Un memoir non è un manifesto


 Sostenere che il personale è politico non vuol dire che il politico sia tutto compreso nel personale. Non esiste solo il nostro personale. Non esistono solo i memoir. È importante che ci siano, perché su questo tema come in altri ci ricordano la grana spessa delle nostre esistenze, ci ricordano la necessità dell’ascolto e della condivisione

Lia Di Trapani

A chi parla il Papa con l’enciclica sull’IA

In un libro che da Laterza abbiamo pubblicato qualche mese fa, La mente delle donne di Raffaella Rumiati, c’è un capitolo che si intitola La trappola dell’empatia. L’autrice, neuroscienziata, sostiene che noi donne dovremmo liberarci dall’attribuzione che ci viene assegnata – senza fondamenti, perché non c’è una predisposizione naturale legata al genere – di un tratto che porta conseguenze sia sul piano personale sia su quello sociale.

Continuare a considerare l’empatia una dimensione solo positiva e prevalentemente femminile ci inchioda da un lato a una dimensione di sofferenza condivisa anche quando si potrebbero cercare altre vie per affrontare le difficoltà; dall’altro fa credere che le professioni di cura siano affari di donne (e sarà un caso che le retribuzioni nel settore siano vergognosamente basse?).

Confesso che ho trovato in prima battuta queste argomentazioni disturbanti perché sì, anche io pensavo che noi donne fossimo ‘naturalmente’ più empatiche e perché, sì, pensavo anche io che ci fosse da esserne semplicemente fiere. Ho cambiato il mio giudizio, e ne sono grata a Rumiati.

Perché è essenziale ricordare che ciascuno di noi affronta il mondo con strumenti sia emotivi sia cognitivi. E vanno utilizzati e valorizzati entrambi. L’empatia, la capacità di ‘soffrire con’ è una dimensione meravigliosa di cui abbiamo bisogno e che non dobbiamo perdere. Ma non basta. Molto spesso ‘soffrire con’ non è sufficiente.

È un punto di partenza prezioso, ma poi è necessario allargare lo sguardo dalla singola sofferenza e attivare tutte le risorse – emotive e cognitive, che si sia uomini o donne – perché la sofferenza si riduca o non si ripeta per altri.

Un ridimensionamento della convinzione dell’efficacia dell’empatia, per tutti e non solo per noi donne, avrebbe conseguenze positive sia a livello personale sia quando ci si trova ad affrontare sfide ben più ampie. E la partita si gioca in particolare sui temi legati alla memoria.

Chiamare in causa solo la memoria personale – senza attivare altri dispositivi di comprensione e di interpretazione – può infatti portare a giustificare tutto, a equiparare tutto, nel nome dell’assunto indubitabile che qualcuno ha sofferto.

L’appello all’empatia, la testimonianza in prima persona, la condivisione della memoria sono elementi centrali di alcuni generi narrativi che hanno alla spalle una storia millenaria. E – sia detto a scanso di equivoci – all’interno di questa storia sono compresi alcuni dei libri che più ho amato nella vita.

Non ne nominerò nessuno per non indulgere nell’esercizio di autocompiacimento che è inevitabile quando si condivide la lista delle proprie letture ma ci tengo a sottolineare che considero alcune autobiografie, alcuni memoir, alcune opere di autofiction delle opere potentissime, necessarie, utilissime.

A patto di considerarle con onestà intellettuale per quello che sono, e non altro.

Da qui è necessario partire per esporre alcune riflessioni sull’ultimo libro di Chiara Tagliaferri e sulla sua – a mio avviso incoerente – ricezione. Sono necessarie alcune precisazioni: a che titolo infatti potrei scriverne? Arkansas – come moltissimi già sapranno – è un memoir in cui con gli strumenti della scrittura letteraria si racconta in prima persona l’esperienza privatissima della maternità, che in questo caso è una maternità realizzata attraverso la Gestazione Per Altri.

