Andy Burnham è il nuovo leader del Partito Laburista britannico e da lunedì è destinato a prendere il posto di Keir Starmer a Downing Street. L’ex sindaco della Greater Manchester, rimasto l’unico candidato idoneo alla successione, ha ottenuto il sostegno di 379 deputati laburisti, pari al 95% del gruppo parlamentare, oltre all’appoggio dei sindacati e delle organizzazioni affiliate al partito.
A proclamarlo è stata Shabana Mahmood, presidente del Comitato esecutivo nazionale del Labour. “I risultati della corsa alla leadership non sono stati certo una sfida all’ultimo respiro, dato che c’era un solo candidato idoneo”, ha osservato prima di dichiarare Burnham “leader debitamente eletto del Partito Laburista”.
Visibilmente emozionato, il cinquantaseienne soprannominato “Re del Nord” ha ringraziato Starmer per avere condotto il partito dalla pesante sconfitta del 2019 alla vittoria elettorale del 2024. Poi ha chiarito che il passaggio di consegne non dovrà limitarsi a un avvicendamento personale.
“I prossimi giorni non riguardano solo il cambio di chi governa la Gran Bretagna. Riguardano il cambiamento del modo in cui la Gran Bretagna viene governata”, aveva scritto su X pochi minuti prima della proclamazione. Nel suo primo discorso da leader ha quindi promesso un governo “risolutamente laburista”, capace di riportare crescita e speranza nei luoghi rimasti ai margini dello sviluppo britannico.
Burnham ha parlato di fabbriche, miniere e cantieri navali, i luoghi nei quali il movimento laburista è stato forgiato. Ha criticato il modello economico seguito dal Regno Unito negli ultimi quarant’anni, la concentrazione del potere a Westminster e la stagione delle privatizzazioni iniziata negli anni Ottanta. Il suo messaggio è che quel sistema non abbia funzionato per i lavoratori e per una parte crescente del Paese.
È da qui che nasce la domanda destinata ad accompagnare il suo ingresso a Downing Street: Andy Burnham vuole riportare il Regno Unito agli anni Settanta?
Il ritorno del Labour che il Paese conosceva
Il richiamo al vecchio Labour è esplicito. Burnham ha promesso di rispondere all’appello arrivato dagli abitanti di Makerfield, la circoscrizione con la quale è tornato alla Camera dei Comuni dopo quasi dieci anni trascorsi alla guida della Greater Manchester.
Secondo il nuovo leader, quel voto ha espresso la richiesta dei luoghi dimenticati, da nord a sud, di ritrovare il Partito Laburista “che un tempo conoscevano”. “Torneremo a essere quella versione del Partito Laburista”, ha assicurato.
Non si tratta soltanto di recuperare simboli e linguaggio della tradizione operaia. La proposta politica di Burnham prevede un maggiore controllo pubblico sui servizi essenziali, un programma di reindustrializzazione e una redistribuzione del potere economico e amministrativo a favore delle città e delle regioni. L’obiettivo dichiarato è portare “la crescita in ogni codice postale”, evitando che continui a concentrarsi nella capitale e nel sud-est più ricco.
Il programma dettagliato sarà presentato dopo l’insediamento, ma le priorità indicate finora comprendono la costruzione di case popolari, il rilancio della formazione professionale, una riforma dell’assistenza sociale e una politica industriale che favorisca la produzione britannica in settori come energia, acciaio e difesa. Burnham sostiene inoltre che acqua, trasporti, abitazioni ed energia non possano essere lasciati interamente alle logiche del mercato, perché il governo deve poter intervenire sul costo dei servizi essenziali.
Sono proposte che ricordano la Gran Bretagna precedente a Margaret Thatcher, quando lo Stato possedeva una parte rilevante dell’industria e delle infrastrutture nazionali, i sindacati avevano un peso politico maggiore e il Labour manteneva un rapporto diretto con le comunità operaie.
Il paragone con gli anni Settanta, però, contiene anche un avvertimento. Quel decennio viene associato nel dibattito britannico non soltanto alla forza del welfare e dell’industria nazionale, ma anche all’inflazione, ai conflitti sindacali, agli scioperi e alla difficoltà dello Stato di controllare la spesa pubblica. Per i conservatori e per una parte della City, evocarlo significa suggerire che Burnham possa riportare il Paese verso un’economia più rigida, costosa e ostile alle imprese.
Il nuovo leader prova a rovesciare questa lettura. Non presenta l’intervento pubblico come un ritorno nostalgico al passato, ma come una risposta al fallimento del modello costruito dagli anni Ottanta: servizi privatizzati ma inefficienti, crescita debole, salari stagnanti, forti squilibri territoriali e una politica sempre più distante dalle comunità locali.
È anche una risposta all’ascesa di Reform UK. Burnham vuole recuperare gli elettori delle città industriali e delle aree periferiche che hanno abbandonato il Labour, attratti dal messaggio di Nigel Farage contro le élite politiche, l’immigrazione e il declino dei servizi. La promessa di tornare al Labour “che conoscevano” tenta di sottrarre alla destra populista il monopolio della rappresentanza dei territori dimenticati.
