De Luca: “Gli Stati Uniti d’Europa? Ieri un’utopia, oggi una scelta obbligata. I soldi del Safe per la difesa andavano presi” – Eurofocus


Ottant’anni di pace e integrazione, ma anche un progetto ancora incompiuto, che rischia ora di essere travolto dal nuovo disordine mondiale. È da questa consapevolezza che nasce L’idea di Europa e il suo destino. Dalle origini alle sfide globali del XXI secolo, il libro di Piero De Luca, pubblicato da Baldini+Castoldi e presentato oggi alla Galleria Alberto Sordi di Roma con Roberto Gualtieri, Paolo Gentiloni e Pier Ferdinando Casini, nel corso di un incontro moderato da Monica Giandotti.

Il deputato del Pd, in questo colloquio con Adnkronos, ripercorre il cammino dal Manifesto di Ventotene alla nascita del mercato unico e dell’euro, fino alla Brexit, alla pandemia, alla guerra in Ucraina e al ritorno di Donald Trump. Il punto di arrivo è una tesi apertamente federalista: l’Europa deve superare l’attuale assetto confederale e dotarsi di strumenti politici, finanziari, industriali e militari adeguati alla competizione con Stati Uniti e Cina.

De Luca sceglie di cominciare il racconto non con un trattato o con una dichiarazione solenne, ma con il suo primo atterraggio a Bruxelles. È il viaggio di un giovane giurista partito dall’Italia per frequentare l’Istituto di Studi europei dell’Université libre de Bruxelles, prima di trasferirsi a Lussemburgo e lavorare per quasi dieci anni alla Corte di giustizia dell’Unione europea. L’Europa, prima di diventare materia parlamentare, è stata per lui una biografia: lo studio in lingue diverse, la solitudine delle prime domeniche belghe, l’ingresso nel gabinetto del giudice italiano, la partecipazione alla preparazione di sentenze destinate a incidere sui diritti dei lavoratori, sulle imprese, sull’ambiente, sulla concorrenza, sulla sicurezza e sull’immigrazione.

Per De Luca, il Next Generation Eu ha dimostrato che nei momenti di crisi l’Unione può compiere passi considerati fino a poco prima impossibili. Quell’esperienza va ora replicata attraverso nuovi strumenti di debito comune, il superamento dell’unanimità, una difesa europea e investimenti condivisi nelle tecnologie, nell’energia e nelle filiere strategiche. Il rischio, altrimenti, è che l’Europa rimanga una grande potenza commerciale e regolatoria, ma sempre più marginale sul piano geopolitico e industriale.


Nel libro indica esplicitamente gli Stati Uniti d’Europa come traguardo. Il federalismo è un ideale o una necessità?

Il percorso compiuto finora è stato un percorso di successo. Ha consentito al nostro continente di vivere ottant’anni di pace, una condizione che l’Europa non aveva mai conosciuto nella sua storia. Ma è un processo ancora in itinere, non è stato completato.

Oggi siamo a un bivio e dobbiamo compiere una scelta strategica e storica. Restare fermi significa scivolare lentamente verso l’irrilevanza politica, economica e sociale. Andare avanti significa procedere verso un’integrazione più compiuta, in senso federale, costruendo gli Stati Uniti d’Europa.

Non si tratta di cancellare le identità nazionali. Al contrario, significa metterle insieme e rafforzarle, perché nelle condizioni attuali l’Unione fa davvero la forza. L’integrazione federale non è più semplicemente un’opzione ideale: è una scelta resa obbligata dalla storia e dal contesto internazionale nel quale ci troviamo.

Nel libro è molto critico nei confronti di Trump. Non crede che, con una futura amministrazione americana, l’alleanza transatlantica possa tornare al modello precedente?


Credo che dobbiamo cogliere l’occasione degli shock vissuti negli ultimi anni: le crisi economiche e finanziarie, la pandemia, la guerra in Ucraina e infine il ciclone Trump. Questi eventi devono spingerci a compiere un ulteriore salto di qualità politico e a completare il percorso di integrazione europea.

Non possiamo pensare semplicemente di aspettare che tutto torni come prima. Abbiamo bisogno di costruire una vera sovranità europea e un’autonomia strategica, anche per difendere il nostro modello sociale, il welfare e la democrazia nei prossimi anni.

