Un polo europeista autonomo, riconoscibile e alternativo alle due coalizioni tradizionali. Non un semplice accordo tra leader, ma una rete politica e civica capace di radicarsi nei territori e di presentarsi alle elezioni del 2027 fuori tanto dal centrodestra quanto dal Campo largo. È il progetto indicato da Piercamillo Falasca, tra i promotori di Europeisti.eu, in vista dell’assemblea del 18 luglio a Roma.
Il movimento punta a formalizzare una struttura con presidente, segretario, direzione e una rete di hub locali. Falasca ne conta già 37 in via di costituzione e fissa l’obiettivo di arrivare a cento entro l’autunno. La piattaforma, spiega in un’intervista a Eurofocus/Adnkronos, non vuole sostituirsi ai partiti né limitarsi a mettere in contatto Carlo Calenda, Pina Picierno e Luigi Marattin. L’ambizione è più ampia: coinvolgere amministratori, associazioni, liste civiche, socialisti, popolari, liberali e cittadini che non si riconoscono nell’attuale bipolarismo (che l’altro promotore insieme a Daniele Nahum, Sergio Scalpelli, chiama bipopulismo).
Sul piano elettorale, la linea è netta: nessuna coalizione preventiva con il centrosinistra o con il centrodestra. Ai riformisti del Pd viene chiesto di abbandonare il Campo largo, giudicato incompatibile con una proposta europeista a causa delle posizioni del Movimento 5 Stelle sulla Russia, sull’Ucraina e sulla difesa europea. Al centrodestra, invece, Europeisti.eu chiede di erigere uno “steccato” contro Roberto Vannacci.
Falasca arriva a parlare di un “piano Vannacci-Conte” di “ispirazione moscovita”, accomunando i due sul terreno geopolitico, tanto che sabato ci sarà un panel con quel titolo, al quale parteciperà anche Raffaele Nevi, portavoce di Forza Italia. E considera le prese di distanza interne al Pd dopo le dichiarazioni di Giuseppe Conte a Napoli insufficienti, poco più di un “maquillage”.
Qual è l’obiettivo politico di Europeisti.eu?
Abbiamo convocato tutte le forze che ritengono che oggi l’europeismo sia un’identità politica in quanto tale e che debba essere offerto agli elettori attraverso una proposta unitaria, netta e chiara. Una proposta contrapposta alle coalizioni del finto bipolarismo italiano, che contengono al proprio interno ambiguità per noi insostenibili.
Sono coalizioni influenzate da forze chiaramente filorusse o comunque accondiscendenti con la retorica del Cremlino. E non parliamo soltanto di retorica: il Cremlino agisce concretamente. Questa chiamata alle armi, è proprio il caso di dirlo, deve ora essere trasformata in realtà politica.
Serve Europeisti.eu per mettere intorno allo stesso tavolo Calenda, Picierno e Marattin?
Non c’è bisogno di noi se l’obiettivo è soltanto far dialogare loro tre, basta una telefonata.
È cosa diversa allargare il perimetro oltre i confini di queste personalità e delle rispettive formazioni politiche. Il nostro lavoro è fare iniziative e mobilitazioni, costruire punti territoriali e avere persone che parlino concretamente in giro per l’Italia.
Una delle debolezze storiche dell’area liberale, riformista ed europeista è proprio quella di essere rimasta troppo spesso una forza d’opinione, incapace di confrontarsi con un’Italia molto più grande e variegata, lontana dalla politica di Palazzo.
Come intendete costruire questo radicamento?
Vogliamo promuovere hub territoriali in tutta Italia. Ne abbiamo già circa 37 in via di costituzione formale e l’obiettivo è arrivare a cento entro l’autunno. Saranno luoghi nei quali i referenti locali dovranno aggregare associazioni, amministratori, forze civiche e singole persone.
Ci sono moltissimi cittadini che non vogliono iscriversi a un partito, ma condividono i nostri obiettivi e sono disponibili a partecipare alle iniziative e alle mobilitazioni della piattaforma. Vogliamo coinvolgere anche realtà del terzo settore e amministratori locali. Il 18 luglio cominceremo ad aggregare concretamente movimenti, associazioni e realtà anche piccole.
Come giudica i tentativi di costruire un’area civica e centrista all’interno del Campo largo?
Ho usato una provocazione: mi sembra il tentativo di fabbricarsi il “partito dei contadini”, come avveniva nella Ddr e in altri Paesi comunisti, dove si creava artificialmente un partito per dimostrare che esisteva un pluralismo che in realtà non c’era. Il rischio è costruire un finto partito di centro per poter dire: “Vedete, abbiamo anche il centro”. Ma i voti restano più o meno gli stessi: magari qualcuno, anziché votare direttamente il Pd, vota il partito dei contadini.