Non sono un’esperta di GPA: non sono un medico e non ho alcuna qualifica che mi autorizzi a intervenire seriamente su temi di bioetica. Non sono nemmeno una critica letteraria, e dunque il mio giudizio sulle qualità di scrittura del libro non può che restare nell’ambito dei pareri amatoriali.

Perché dunque scriverne? Perché Arkansas è un’occasione preziosa per ragionare sull’ecosistema dei libri, e sulla necessità che questo ecosistema sia il più possibile vario e differenziato nei tagli e nei generi, e che rifugga le omologazioni e le semplificazioni proprie di altri codici di comunicazione. Con la collaborazione di tutti: autori, editori, lettori, professionisti della comunicazione.

Ma procediamo con ordine.

Il volume di Tagliaferri si apre con una inusuale “Nota dell’editore” che con una certa gravità annuncia: “Questo libro è un memoir letterario”.

Per chi non conoscesse il significato della parola si aggiunge che “i fatti narrati prendono spunto da esperienze realmente vissute dall’autrice, ma sono stati oggetto di una trasfigurazione narrativa”.

Poco oltre la nota aggiunge, ed è un punto a mio avviso importante: “Questo libro non ha finalità informative, prescrittive o promozionali rispetto a pratiche mediche o giuridiche, ma si limita a raccontare, attraverso la forma del memoir, ciò che può accadere nelle vite individuali quando esse attraversano esperienze complesse”.

È probabile che in queste precisazioni ci sia la volontà di tutelarsi legalmente da eventuali controversie, tenuto conto che la GPA dal 2024 è in Italia un reato punibile anche se commesso all’estero.

Ma se dobbiamo prendere sul serio la nota dell’editore la dobbiamo leggere come un sincero richiamo alla necessità di considerare il libro esclusivamente nel perimetro del genere di cui fa parte, il memoir appunto. E dunque testimonianza, racconto personale.

In questo Arkansas ha una sua onestà intellettuale, mi sembra. Senza troppe pretese letterarie, è il resoconto del lungo percorso che la protagonista/autrice e suo marito hanno attraversato per diventare genitori.

La decisione di genitorialità maturata tardi, la menopausa arrivata a 40 anni, i tentativi di fecondazione eterologa, infine l’iter complesso – agenzie, intermediari, Paesi diversi, nel mezzo la pandemia e gli anni che passavano – che ha portato alla nascita di una bambina negli Stati Uniti grazie alla GPA.

In qualche passaggio si fa riferimento ai giudizi critici verso questa pratica, ai vincoli normativi, si prende fermamente posizione come è prevedibile da parte di chi ha fatto questa scelta sostenendone la liceità e l’accettabilità morale. Ma, ripeto, Arkansas è davvero ciò che la nota dell’editore annuncia.

Un memoir in cui quasi tutto lo spazio è occupato dall’io narrante dell’autrice, dalla sua vicenda, dai suoi desideri, dalle sue paure, dal suo mondo con i suoi privilegi: si dà conto in dettaglio, ad esempio, dei costi sostenuti (ho molto apprezzato, devo dire, il fatto che l’autrice non si sforzi di catturare la simpatia dei lettori e li metta a parte anche di aspetti che possono suscitare critiche).

Che ruolo può avere un libro con queste caratteristiche nell’ambito della discussione pubblica sulla GPA?

Recensioni, interviste all’autrice, commenti sui social lo considerano con un entusiasmo a tratti scomposto un manifesto politico, ne fanno bandiera per denunciare i ritardi imperdonabili della legge italiana, ricordano con enfasi che il personale è politico.

E qui – in buona parte della comunicazione che ha accolto Arkansas, nelle recensioni positive che vedono in Tagliaferri una paladina della lotta per i diritti ma anche nei tanti commenti molto critici che seguono le medesime recensioni nello spazio dei social, io vedo un equivoco.