Non possiamo continuare ad appaltare ad altri la nostra autonomia economica, industriale, energetica, digitale e tecnologica, così come quella legata alla sicurezza e alla difesa. Non vedo altre strade, a meno di accettare una lenta irrilevanza e di trasformare l’Europa in un continente che vive delle sue bellezze e del suo passato straordinario, ma non riesce più a incidere sul futuro.

Il punto centrale è che, senza l’Europa, oggi non riusciamo più a difendere neppure i nostri interessi nazionali. Europa e interesse nazionale non possono essere messi in contrapposizione. L’Europa non è la causa dei problemi del nostro tempo: è l’unica possibile soluzione. Next Generation Eu è stato lo strumento più rivoluzionario costruito negli ultimi decenni ed è nato proprio nel momento più buio e difficile.

È possibile replicare oggi l’esperienza del Next Generation Eu, nonostante le resistenze dei Paesi frugali al debito comune?


Credo che uno spazio politico ci sia. È nell’interesse di tutti, non soltanto dei Paesi del Sud. Naturalmente sono necessarie iniziativa politica, capacità negoziale e autorevolezza diplomatica all’interno dell’Unione. Anche durante la pandemia non era semplice arrivare al Next Generation. È stato fatto a Trattati invariati, utilizzando l’articolo 122, una norma che in precedenza non veniva considerata sufficiente per offrire la copertura giuridica a un intervento di quelle dimensioni.

Questo dimostra che, quando esistono volontà politica, credibilità e autorevolezza degli interpreti, i passi avanti si possono compiere. Quello che oggi manca, dal nostro punto di vista, è il protagonismo dell’Italia. Il governo non crede negli eurobond e non sostiene gli avanzamenti istituzionali indispensabili, a cominciare dal superamento del diritto di veto.

Anche il nodo dei Paesi frugali deve essere affrontato in un sistema nel quale il veto non diventi uno strumento di paralisi. Le riforme politiche e quelle istituzionali devono procedere insieme. In caso contrario, la lentezza delle decisioni strategiche ed economiche condannerà l’Europa al ruolo di spettatrice sulla scena internazionale.

Pd, 5 Stelle e Avs hanno però posizioni differenti su diversi dossier europei, dalla politica estera alla sicurezza. Il campo progressista può trovare una linea comune?

Innanzitutto rileverei che le stesse distanze, e forse ancora più profonde, esistono nel centrodestra. I partiti che governano il Paese hanno assunto posizioni differenti nei passaggi europei più importanti. Non sono stati uniti neppure sul voto a Raffaele Fitto come vicepresidente della Commissione e continuano ad avere divisioni evidenti sul sostegno all’Ucraina, anche a causa delle posizioni filorusse di Salvini.


Nel campo progressista esistono certamente sfumature diverse, ma c’è un punto sul quale credo vi sia una convergenza di fondo: la necessità di procedere nell’integrazione europea, rafforzandola e non disgregandola.

La prova dei fatti è importante. Gualtieri è stato ministro dell’Economia nel governo guidato da Conte e insieme hanno lavorato in Europa alla costruzione del Next Generation Eu. Quando il centrosinistra ha avuto responsabilità di governo, è riuscito a trovare soluzioni comuni e a far avanzare l’integrazione.

Credo quindi che saremo in grado di costruire una posizione condivisa anche in futuro, a partire dalla difesa europea. La nostra impostazione è rafforzare una difesa comune, non promuovere il riarmo disaggregato dei singoli Stati membri.

Anche sulla revisione del Patto di stabilità abbiamo elaborato iniziative comuni in Parlamento con il Movimento 5 Stelle. Sul tema dell’europeismo, il campo progressista è molto più unito di quanto non lo sia oggi il centrodestra.

Sulla spesa militare, però, le divisioni attraversano anche il Pd. Come si può aumentare la sicurezza senza sottrarre risorse alla sanità, alla scuola e al welfare?


Bisogna farlo in modo serio e ragionevole. Il programma Safe, per esempio, rappresenta un primo strumento che va nella direzione giusta. Consente di utilizzare risorse a costi più bassi rispetto a quelli nazionali, sostenute da titoli di debito europei e con tempi di restituzione molto lunghi, per finanziare investimenti comuni.

Noi avremmo utilizzato quelle risorse. Si tratta di un primo embrione di difesa europea, perché favorisce investimenti coordinati, interoperabilità e collaborazione tra gli Stati membri.

