Il Democracy Report 2026 certifica che solo il 7% della popolazione mondiale vive in un regime pluralista e rappresentativo
Golpe, restrizioni ai media, concentrazione del potere e privazioni delle libertà civili spiegano perché il 66% della popolazione africana vive sotto regimi autocratici. Nel mondo i sistemi autoritari hanno superato quelli a garanzie liberali (92 contro 87) e l’Italia compare tra i 7 stati dell’Ue che mostrano un progressivo deterioramento della qualità democratica
Il mondo si è stancato della democrazia? Parrebbe di sì. Le condizioni democratiche di cui gode la popolazione mondiale sono tornate ai livelli del 1978.
È il dato centrale del Democracy Report 2026 del V-Dem Institute dell’Università di Göteborg, secondo cui gran parte dei risultati ottenuti durante la cosiddetta “terza ondata di democratizzazione” – il lungo processo di transizioni democratiche iniziato negli anni Settanta – è stata progressivamente cancellata.
Alla fine del 2025 il numero delle autocrazie ha superato quello delle democrazie: 92 contro 87. È il secondo anno consecutivo in cui i sistemi non democratici risultano più numerosi. Nello studio si afferma che circa il 74% della popolazione mondiale, pari a poco più di sei miliardi di persone, vive sotto un regime autocratico. Mentre soltanto il 7% della popolazione globale – circa 600 milioni di persone – si trova in una democrazia liberale pienamente funzionante. È il dato più basso registrato negli ultimi cinquant’anni.
Nuova fase di “autocratizzazione”
Il V-Dem parla di una nuova fase di “autocratizzazione”, cioè di progressivo indebolimento delle istituzioni democratiche, senza precedenti per estensione e rapidità. Nel 2025 erano 44 i paesi che mostravano segnali di deterioramento democratico, contro appena 18 che registravano miglioramenti.
L’Africa subsahariana resta l’area con il maggior numero di paesi in fase di autocratizzazione: 12 nel 2025, anche a causa della nuova stagione di colpi di stato militari nella fascia del Sahel.
Anche gli Stati Uniti sono stati coinvolti da questa tendenza: per la prima volta in oltre mezzo secolo hanno perso la classificazione di democrazia liberale, scendendo a un livello che il rapporto paragona a quello del 1965.
Un arretramento che riguarda anche l’Italia
La perdita di qualità democratica non riguarda una sola area geografica. In Europa coinvolge sette stati membri dell’Unione europea, tra cui l’Italia. Sebbene resti classificata nella categoria delle democrazie liberali (LD), il rapporto le assegna un segno “meno” (LD-).
Questo indica che il paese si trova in una “zona grigia” molto vicina alla soglia inferiore, rischiando di scivolare nella categoria delle semplici democrazie elettorali.
Secondo la metodologia del rapporto, questo processo di declino per Roma ha avuto inizio nel 2021.
Quali paesi rafforzano le proprie istituzioni
Il quadro non è uniforme. Sono 18 i paesi che stanno seguendo un percorso opposto, cercando di rafforzare le proprie istituzioni democratiche. Il rapporto cita Brasile e Polonia come esempi di “inversione di rotta”. In Africa, le Seychelles rappresentano il caso più positivo: sono l’unica democrazia liberale pienamente riconosciuta nell’Africa subsahariana.
Che cosa significa essere una democrazia
Per misurare la qualità dei sistemi politici, il V-Dem distingue due principali livelli di democrazia.
La democrazia elettorale richiede elezioni libere e competitive, suffragio universale, libertà di stampa, possibilità di organizzarsi politicamente e un governo effettivamente scelto dagli elettori.
La democrazia liberale aggiunge un elemento ulteriore: il controllo reciproco tra i poteri dello Stato, l’indipendenza della magistratura, il rispetto dello Stato di diritto, la protezione delle libertà civili e l’uguaglianza dei cittadini davanti alla legge.
È proprio su questo secondo livello che si concentra l’attuale arretramento globale. Molti paesi, infatti, continuano a organizzare elezioni, ma riducono progressivamente gli strumenti che limitano il potere dei governi e garantiscono diritti e libertà.
Colpita la libertà di espressione
Il settore più colpito è quello della libertà di espressione, peggiorata in 44 paesi nel corso del 2025. La limitazione dei media indipendenti compare nel 73% dei casi analizzati. Anche la pressione sulla società civile è aumentata, interessando il 68% dei paesi in declino democratico, mentre il ricorso alla tortura politica è cresciuto in modo significativo in 33 stati.
Africa subsahariana: vent’anni quasi cancellati
Il quadro dell’Africa resta complesso: accanto ad alcuni segnali positivi convivono un arretramento diffuso delle istituzioni democratiche e il ritorno dei colpi di stato militari. Nella regione subsahariana, in particolare, una parte consistente dei progressi ottenuti negli ultimi vent’anni è andata perduta, riportando il livello medio di democrazia a quello dei primi anni Duemila.