Avendo letto il libro sono un po’ disorientata rispetto a tutto ciò che ne sta derivando. Se posso esprimere un giudizio scomposto a mia volta, trovo il dibattito un po’ surreale.

E il registro tutto solo emozionale di molte interviste onestamente fastidioso (a professionisti e professioniste dell’informazione dovrebbe essere richiesta una sana dose di lucido distacco, anche laddove c’è conoscenza personale con l’intervistato, ma anche nel giornalismo l’empatia ormai dilaga).

Riflettere sulla GPA implica diversi ordini di domande. In primo luogo si deve tenere in considerazione chi aspira a diventare genitore: siamo in ascolto della sofferenza causata dalle difficoltà di diventare genitori nelle modalità ‘naturali’? E che cosa vuol dire oggi ‘naturale’? Ma poi, ancora: ci stiamo misurando a sufficienza tutti con il tema del limite? E sulla necessità di accettare in certi casi delle impossibilità?

Il fatto che una pratica si possa realizzare – perché la tecnologia lo consente e la legge lo permette, Tagliaferri e il marito hanno agito nel rispetto delle norme – implica che ciascuno poi è totalmente libero di decidere se c’è una soglia da non superare?

Ci prendiamo cura in una dimensione di comunità delle difficoltà delle persone che si misurano con i limiti imposti dal proprio corpo per le più diverse ragioni? O non siamo invece lasciati a noi stessi nell’escogitare soluzioni?

E queste soluzioni non saranno troppo spesso connotate in termini di mere possibilità economiche? Perché siamo rassegnati al fatto che altri modi per vivere la genitorialità – l’adozione, l’affido – debbano essere così farraginosi e scoraggianti?

C’è poi un altro ordine di domande, che deve vedere al centro chi mette a disposizione il proprio corpo per agevolare il desiderio di genitorialità di altri: che studi ed evidenze ci sono sulla pratica della GPA nei Paesi che la permettono? Quante sono le donne coinvolte? Quale il loro profilo socioeconomico?

Se – come spesso viene detto da chi è a favore – il corrispettivo economico non è la ragione per cui si sceglie di mettere a disposizione il proprio corpo per una gravidanza che renderà genitori altri, quali sono le donne che possono permettersi di interrompere la propria vita lavorativa per un anno almeno senza temere danni per la propria sicurezza professionale e dunque economica?

Ma in ogni caso, senza nulla togliere alla buona fede, alla generosità, alla gratuità del dono e all’esistenza di rapporti personali splendidi in casi singoli o forse anche in casi numerosi come potrebbe una legge impedire che altre persone mosse da necessità facciano la scelta di ‘sacrificare’ una parte di sé dedicando ad altri una gravidanza e un tempo rilevante della propria vita adulta?

Rispetto a queste e ad altre domande che sono la base della discussione su un tema che intreccia così tanti livelli di valutazione il libro di Tagliaferri è uno strumento utile?

Decisamente no, o perlomeno non molto, ma – aggiungo – questa non è affatto una colpa. Il perché lo abbiamo visto: il libro è fondamentalmente il racconto di un desiderio e della potenza di questo desiderio a partire da un certo momento della vita dell’autrice, e delle scelte e conseguenze che ne derivano.

Il suo obiettivo dichiarato – lo scrive l’editore a pagina 7 e dobbiamo assumere che l’autrice si identifichi in quella nota se no non l’avrebbe accettata- è condividere una esperienza, offrirsi a una disposizione di empatia, non offrire un quadro ampio e ragionato della pratica della GPA nel mondo e immaginare soluzioni legislative. Lo abbiamo visto: “Questo libro non ha finalità informative, prescrittive o promozionali rispetto a pratiche mediche o giuridiche”.

Evidentemente non si può trattare di GPA senza considerare le difficoltà degli aspiranti genitori, e il memoir di Tagliaferri è uno dei modi per farlo, a partire dalla specifica esperienza di vita che l’autrice racconta.

