanitario dei paesi del Sud globale rischia ora per loro di avere un effetto boomerang.
Così, con i Mondiali di calcio alle porte e l’orizzonte delle elezioni di midterm poco più in là, l’amministrazione Trump ha optato per una soluzione drastica: anziché farli rientrare negli Stati Uniti, i cittadini americani risultati positivi al virus o esposti al rischio di contagio nella RD Congo saranno trasferiti in un centro specializzato di quarantena e cura nel vicino Kenya.
La struttura, già in fase di allestimento nella base aerea militare di Laikipia, “è progettata per fornire assistenza di alta qualità agli americani che necessitano di lasciare rapidamente la Rd Congo e di mettersi in quarantena senza i rischi di un lungo viaggio di ritorno negli Stati Uniti”, fa sapere un funzionario della Casa Bianca interpellato da The Guardian.
Il centro curerà anche i cittadini statunitensi positivi a Ebola, ha aggiunto, “compresi i pazienti in condizioni critiche, sebbene ogni caso verrà valutato per un eventuale trasferimento in un centro specializzato, al fine di massimizzare le possibilità di guarigione”.
Il quotidiano britannico fa notare che non è chiaro se in questo caso sia previsto un trasferimento negli Stati Uniti o in Europa – un americano positivo al virus è stato portato in Germania e un altro con alto rischio di contagio nella Repubblica Ceca -, né se ci sia, per coloro che dovessero rifiutare di essere mandati in Kenya, la possibilità di rientrare comunque negli USA.
Un’eventualità che pare remota, visto che gli Stati Uniti hanno anche vietato l’ingresso nel paese ai viaggiatori che si sono recati di recente in Rd Congo, Uganda e Sud Sudan, così come il rientro per i titolari di green card – il permesso di residenza permanente per gli immigrati – che hanno viaggiato di recente in questi tre paesi.
Non è ancora chiaro, inoltre, se le autorità americane permetteranno, ed eventualmente a quali condizioni, l’ingresso nel paese al team della nazionale di calcio congolese e ai suoi tifosi in occasione dei Mondiali, che oltre che negli USA si giocheranno anche in Messico e Canada.
Il Kenya partner “privilegiato”
Come prevedibile la misura di contenimento esterno dell’amministrazione Trump sta sollevando polemiche e allarmi tra gli operatori sanitari statunitensi e tra l’opinione pubblica kenyana, tanto da spingere il ministro della Salute Aden Duale a diffondere un comunicato, nel quale rassicura sulle capacità del paese di fronteggiare la situazione.
La scelta del Kenya non è casuale. Il paese dell’Africa orientale è infatti il primo grande alleato non NATO degli Stati Uniti nell’Africa subsahariana. Una partnership che si concentra principalmente su cooperazione in materia di difesa, antiterrorismo, commercio bilaterale, espansione di infrastrutture digitali e sulla sanità pubblica.
In quest’ultimo settore, in particolare, un controverso accordo da 2,5 miliardi di dollari, siglato nel dicembre 2025, era stato temporaneamente sospeso da un’ordinanza di un tribunale kenyano a causa delle preoccupazioni riguardo alla cessione di dati sanitari sensibili, ma l’ordinanza è stata revocata lo scorso 13 maggio dalla Corte d’Appello.
L’allarme degli operatori umanitari
Ma la decisione di Washington solleva allarmi anche oltreoceano. Tralasciando di soffermarsi sugli aspetti etici, che peraltro poco o nulla interessano l’amministrazione trumpiana, addetti ai lavori e analisti avvertono che la misura, senza precedenti per gli USA, rischia di rivelarsi controproducente rispetto all’obiettivo di contenere e porre fine all’epidemia.
“Senza piani adeguati per una quarantena sicura delle persone esposte e l’isolamento tempestivo di coloro che risultano infetti, temo che queste strutture possano amplificare la diffusione del virus”, ha dichiarato al Guardian Jeremy Konyndyk, presidente di Refugees International, ex responsabile della risposta USAID all’epidemia di Ebola del 2014-2015 ed ex direttore esecutivo della task force USAID per il Covid-19.
Konyndyk evidenzia anche un altro rischio concreto, ovvero che senza garanzie di assistenza e cura negli Stati Uniti e con la prospettiva eventuale di non poter tornare a casa dai propri cari per un periodo indefinito, operatori sanitari e volontari rinuncino a operare nelle zone di contagio, dove invece c’è estremo bisogno di personale medico specializzato.
L’effetto, insomma, è quello di un forte deterrente.
Epidemia difficile da contenere
Intanto, l’epidemia del ceppo Bundibugyo di Ebola – per il quale non esiste vaccino né trattamento riconosciuto, con una mortalità che può arrivare fino al 50% – continua a diffondersi. Ieri le autorità ugandesi hanno ordinato la chiusura immediata del confine con le regioni orientali della Rd Congo, dove i casi sospetti sono ormai più di 750, con 177 morti.
Al 27 maggio in Uganda, dove la situazione è definita “stabile”, sono stati invece 7 casi sospetti di contagio, tra cui 2 operatori sanitari, e 1 decesso.
Numeri sottostimati, fa sapere dall’Italia l’Istituto Superiore di Sanità, spiegando che “data la scarsità iniziale di dati e la forte mobilità transfrontaliera in quelle regioni, si ritiene che la reale diffusione geografica e il numero di casi siano sensibilmente più ampi”, con le aree interessate del tutto impreparate a contenere la diffusione del virus e una diffusa diffidenza, quando non aperta ostilità, nei confronti del personale sanitario occidentale.
Il 16 maggio l’OMS ha stabilito che l’epidemia costituisce un’emergenza di sanità pubblica di rilevanza internazionale (PHEIC) con l’ultimo bollettino che parla di un rischio “molto alto” in Rd Congo, “alto” a livello regionale e “basso” a livello globale.
Ieri il direttore generale dell’OMS, Tedros Ghebreyesus, ha poi chiesto un cessate il fuoco nell’est della Rd Congo per consentire un accesso sicuro alle equipe mediche.
La provincia dell’Ituri, dove è stato individuato il primo focolaio del virus, diffuso ormai anche alla vicina provincia del Nord Kivu, è da decenni un territorio di forte instabilità, dove operano un numero imprecisato di milizie.
Un conflitto per le risorse del sottosuolo che solo in Ituri ha provocato lo sfollamento di circa un quarto dei suoi 4 milioni di abitanti, con 1,9 milioni di persone che necessitano di aiuti umanitari e quasi altrettanti colpiti da una grave insicurezza alimentare.
Insomma, un’emergenza nell’emergenza che ci riguarda sempre più da vicino.
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