Dopo una lunga fase in cui i mercati avevano scommesso su un percorso di graduale allentamento monetario da parte della Banca centrale europea (Bce), lo scenario è cambiato sensibilmente. Le aspettative di ulteriori tagli dei tassi sono state accantonate e gli investitori hanno dovuto confrontarsi con il ritorno delle pressioni inflazionistiche, alimentate dallo shock energetico provocato dal conflitto tra Stati Uniti e Iran. Il risultato è stato un rialzo dei rendimenti obbligazionari e una revisione delle attese sulla politica monetaria. I governativi europei a dieci anni continuano a muoversi su livelli elevati, riflettendo un contesto caratterizzato da maggiore incertezza macroeconomica e dalla prospettiva di tassi destinati a rimanere restrittivi più a lungo.
Il cambiamento più significativo è arrivato dalla Bce. Nella riunione dell’11 giugno il Consiglio direttivo ha aumentato i tre tassi di riferimento di 25 punti base, portando il tasso sui depositi al 2,25%, quello sulle operazioni di rifinanziamento principali al 2,40% e quello sulle operazioni di rifinanziamento marginale al 2,65%. La decisione è stata motivata dal ritorno delle pressioni inflazionistiche legate al rincaro dell’energia e, secondo la Bce, risulta coerente in tutti gli scenari elaborati dagli economisti dell’Eurotower. Le nuove proiezioni indicano un’inflazione media del 3,0% nel 2026, del 2,3% nel 2027 e un ritorno al target del 2% soltanto nel 2028, mentre le stime di crescita sono state riviste al ribasso.
Le indicazioni emerse successivamente dal Forum della Bce di Sintra hanno confermato questo orientamento. La presidente Christine Lagarde ha respinto l’idea che il rialzo di giugno sia stato una semplice misura precauzionale, sottolineando che la decisione era giustificata in tutti gli scenari analizzati e ribadendo che la politica monetaria è tornata a un approccio “back to basics”. La Bce continuerà quindi a decidere riunione dopo riunione, senza impegnarsi su un percorso prestabilito dei tassi, valutando di volta in volta l’evoluzione dell’inflazione, dell’economia e della trasmissione della politica monetaria.
Il principale elemento di incertezza resta tuttavia il quadro geopolitico. L’escalation del conflitto tra Stati Uniti e Iran aveva riportato al centro dell’attenzione il rischio di interruzioni delle forniture energetiche attraverso lo Stretto di Hormuz, alimentando un forte rialzo delle quotazioni del petrolio e del gas. Nelle ultime settimane, però, il cessate il fuoco e la ripresa dei contatti diplomatici tra Washington e Teheran hanno favorito un ridimensionamento dei prezzi del greggio, attenuando una parte delle pressioni inflazionistiche che avevano spinto la Bce a intervenire. Resta comunque elevata l’incertezza sull’evoluzione del dossier mediorientale, che continua a rappresentare uno dei principali fattori di rischio per i mercati finanziari.
È importante distinguere tra le diverse fonti dell’inflazione. Gli shock energetici tendono infatti a produrre un aumento dei prezzi rapido ma generalmente temporaneo, mentre le dinamiche salariali hanno effetti più persistenti sull’inflazione di fondo. Se il raffreddamento delle quotazioni del petrolio dovesse consolidarsi nei prossimi mesi, il contributo dell’energia all’inflazione potrebbe progressivamente attenuarsi e, per effetto del confronto con i livelli elevati registrati durante il conflitto, trasformarsi nel corso del prossimo anno in un fattore disinflazionistico. Diverso sarebbe invece il caso di una spirale salari-prezzi, che richiederebbe una risposta più incisiva da parte della politica monetaria.
Nonostante il ritorno delle pressioni inflazionistiche e il rialzo dei rendimenti obbligazionari, il mercato continua a non prezzare un rischio sovrano significativo per i principali Paesi periferici dell’Eurozona. Lo spread tra BTP e Bund resta infatti su livelli storicamente contenuti rispetto agli standard dell’ultimo decennio, segnalando una fiducia ancora elevata nei confronti del debito italiano.
Il comportamento del differenziale continua a rappresentare un indicatore chiave della percezione del rischio relativo tra Italia e Germania. Pur registrando oscillazioni legate alla volatilità internazionale, il mantenimento dello spread su livelli moderati conferma una fase di sostanziale stabilità finanziaria, molto diversa rispetto a quella osservata durante le precedenti crisi del debito sovrano.
A sostenere questa dinamica contribuiscono diversi fattori: una maggiore credibilità della politica fiscale italiana rispetto al passato, una minore frammentazione finanziaria all’interno dell’Eurozona e un confronto relativamente favorevole con altri grandi Paesi europei, alle prese con sfide fiscali e politiche non trascurabili. Negli ultimi anni si è inoltre consolidata una tendenza alla convergenza degli spread tra Paesi “core” e “periferici”, favorita da fondamentali macroeconomici più solidi e dagli strumenti di protezione predisposti dalla stessa Bce.
In questo contesto, lo spread continua a svolgere un ruolo cruciale. Un differenziale contenuto non rappresenta soltanto un segnale di fiducia degli investitori, ma contribuisce direttamente a mantenere sotto controllo il costo del debito pubblico e, indirettamente, quello sostenuto da imprese e famiglie. È uno degli elementi che continuano a sostenere la narrativa di un’Italia più stabile agli occhi dei mercati, pur in una fase in cui inflazione, politica monetaria e tensioni geopolitiche restano i principali fattori in grado di influenzare l’andamento dei mercati obbligazionari europei.
Attenzione. L’obbligazione di Barclays è soggetta al rischio default dell’emittente, che in linea teorica potrebbe non essere in grado di rimborsare in tutto o in parte il capitale. Tuttavia, a Barclays Bank PLC (l’emittente) Standard & Poor’s attribuisce un rating A+, mentre per Moody’s e Fitch la valutazione del rischio di credito dell’istituto britannico è simile, rispettivamente A1 e A+. Si tratta quindi di valutazioni che rientrano nell’area “investment grade”, cioè credito di buona qualità. Tutti i rendimenti espressi sono al lordo delle imposte.
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