C’è chi riuscirà a identificarsi nel suo dolore e nella sua ostinazione ed è un dono della scrittura suscitare, appunto, empatia. Credo che tutti alla fine della lettura – uomini e donne, genitori e no – accogliamo la notizia dell’arrivo di una nuova vita con gioia, perché qualunque sia la propria posizione rispetto alla GPA il rispetto e la tutela dei bambini devono unire tutti e tutte.

Ma il cortocircuito che si è innescato secondo cui il fare memoria di questa singola esperienza giustifica giudizi politici e giuridici è segno preoccupante di un tempo in cui tutto è sentimento e storia personale. In cui tutto, insomma, si risolve con l’empatia: la trappola dell’empatia (e non solo per le donne).

Il punto non è dunque tanto il libro: operazione in sé né giusta né sbagliata ma sacrosanta espressione della libertà dell’autrice che ha sentito la necessità di rendere pubblico un fatto privato, anche con una buona dose di coraggio (immagino ad esempio i dilemmi di fronte alla scelta di rivelare dettagli della vita prenatale della propria figlia, che un domani potrà chiedere ai genitori perché non è stato rispettato il suo diritto alla riservatezza).

Ad essere criticabile è a mio avviso la semplificazione con cui il libro è stato accolto. Che è frutto anche di un impoverimento del nostro livello di discussione, in cui tutto viene sommariamente catalogato in logiche binarie pro/contro, alla faccia della complessità.

Come se il registro del memoir esaurisse tutti i livelli possibili dei contenuti e del terreno di analisi e permettesse di arrivare alle conclusioni. Per cui se ci sono un desiderio profondo e una testimonianza ben raccontati ci sono ipso fatto dei diritti che andrebbero riconosciuti ed estesi e se questi diritti sono negati allora possiamo concludere che il nostro Paese è arretratissimo. Ma che modo di argomentare è questo? E su quali premesse si basa?

Sostenere che il personale è politico non vuol dire che il politico sia tutto compreso nel personale. Non esiste solo il nostro personale. Non esistono solo i memoir. È importante che ci siano, perché su questo tema come in altri ci ricordano la grana spessa delle nostre esistenze, ci ricordano la necessità dell’ascolto e della condivisione.

Ci aiutano a restare umani. Ma ci devono essere poi i rapporti documentati, le analisi comparate, le riflessioni dei filosofi, le inchieste, i pareri dei giuristi… E la discussione sul tema – se la si vuole praticare – va condotta avendo in mente tutti questi livelli e registri, che richiedono uno spazio ben più ampio di quello dei commenti sui social, o – Dio ci scampi e liberi – dei cuoricini.

E torno all’ecosistema editoriale. Forse noi editori per primi dovremmo presidiare ancora di più i diversi generi e registri, e offrire così – nella varietà – strumenti ancora più efficaci per affrontare la complessità del presente.

In modo tale che ci sia una cassetta degli attrezzi che attivi insieme le nostre competenze cognitive così come le nostre emozioni, e che preveda romanzi, memoir, saggi, ricerche. Con l’aiuto di autori e autrici provenienti da ambiti diversi.

Perché, diciamoci la verità, la spinta a pubblicare sempre più racconti in prima persona su qualunque argomento è fortissima. Ma i racconti in prima persona non bastano. Niente e nessuno basta da solo.

Quindi grazie a Tagliaferri che ha voluto ridare attenzione a un tema che in tempi durissimi di guerre e di impoverimento era finito in un cono d’ombra, ed è invece importante e giusto che anche questioni legate alla dimensione privata e familiare trovino ascolto. Ma non affidiamo al suo libro un ruolo che non può avere.

Altri libri e altri contenuti sono necessari, per chi la pensa come Tagliaferri, per chi ha una visione contraria e per chi vorrebbe arrivare a un giudizio che ancora non ha.