Il centrodestra, invece, ha accettato l’obiettivo di portare fino al 5% le spese legate alla difesa nei prossimi dieci anni, firmando una cambiale in bianco sul futuro del Paese senza indicare oggi le coperture economiche e finanziarie. Lo ha fatto in una condizione di subalternità politica e culturale nei confronti di Trump, mentre contemporaneamente ha rinunciato a utilizzare fondi europei già disponibili per gli investimenti comuni.

Questa è la contraddizione. Noi riteniamo che gli investimenti debbano essere seri e sostenibili e servire a costruire infrastrutture comuni e un pilastro europeo all’interno della Nato, capace anche di compensare eventuali disimpegni futuri degli Stati Uniti.

È favorevole all’ingresso dell’Ucraina, della Moldavia e dei Balcani occidentali nell’Unione? Le riforme istituzionali devono precedere l’allargamento?


Abbiamo indicato anche nelle risoluzioni parlamentari la necessità di sostenere il percorso di ingresso dell’Ucraina nell’Unione europea. È un obiettivo strategico. Si tratta naturalmente di un negoziato complesso e lungo, ma deve condurre in futuro, dal nostro punto di vista, all’adesione dell’Ucraina.

Lo stesso vale per l’allargamento ai Balcani occidentali e per i processi già avviati, come quello dell’Albania. Sono passaggi fondamentali, che possono rafforzare l’Europa. Allo stesso tempo, un’Unione composta da trenta, trentadue o trentacinque Stati membri richiede necessariamente riforme istituzionali.

Il superamento dell’unanimità non deve essere considerato semplicemente una condizione da imporre prima dell’allargamento. È un obiettivo che dobbiamo perseguire già oggi, perché il diritto di veto produce lentezza e rischia di paralizzare le scelte strategiche dell’Unione.

Servono anche altre riforme. Penso al potere d’iniziativa legislativa del Parlamento europeo, perché è un’anomalia che l’istituzione direttamente eletta dai cittadini non lo possieda pienamente. Dobbiamo poi semplificare le figure istituzionali di vertice e rafforzare la rappresentanza dell’Unione, arrivando a un presidente europeo capace di proiettare una posizione politica forte e riconoscibile a livello internazionale.

C’è infine la proposta, più suggestiva ma sempre più necessaria, di un seggio permanente europeo nel Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. L’Unione partecipa già come osservatore o come soggetto attivo a numerose organizzazioni internazionali. Averla a pieno titolo al tavolo insieme a Stati Uniti, Cina e Russia rappresenterebbe un passaggio strategico e rivoluzionario.


L’Europa è stata molto efficace nel produrre regole sul digitale, ma non ha costruito imprese capaci di competere con le Big Tech. Il cosiddetto “Brussels Effect” è ancora sufficiente?

L’Europa è chiaramente indietro nello sviluppo delle nuove tecnologie, negli investimenti nell’intelligenza artificiale e nella costruzione di grandi imprese tecnologiche. Dobbiamo recuperare terreno e possiamo farlo soltanto aprendo una nuova stagione di investimenti, sostenuti anche da risorse pubbliche europee, nelle filiere che devono essere considerate strategiche.

Va cambiato l’approccio complessivo. Le regole europee sugli aiuti di Stato, sulle fusioni e sulla concorrenza sono state costruite guardando prevalentemente agli equilibri interni del mercato europeo. Oggi, invece, la competizione è globale.

Dobbiamo favorire grandi aggregazioni tra gruppi europei e costruire campioni continentali, non più semplicemente campioni nazionali. Servono operatori capaci di competere a livello internazionale nelle infrastrutture, nella cantieristica, nell’aerospazio, nelle telecomunicazioni e nell’intelligenza artificiale.

Possiamo creare progetti comuni e mettere insieme aziende strategiche, capacità industriali e investimenti. Oggi, guardando alle principali imprese tecnologiche mondiali, l’Europa praticamente non esiste. Otto sono americane, altre sono cinesi e soltanto pochissime hanno un legame con il continente europeo.


Per questo deve cambiare l’impostazione politica, economica e anche giuridica. È una scelta obbligata, se non vogliamo restare dipendenti dagli altri. Anche la clausola “Buy European”, soprattutto nella difesa e nei settori finanziati con risorse pubbliche, deve essere rafforzata.

È evidente che questo può creare tensioni con i partner statunitensi. Ma finché non saremo in grado di produrre tecnologie e software europei, potremo realizzare tutte le infrastrutture che vogliamo e continueremo a dipendere da altri. Non saremo mai davvero autonomi e non saremo in grado di difendere fino in fondo i nostri interessi.


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 Giorgio Rutelli

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