Il punto è che oggi, persino nei capoluoghi di regione e di provincia, l’offerta politica alle amministrative si organizza prevalentemente intorno a liste civiche. È il sintomo della sfiducia e della mancanza di credibilità della politica tradizionale e dei principali partiti.
Quelle forze civiche non si fanno arruolare facilmente nel Campo largo o nel centrodestra soltanto perché qualcuno lancia un appello contro Giorgia Meloni o definisce “civico” un progetto. Per essere credibili bisogna non essere allineati con lo status quo.
A chi volete parlare?
Ai non allineati, a chi considera l’attuale sistema bipolare asfittico, non rappresentativo della realtà e incapace di cogliere le esigenze del Paese.
Ci rivolgiamo anche ai riformisti del Pd, ai quali chiediamo di chiarirsi. Le parole pronunciate da Giuseppe Conte a Napoli non sono state un equivoco, come qualcuno nel Pd ha cercato di sostenere. Conte è stato particolarmente trasparente e intellettualmente onesto nel rivendicarle e ribadirle. Insieme a lui lo hanno fatto Marco Travaglio e altri intellettuali di quell’area.
Possono anche riconoscere che l’Ucraina sia stata vittima di un’invasione, ma considerano sbagliata la politica di riarmo dell’Europa e dei Paesi europei. Lo dicono e lo ripetono. È un tema cruciale.
Non stiamo parlando della liberalizzazione dei taxi, del numero delle aliquote Irpef o dei voucher aziendali. Stiamo parlando dell’esistenza stessa della democrazia europea. Su questo una coalizione non può essere plurale: o si ritiene che la Russia costituisca una minaccia per l’Europa, per l’Italia e per le nostre istituzioni, oppure si pensa che non lo sia. Le due posizioni non possono stare nella stessa coalizione.
Vi presenterete dunque alle politiche del 2027 fuori dalle due coalizioni?
Sì, e il nostro appello ai riformisti del centrosinistra è proprio quello di lasciare il Campo largo. Ci diranno che favoriamo la destra e che esiste il voto utile. Ma noi speriamo anche che il centrodestra abbia un moto di dignità e metta uno steccato tra la propria coalizione e Roberto Vannacci.
Il 18 luglio abbiamo invitato il portavoce nazionale di Forza Italia, Raffaele Nevi, a un confronto con Ettore Rosato, con l’ex ministro della Difesa Mario Mauro e con noi. Il titolo è “Sventare il piano Vannacci-Conte”.
Che cosa intende esattamente per “piano Vannacci-Conte”?
Per noi si tratta dello stesso piano sul terreno geopolitico, un piano di ispirazione moscovita che cerca di destabilizzare il quadro politico italiano, come è avvenuto in Romania e altrove.
Vannacci ricatta politicamente il centrodestra: dice che può entrare nella coalizione soltanto se vengono rispettate le sue linee rosse, tra le quali la riapertura al gas russo. In alternativa, fa capire che per lui potrebbe tranquillamente vincere il Campo largo.
Dall’altra parte, il Campo largo è ormai pesantemente condizionato da Giuseppe Conte, Chiara Appendino e da chi, sul piano geopolitico, sostiene posizioni analoghe a quelle di Vannacci.
Non temete che il richiamo al voto utile possa ridimensionarvi?
Vogliamo convincere una quota di elettori italiani, piccola o grande ma sicuramente sufficiente a entrare in Parlamento, che la cosa più utile da fare sia votare chi sostiene idee nette come le nostre. Il voto utile non può significare essere costretti a scegliere tra due coalizioni che contengono entrambe elementi profondamente contrari alla nostra visione dell’Italia e dell’Europa.
Azione, Spazio Pubblico e il Partito liberaldemocratico hanno già aderito a questa prospettiva?
Noi non abbiamo l’ambizione di essere il cappello federatore. Europeisti.eu è una piattaforma servente. È chiaro, per quello che dichiarano ogni giorno, che in questo polo ci saranno Azione con Carlo Calenda, Spazio Pubblico con Pina Picierno e il Partito liberaldemocratico con Luigi Marattin. Sono gli attori principali. Noi lavoriamo come un lievito: cerchiamo di tenerli insieme e, soprattutto, di aprire il progetto oltre i confini di questi partiti.
Quali altre culture politiche cercate di coinvolgere?
Stiamo aprendoci molto alla diaspora socialista. All’assemblea parteciperanno realtà e organizzazioni legate alla Fondazione Saragat e figure che hanno fatto parte della storia del mondo socialista, come Fabrizio Cicchitto. Vogliamo coinvolgere anche il mondo popolare. La presenza di Mario Mauro e di Base Popolare con Giuseppe De Mita significa aprire il fronte a culture politiche non soltanto liberali, ma anche popolari e socialiste, oggi fuori dai due poli.
Come valuta le prese di distanza arrivate dal Pd dopo le parole di Conte a Napoli sull’Ucraina?
