Da più di settant’anni il mondo ricco versa miliardi di dollari in aiuti ai Paesi poveri, eppure la povertà resiste.
L’economista peruviano Hernando de Soto offre una spiegazione scomoda: il problema non è la scarsità di risorse, ma l’assenza di un diritto di proprietà che permetta ai poveri nei Paesi in via di sviluppo di trasformare ciò che già possiedono in capitale. Senza titoli legali, una casa o un terreno restano beni morti. Con essi, diventano leva per il credito, l’impresa e la crescita.
De Soto non è un teorico da salotto. Fondatore dell’Istituto Libertà e Democrazia a Lima, ha passato decenni a studiare l’economia informale del Perù, e a febbraio 2026 il presidente ad interim José María Balcázar lo ha persino nominato primo ministro, salvo poi sostituirlo a sorpresa con la ministra delle finanze Denisse Miralles appena un giorno dopo. L’episodio, per quanto breve, ha riportato al centro del dibattito pubblico le sue idee su proprietà e sviluppo, le stesse che il documentario Poverty, Inc. ha reso note a un pubblico globale.
Il capitale morto
Nel suo libro più celebre, “The Mystery of Capital”, De Soto calcola che i poveri nei Paesi in via di sviluppo posseggano collettivamente beni per migliaia di miliardi di dollari: case, terreni, piccole imprese. Il problema è che questi beni restano fuori dal sistema legale formale. Nessun titolo, nessun catasto, nessun registro affidabile ne certifica la proprietà. Di conseguenza quei beni non possono fungere da garanzia per un prestito, né essere venduti con facilità, né generare quel flusso di credito che in Occidente alimenta l’imprenditoria.
De Soto chiama questo fenomeno “capitale morto”. Nel suo primo libro, “El Otro Sendero”, pubblicato nel 1986 in piena guerra contro la guerriglia di Sendero Luminoso, De Soto aveva già dimostrato che l’economia informale peruviana non era arretratezza, ma imprenditoria bloccata da una burocrazia che rendeva la formalizzazione troppo costosa e troppo lenta. I suoi ricercatori impiegarono 289 giorni lavorativi per registrare legalmente una piccola fabbrica di camice a Lima. Chi ha conoscenze e denaro salta la fila. Chi non li ha resta fuori dal sistema per sempre.
La terra come bene comune
Lo stesso meccanismo, con radici diverse, blocca lo sviluppo dell’Africa subsahariana. Tradizionalmente la terra in questa regione è un bene comune. Un tempo la sfruttava il sistema dell’agricoltura itinerante: uno “chef de terre” assegnava a ogni agricoltore un lotto, che cambiava periodicamente fino a esaurimento della fertilità naturale, per poi tornarvi dopo circa vent’anni, quando il suolo si era rigenerato.
Con la crescita della popolazione questo equilibrio è saltato, e la pressione sulla terra ha accelerato il degrado ambientale. Senza proprietà privata, nessun agricoltore ha interesse a investire in migliorie durature su un terreno che non gli appartiene.
Il fenomeno oggi ha una scala precisa. Secondo un rapporto della FAO, della Coalizione internazionale per la terra e del CIRAD, il 73 per cento della terra dell’Africa subsahariana resta regolato dal diritto consuetudinario, e appena l’1 per cento di essa gode di un riconoscimento formale. Nel mondo intero, solo il 35 per cento della terra ha diritti di proprietà, uso o possesso documentati in modo formale.
L’imprenditore ugandese Mugabi John Socrates, fondatore del centro Action for Liberty and Economic Development, ha riassunto il problema con chiarezza: in Uganda le persone non riescono a dimostrare di possedere la terra su cui vivono e perdono così una fonte preziosa di ricchezza personale. Senza un titolo di proprietà non possono vendere la terra e trattenerne i proventi, né ipotecarla per finanziare nuove iniziative imprenditoriali.
L’economista ghanese George Ayittey, scomparso nel 2022, ha aggiunto un altro tassello: in molti Paesi africani lo stato di diritto semplicemente non esiste. I governanti e i loro ministri si prendono gioco della legge, si appropriano arbitrariamente della proprietà dei cittadini e i tribunali non offrono alcun rimedio, perché sono un altro organo dello stesso apparato cleptocratico.
Il bonsai della povertà
De Soto usa un’immagine efficace per spiegare cosa succede quando manca questa base giuridica. Prendete il seme migliore dell’albero più alto della foresta e piantatelo in un vaso: crescerà solo di qualche decina di centimetri, non certo quanto l’albero da cui proviene. Il seme non è difettoso. È il vaso a essere troppo piccolo. Allo stesso modo, le persone rimangono “bonsai” se le leggi e le istituzioni non permettono al loro talento di svilupparsi appieno.
La metafora coglie il punto centrale della critica di De Soto agli aiuti tradizionali. Aiutare senza riconoscere la proprietà e renderla convertibile in capitale equivale a innaffiare il bonsai senza mai cambiargli vaso: la pianta sopravvive, ma non cresce.
Aiuti che soffocano l’iniziativa
Quando gli aiuti arrivano senza un quadro di diritti di proprietà, spesso finiscono per danneggiare proprio le economie locali che dovrebbero sostenere. Beni distribuiti gratuitamente, dal riso sussidiato alle scarpe donate, mettono fuori mercato produttori locali che non possono competere con un prezzo pari a zero. È un paradosso che l’Africa conosce bene: l’assistenza umanitaria, pensata per un’emergenza, si trasforma in un modello economico permanente.
Ayittey descriveva questa dinamica attraverso la contrapposizione tra la “generazione dei cheetah“, i giovani africani con spirito imprenditoriale che vogliono prendere in mano il proprio futuro, e la “generazione degli ippopotami”, i leader e i burocrati che vivono di sussidi e si arricchiscono con gli aiuti internazionali senza alcun interesse a cambiare lo stato delle cose. Finché gli “ippopotami” controllano l’accesso alla terra e alla legge, i “cheetah” restano bloccati nel vaso del bonsai.
Verso un altro modello di sviluppo
La lezione di De Soto è che lo sviluppo nasce quando si crea l’infrastruttura giuridica che permette ai poveri nei Paesi in via di sviluppo di trasformare il proprio lavoro in capitale duraturo. Un catasto affidabile, un tribunale che rispetti i contratti e una legge applicata in modo uniforme valgono, nel lungo periodo, più di qualsiasi container di aiuti alimentari.
La ricchezza nei Paesi poveri, in fondo, è già lì: nelle case senza titolo, nei campi retti dal diritto consuetudinario, nei piccoli commerci senza registrazione. Non bisogna crearla. Bisogna liberarla. Finché milioni di persone continueranno a vivere, coltivare e lavorare senza un diritto di proprietà riconosciuto, il loro patrimonio resterà capitale morto. La lotta alla povertà comincia quindi non con un nuovo programma di aiuti, ma con istituzioni capaci di trasformare quei beni in capitale vivo.
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Anna Mahjar-Barducci
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