La sera del 24 giugno, due terremoti di magnitudo 7,2 e 7,5 hanno colpito il Venezuela a pochi secondi di distanza.
Terremoti di questa portata causano danni significativi in qualsiasi Paese, indipendentemente da quanto preparata sia la sua risposta all’ emergenza e la solidità delle sue infrastrutture.
Qualsiasi Stato, anche quello con una leadership politica relativamente solida, deve affrontare controversie e reazioni negative della popolazione sulla gestione delle operazioni di salvataggio e recupero.
Quando i terremoti come questo colpiscono i Paesi poveri del Sud Globale con scarsa importanza geopolitica, di solito attirano per qualche giorno grande attenzione mediatica solidale prima che l’attenzione delle notizie si sposti altrove.
Da sottolineare che però qualsiasi tipo di assistenza ricevano dai vicini e dalla comunità internazionale questa è in gran parte apolitica.
Un caso particolare, il Venezuela
Il Venezuela, tuttavia, non rientra in nessuna di queste categorie.
Il terribile disastro naturale che lo ha recentemente colpito è andato ad infierire su un Paese che ha sulle spalle un decennio di declino, che equivale a uno dei peggiori crolli economici della storia mondiale, causato dalle espropriazioni, dalla corruzione, dalla cattiva gestione e dittatura del regime venezuelano, e aggravato da anni di sanzioni statunitensi.
Di conseguenza, era già vicino al collasso totale prima del terremoto.
La sua situazione oggi è aggravata dalla mancanza di una leadership interna legittimamente e eletta al centro di controversie geopolitiche che durano da anni.
Lo scorso tre gennaio, gli Stati Uniti hanno avviato un’operazione militare che ha portato all’arresto dell’ex Presidente Nicolas Maduro, lasciando il suo vicepresidente, DelcyRodriguez, al comando e ribaltando l’allineamento internazionale del Venezuela.
Negli ultimi due decenni, il Paese è stato nodo centrale nella rete di rivali e sfidantidegli Stati Uniti sulla scena globale.
Da un giorno all’altro si è legato all’Amministrazione del Presidente Trump, ponendosi al centro dei dibattiti politici mondiali sui piani, le intenzioni e la politica esteraestrattivistadi Trump.
Quando il conflitto in Medio Oriente ha scatenato una ricerca urgente di fonti alternative di petrolio, le forniture del Venezuela sono diventate molto attraenti.
E con l’America Latina che continua ad eleggere leader simpatizzanti di Trump, la Rodriguez è diventata il simbolo di ciò che l’allineamento con il Presidente americano può portare, rappresentando anche quella che Trump considerava la sua più grande vittoria in politica estera.
È un bagaglio pesante da portare sulle spalle dopo un disastro che richiede una enorme risposta umanitaria, ma dove il pezzo più importante del puzzle da ricomporre rimane la dittatura non eletta e illegittima e decisamente impopolare.
Rodriguez, come il suo predecessore Maduro, crede nell’azione centralizzata del governoe in un panorama di informazioni e notizie rigorosamente controllato.
Ciò significa che l’esercito venezuelano sta attualmente conducendo operazioni di soccorso nonostante le attrezzature degradate limitino la capacità di farlo sulla scala richiesta dalle migliaia di edifici distrutti e danneggiati dagli ultimi terremoti e dalle continue scosse di assestamento.
Significa anche che il regime sta cercando di controllare la narrazione mediatica, inclusi i luoghi in cui possono andare i giornalisti locali e internazionali e su cosa possono riportare.
Dittatura vs emergenza
Per anni, la dittatura venezuelana ha represso gran parte di quella società civile che avrebbe potuto dare una risposta immediata alle emergenze,e vietato l’assistenza estera da parte di governi e donatori privati che non poteva controllare pienamente.
Oggi, il regime di Rodriguez sta portando avanti la stessa linea di condotta, ostacolandoi cittadini e le ONG internazionali negli aiuti e ponendo alcontempo limiti a chi può raccogliere e distribuire gli aiuti.
Un esempio è la squadra di vigili del fuoco inviata dalla Colombia che è stata trattenuta per diverse ore dalla burocrazia venezuelana, chiara espressione del desiderio del governo di controllare la situazione.
In un’operazione di salvataggio in cui ogni minuto conta, decidere che la priorità è il controllo e non il salvataggio di vite umane sta oltrepassando ogni limite di umanità.
Questi “incidenti di percorso” iniziali e la rabbia che stanno generando tra la popolazione venezuelana mostrano che il terremotoha riaperto le linee di frattura politiche irrisolte dell’ordine post-Maduro.
Quando gli Stati Uniti hanno rimosso Maduro, la maggior parte dell’opposizione venezuelana si aspettava che Maria CorinaMachado – vincitrice del Premio Nobel per la Pace dello scorso anno e figura politica di spicco dell’opposizione democratica –avesse un ruolo centrale in ciò che sarebbe avvenuto dopo.
Invece, Trump scegliendo la Rodriguez ha optato per la continuità, sostenendoche solo lei potesse garantire una certa stabilità nel breve termine e mantenere il controllo delle forze di sicurezza Venezuelane.