Voglio aggiungere che è necessaria anche la collaborazione dei lettori, sempre meno disposti ad affrontare la fatica che alcuni generi in particolare richiedono. Perché divulgare è necessario, ma – l’ho già scritto qui su Appunti ma per me è un chiodo fisso – non tutto può essere divulgazione.

Non tutto può essere racconto in prima persona ben scritto. Siamo disposti, da lettori, a fare fatica?

O preferiamo il registro esclusivo del racconto perché ci sembra la via più facile (facendo peraltro un enorme torto alla dimensione narrativa, in cui a volte la semplicità è solo apparente)?

Editori e lettori hanno ciascuno la propria parte di responsabilità perché chi pubblica libri non può ignorare le richieste e le attitudini di chi poi i libri li compra. Un’offerta culturale ricca e articolata richiede una domanda ricca e articolata.

E richiederebbe un livello di critica e di comunicazione a tutti i livelli ricco e articolato. Che parta dal rispetto degli effettivi generi e degli effettivi contenuti: un memoir è un memoir. Perché farne altro?

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27 maggio 2026 | 18:00–19:00 | SDA Bocconi Roma, via Antonio Nibby 20, Roma

Le democrazie regrediscono e i principi fondamentali sono sotto pressione. Le corti costituzionali, sempre più attaccate, vedono minata la propria indipendenza.

Riusciranno ad arginare la crisi della democrazia liberale? E con quali strumenti?

Ne discute Marta Cartabia, professoressa ordinaria di Diritto costituzionale all’Università Bocconi, già presidente della Corte costituzionale ed ex ministra della Giustizia, autrice di Custodi della democrazia. La Costituzione, le corti e i confini del politico (Egea), insieme a Daria de Pretis, professoressa emerita dell’Università di Trento e già giudice costituzionale.

Modera il giornalista Stefano Feltri.

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La guerra economica russa, le sanzioni, l’Ucraina e la sfida della deterrenza europea

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La guerra della Russia contro l’Ucraina entra in una fase nuova e incerta. Il conflitto non dipende più soltanto dagli sviluppi militari sul terreno, ma anche da dinamiche geopolitiche più ampie: l’evoluzione della guerra con l’Iran, le conseguenze sui prezzi del petrolio e sui mercati energetici, l’efficacia delle sanzioni, l’incertezza politica in Europa e le crescenti tensioni nei rapporti transatlantici.

Mentre la Russia si adatta a un’economia di guerra prolungata, una domanda diventa centrale: Vladimir Putin è oggi politicamente e finanziariamente più forte rispetto alle prime fasi del conflitto? Prezzi del petrolio più alti, falle nell’applicazione delle sanzioni e divisioni interne all’Occidente possono incidere sulla capacità di Mosca di sostenere la guerra.

Allo stesso tempo, l’Europa affronta un dilemma strategico difficile. Come può l’Unione europea mantenere la pressione su Mosca mentre si prepara a un possibile scenario americano meno prevedibile? Che cosa richiederebbe una strategia europea più autonoma verso l’Ucraina e la Russia?

Il prossimo evento digitale di IEP Bocconi affronterà queste domande con Bill Browder, recentemente nominato Non-Resident Fellow di IEP Bocconi, CEO di Hermitage Capital Management e promotore della Global Magnitsky Justice Campaign, e Nathalie Tocci, Senior Fellow di IEP Bocconi.

La discussione esaminerà il futuro della pressione occidentale sulla Russia, l’efficacia delle sanzioni economiche, le conseguenze degli shock energetici e geopolitici globali, il ruolo del riarmo europeo come strumento di deterrenza e la capacità dell’Europa di sostenere l’Ucraina rafforzando al tempo stesso la propria sicurezza.

Bill Browder
Non-Resident Fellow, IEP Bocconi; CEO, Hermitage Capital Management; Head of the Global Magnitsky Justice Campaign

Nathalie Tocci
Senior Fellow, IEP Bocconi

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