La stragrande maggioranza della popolazione africana, il 66%, vive sotto regimi autocratici: 48% in autocrazie elettorali (il voto continua a esistere ma il confronto politico è fortemente limitato, come in Etiopia, Tanzania e Uganda) e 14% in autocrazie chiuse, dove non esistono reali possibilità di competizione politica.
Il 34% vive invece in democrazie: 10% in democrazie elettorali considerate più solide (come Botswana, Ghana e Sudafrica) e 24% in zone democratiche grigie. Per il V-Dem una “zona grigia” è quella dove i paesi pur mantenendo alcune caratteristiche democratiche, mostrano evidenti segnali di indebolimento delle garanzie istituzionali, vedi i casi di Kenya e Nigeria.
I paesi che mostrano segnali positivi
Nonostante il quadro generale negativo, alcuni paesi stanno seguendo una direzione diversa. Sette stati subsahariani, pari al 14% della regione, hanno registrato miglioramenti.
Oltre alle Seychelles, considerate dal rapporto il principale esempio di consolidamento democratico degli ultimi venticinque anni, anche le Mauritius hanno segnato un importante recupero nel 2025, tornando a essere classificate come democrazia elettorale.
In Botswana si è verificata una svolta storica con la sconfitta elettorale, nel 2024, del partito che aveva governato il paese per quasi sessant’anni. Il Gambia prosegue, invece, il processo di apertura avviato dopo la fine del regime di Yahya Jammeh nel 2016, mentre il Lesotho ha registrato un rafforzamento delle libertà politiche dopo le elezioni del 2022.
Il Nordafrica resta la regione più autocratica
Il Nordafrica continua a essere l’area del continente con il livello medio più basso di democrazia, in linea con il quadro generale del Medioriente.
Il Marocco è classificato dal V-Dem come autocrazia chiusa, cioè un sistema nel quale non esistono elezioni multipartitiche competitive per la scelta del governo e le libertà fondamentali restano sottoposte a importanti restrizioni.
Anche la Libia, dopo la breve apertura seguita alla Primavera araba, è tornata dal 2014 a essere classificata come autocrazia chiusa a causa della guerra civile e della divisione del potere tra autorità rivali.
Egitto e Algeria restano stabilmente classificati come autocrazie elettorali: entrambi mantengono procedure elettorali formali, ma con spazi molto ridotti per il pluralismo politico e per la libertà di espressione.
Caso a sé la Tunisia, che ha interrotto il percorso di democratizzazione avviato dopo il 2011. La svolta è arrivata nel 2021 con la decisione del presidente Kais Saïed di concentrare maggiori poteri nelle proprie mani, che ha portato a un progressivo indebolimento del sistema istituzionale.
I paesi da osservare nel 2026
Nigeria, Etiopia, Camerun, Namibia e Sierra Leone sono tra i paesi maggiormente esposti al rischio di ulteriore indebolimento democratico, a causa della pressione sulle istituzioni, delle limitazioni alle libertà civili e delle tensioni politiche interne.
Il rapporto considera il Rwanda di Kagame un regime in cui gli elementi liberali e partecipativi della democrazia “hanno subito un deterioramento sostanziale nell’ultimo decennio, mantenendo una struttura di potere saldamente autocratica”.
Situazioni incerte
Restano alcune situazioni incerte. Il Benin continua a essere classificato come autocrazia elettorale, anche a causa dei dubbi legati all’ipotesi di un terzo mandato del presidente Patrice Talon. Lo Zambia, dopo alcuni segnali di apertura, nel 2025 è tornato a mostrare un peggioramento, avvicinandosi nuovamente alla cosiddetta zona grigia autocratica.
I paesi in arretramento
Dodici paesi sono in fase di “autocratizzazione”, il numero più alto per una singola regione nel 2025. A Burkina Faso, Costa d’Avorio, Guinea, Guinea-Bissau, Mali, Mauritania, Mozambico, Niger, Repubblica Centrafricana e Senegal si sono aggiunti Madagascar e Togo. In Mozambico cresce in modo allarmante il ricorso alla tortura politica durante i processi elettorali.
Le autocrazie più chiuse del continente
Il V-Dem definisce “autocrazie chiuse” quei sistemi nei quali non esistono elezioni multipartitiche competitive, dove il potere è concentrato in poche mani, dove i conflitti armati rendono impossibile qualsiasi percorso istituzionale. In Africa rientrano in questa categoria Burkina Faso, Eritrea, Eswatini, Guinea, Guinea-Bissau, Mali, Niger, Somalia, Sud Sudan e Sudan, oltre ai paesi nordafricani.
Eritrea: il caso di scuola
Il caso in assoluto più emblematico di un regime autocratico chiuso è l’Eritrea. Dopo una breve fase di apertura successiva all’indipendenza, nel 2001 il governo ha chiuso tutti i giornali indipendenti in un’unica giornata, arrestando undici esponenti dissidenti del partito al potere, dei quali non si sono più avute notizie. Da oltre trent’anni il presidente Isaias Afwerki non ha mai convocato elezioni presidenziali.
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