Ultima possibilità di una scossa alla politica
Machado, che ha lasciato il Venezuela lo scorso dicembre e ha dichiarato di voler tornare a candidarsi alla presidenza, avrebbe passato i giornisuccessivi al terremoto a sollecitare le autorità statunitensi affinché facilitassero il suo rientro.
Ma questo non ha fatto che frustrare ulteriormente Trump che ora è unicamente concentrato sulla risposta al disastro e molto diffidente nell’introdurre una competizione politica in mezzo a una situazione di emergenza umanitaria.
Tuttavia, dati i primi segnali di cattiva gestione derivanti dal continuo desiderio della dittatura venezuelana di mantenere il controllo a 360 gradi, non c’è forse momento migliore per chiedere all’opposizione di mettersi in gioco.
La popolazione venezuelana merita una ripresa guidata da un governo eletto e sostenuto dal popolo.
Ci sono precedenti storici nella Regione. Uno di questi è il Nicaragua.
Nel 1972, dopo che un terremoto rase al suolo Managua, la capitale, lo sfacciato furto dell’assistenza internazionale da parte del regime Somoza allora al poterefu definito dagli analisti la scintilla che portò la popolazione alla rivoluzione sandinista del 1979.
Ma questo confronto va preso con le dovute cautele, la rabbia di oggi per gli aiuti che arrivano con il contagocce per una burocrazia malata non necessariamente possono portare a un cambiamento radicale della situazione politica in Venezuela.
La caduta del regime di Somoza avvenne quasi sette anni dopo il terremoto di Managua. E più di mezzo secolo dopo, il Nicaragua è di nuovo una dittatura e uno dei Paesi più poveri di quell’emisfero, con parti della capitale mai ricostruite dai tempi di quel terremoto.
In altre parole, i terremoti da soli non rovesciano i governi, in particolare quelli con un apparato di sicurezza intatto e che si trova davanti un’opposizione ancora moto frammentata.
È più probabile che si radichino in modelli tristemente noti: il Nicaragua e Haiti, Paesi già in crisi che non si sono mai risollevati.
Il peso di Trump sul futuro del Venezuela
Ad aleggiare su ciò che sta accadendo ora in Venezuela c’è soprattutto l’annuncio fatto da Trump lo scorso 4 gennaio – il giorno dopo la rimozione di Maduro –che ora a “governare” il Paese c’è lui.
Per quasi sei mesi, ha trattato il Venezuela come una colonia appartenente non solo agli Stati Uniti ma anche a sé stesso, lodando la gestione Rodriguez anche se tutte le entrate petrolifere venezuelana sono convogliate attraverso conti statunitensi che la sua Amministrazione controlla con poca, se non nessuna, supervisione congressuale.
Sia prima che dopo i terremoti delle scorse settimane, Trump ha affermato che la popolazione Venezuela era così felice da ballare per strada e che il Paese stava facendo molti soldi attraverso gli Stati Uniti, cosa praticamente impossibile da verificare.
Ad onor del vero, con il suo improbabile mecenate, l’Amministrazione Trump ha avviato un sostanziale sforzonei soccorsi in Venezuela, guidati in gran parte dall’esercito statunitense.
Washington ha schierato due squadre d’élite urbane di ricerca e soccorso (provenienti da Virginia e California), ha sbloccato 150 milioni di dollari in aiuti umanitari, ha rilasciato una licenza d’emergenza per le sanzioni che altrimenti avrebbero intralciato la fasedi soccorso e ha iniziato a coordinare le consegne di forniture mediche.
Eppure, gli Stati Uniti possono e devono fare di più. I 150 milioni di dollari in assistenza sono una frazione di quanto gli Stati Uniti hanno speso per il dispiegamento navale che ha preceduto l’operazione per rimuovere Maduro a gennaio.
Avendo scelto personalmente il governo venezuelano che ora gestisce la risposta alle emergenze, gli Stati Uniti si assumono una quota di responsabilità su come viene gestita la ripresa.
Nel frattempo, il Financial Times ha riportato pochi giorni fa che il Venezuela deve fare i conti con oltre 240 miliardi di dollari di debiti totali, molto di più di quanto fosse ufficialmente noto.
E questo prima di considerare i miliardi di dollari che ci vorranno per la ricostruzione che dovranno essere finanziati per riparare i danni causati dagli ultimi due terremoti.
La ripresa del Venezuela non può essere ottenuta a buon mercato, e i suoi ricavi petroliferi sono lontani anni luce dall’essere in grado di restituire al Paese ciò che gli è stato sottratto negli ultimi decenni.
La situazione attuale del Venezuela evidenziauna dinamica comunenei terremoti che è quella dei danni fisici cheavvengono nell’arco di pochi minuti, main ogni altro aspettopossono diventare disastri a lenta evoluzione.
La fase di salvataggio dura giorni, la fase di ripresa anni.
In sostanza, qualsiasi seguito politico ne derivitenderà a svilupparsi a lungo termine, molto tempo dopo che i riflettori dei media si saranno spostati altrove. E con lui le sorti del Paese.
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Jacqueline Rastrelli
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