Il rischio è che si tratti soltanto di un maquillage. Filippo Sensi, per esempio, ha riconosciuto le differenze, ma ha sostenuto che le battaglie vadano combattute dentro il centrosinistra, anche insieme al Movimento 5 Stelle.
Sensi è una persona che su questi temi la pensa come noi. Proprio per questo ho lanciato una provocazione: se bisogna necessariamente formare delle coalizioni, perché il Pd non dovrebbe immaginare una coalizione con il centro riformista e con Forza Italia? Perché l’unica coalizione possibile deve essere necessariamente il Campo largo, mentre dall’altra parte deve restare l’attuale centrodestra?
La verità è che viviamo ancora nello schema del berlusconismo e dell’antiberlusconismo. Restiamo legati a coalizioni che hanno ormai perso gran parte del loro significato.
Pensa davvero che i riformisti del Pd possano lasciare il Campo largo?
La mia è una provocazione e sono consapevole che probabilmente non accadrà. Nonostante i mal di pancia di alcuni esponenti, Pd, Movimento 5 Stelle e Avs andranno insieme alle elezioni.
Per loro è anche comodo, perché in questo modo possono includere le paure e le preoccupazioni di una parte importante dell’opinione pubblica: la stanchezza per la guerra, il costo dell’energia, la contrarietà all’aumento della spesa militare.
Dall’altra parte, anche il centrodestra cerca di intercettare gli stessi timori. Non serve necessariamente Vannacci: la Lega sostiene posizioni molto simili, anche se con toni meno estremi.
Una parte dell’opinione pubblica italiana è realmente contraria al riarmo e non considera la Russia una minaccia immediata. Non rischiate di parlare soltanto a una minoranza?
Da una classe dirigente seria ci si aspetta che spieghi agli italiani quello che sta accadendo nel mondo e quali sono i rischi. La Russia ha sostanzialmente proclamato guerra all’Europa, non soltanto con l’invasione dell’Ucraina, ma con ciò che è avvenuto successivamente: gli attacchi ibridi contro le istituzioni pubbliche e le aziende, i droni sul continente europeo, le provocazioni e i tentativi di infiltrarsi nei processi elettorali.
Dobbiamo attenderci un tentativo molto forte di interferenza anche nelle future elezioni italiane. Una classe politica all’altezza spiega questa realtà, non la nasconde perché elettoralmente è più comodo. Se Churchill avesse semplicemente seguito il senso comune britannico all’inizio della Seconda guerra mondiale, la storia sarebbe andata diversamente. La politica deve avere anche il coraggio di sfidare il senso comune con parole di verità.
Come si può parlare al mondo cattolico, spesso molto sensibile ai temi della pace e del disarmo?
Basterebbe usare parole simili a quelle di Papa Leone. Il Papa non mi sembra prigioniero della retorica presente in alcuni settori del mondo cattolico. Sa riconoscere la differenza sostanziale tra l’aggredito e l’aggressore e comprende quello che la Russia sta cercando di fare per destabilizzare il mondo occidentale e le democrazie liberali.
Quale struttura organizzativa uscirà dall’assemblea del 18 luglio?
Europeisti.eu avrà l’organizzazione classica di un’associazione politica. Nomineremo un segretario, avremo un presidente e una direzione incaricata di condurre le attività. Ci sarà poi la rete degli hub territoriali, ciascuno guidato da un coordinatore.
A livello locale potrete partecipare ad alleanze con partiti dei due poli?
A livello territoriale si possono costruire esperienze diverse. Il futuro coordinatore dell’hub di Rimini, per esempio, sta dialogando per partecipare alle elezioni amministrative con un’area centrista nella quale potrebbe esserci anche Forza Italia. Non è un problema. Anzi, auspichiamo che forze come il Pd e Forza Italia collaborino a esperienze centriste, lasciando le rispettive coalizioni.
Quale legge elettorale preferirebbe?
Sono diventato un sostenitore del proporzionale puro. Vorrei una legge proporzionale con una soglia del 4 o del 5%, simile a quella utilizzata per le elezioni europee. Le coalizioni dovrebbero formarsi dopo il voto, in Parlamento.
Come giudica la proposta della maggioranza?
Ha molti difetti, ma presenta un vantaggio rispetto al Rosatellum: elimina il pasticcio tra collegi uninominali e quota proporzionale, che molti italiani non comprendono. La nuova legge sarebbe almeno più semplice: l’elettore vota un partito e, se la coalizione più votata supera la soglia prevista, ottiene il premio. Se invece nessuna coalizione arriva al 42%, il sistema diventa sostanzialmente proporzionale.
Il passaggio successivo, dopo le elezioni, dovrà essere la promozione di un referendum per abolire il premio di maggioranza. Non potrà avvenire prima delle prossime politiche, ma è già un obiettivo che ci poniamo.
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Giorgio Rutelli
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