Il Manchesterism non è il socialismo degli anni Settanta
Il modello di Burnham non nasce tuttavia a Westminster né nei documenti della vecchia sinistra laburista. Nasce a Manchester, dove è stato sindaco dal 2017 e ha costruito la propria rinascita politica dopo avere perso due competizioni per la leadership nazionale del partito.
Durante i quasi dieci anni alla guida della città, Burnham ha combinato investimenti pubblici e capitali privati, rigenerazione urbana, politiche sociali e maggiore coordinamento metropolitano. Il risultato più simbolico è stato il ritorno degli autobus sotto il controllo delle autorità locali attraverso la Bee Network, dopo anni di gestione frammentata e servizi giudicati inadeguati.
Non ha eliminato le imprese private dal sistema: ha stabilito percorsi, tariffe e standard sotto una regia pubblica, lasciando agli operatori la gestione materiale delle linee attraverso contratti. È questa combinazione, più pragmatica che ideologica, ad avere alimentato l’espressione “Manchesterism” utilizzata per descrivere il suo progetto.
Burnham vuole ora trasferire quel metodo su scala nazionale. Ha promesso di sottrarre poteri a Westminster e Whitehall per affidarli a sindaci, autorità regionali e comunità locali. Tra le proposte avanzate prima della proclamazione figura anche la creazione di una sorta di “Number 10 North” a Manchester, una struttura capace di riequilibrare un sistema politico ed economico troppo concentrato attorno a Londra.
Il suo socialismo viene presentato come favorevole alle imprese, purché queste partecipino a una strategia di sviluppo nazionale e territoriale. Burnham non ha abbandonato le regole fiscali fissate dal precedente governo e ha ridimensionato alcune delle posizioni più radicali sostenute in passato sulle nazionalizzazioni e sul rapporto con l’Unione europea.
Per questo il confronto con gli anni Settanta è efficace sul piano politico, ma impreciso su quello economico. Burnham recupera la centralità dell’industria, del lavoro e dei servizi pubblici, ma non propone di ricostruire lo Stato centralizzato e proprietario che precedeva Thatcher. Al contrario, individua proprio nella centralizzazione uno dei problemi del modello britannico.
La sua sfida è costruire un intervento pubblico più forte senza trasformarlo in un controllo esercitato esclusivamente dal governo centrale. Vuole uno Stato che stabilisca gli obiettivi, sostenga gli investimenti e protegga i servizi essenziali, ma che lasci maggiore spazio ai territori e alla collaborazione con il settore privato.
La prima indicazione concreta arriverà dalla scelta del cancelliere dello Scacchiere. Un profilo vicino alla sinistra interventista segnalerebbe una rottura più netta con l’impostazione di Starmer; una figura centrista e attenta alla disciplina di bilancio servirebbe invece a rassicurare la City e i mercati. In entrambi i casi, Burnham dovrà spiegare come finanziare le proprie ambizioni in un Paese con crescita debole, servizi pubblici sotto pressione e nuovi impegni nel campo della difesa.
La svolta interna e i vincoli internazionali
Il nuovo leader arriva a Downing Street con un programma concentrato sulle fratture interne del Regno Unito. Ma diventerà il settimo primo ministro britannico in un decennio in una fase nella quale le principali scelte di politica estera lasciano poco spazio a svolte radicali.
Il rapporto più delicato sarà quello con Donald Trump. Il presidente americano ha ammesso di conoscere poco Burnham, definendolo però “estremamente liberale” e manifestando scetticismo sulla possibilità che autorizzi nuove trivellazioni di petrolio e gas nel Mare del Nord. La distanza politica tra i due è evidente, soprattutto su energia, clima e ruolo dello Stato nell’economia. Burnham dovrà evitare che queste divergenze compromettano la relazione con il principale alleato militare del Regno Unito. La continuità del rapporto transatlantico è centrale anche per l’Ucraina e per la sicurezza europea, proprio mentre Trump chiede agli alleati di aumentare la spesa militare e ridurre la dipendenza dagli Stati Uniti.
A Mosca non si attendono cambiamenti sostanziali. Burnham si è opposto all’annessione russa della Crimea nel 2014 e ha sostenuto l’Ucraina dall’inizio dell’invasione su larga scala. Il Cremlino lo considera quindi parte della continuità britannica nei confronti della Russia. Anche Kiev guarda soprattutto alla stabilità. Burnham sarà il quinto primo ministro britannico dall’inizio della guerra, ma il sostegno politico e militare di Londra è rimasto costante nonostante i cambi al vertice. Il nuovo leader ha già promesso di mantenere l’appoggio all’Ucraina, ereditando anche l’accordo sottoscritto dal governo Starmer per permettere alle imprese britanniche di partecipare al programma europeo di prestiti destinato alla difesa ucraina.
Bruxelles osserverà due dossier. Il primo è la difesa: il Regno Unito deve ancora definire un percorso credibile per raggiungere l’obiettivo Nato del 3,5% del Pil destinato alla spesa militare entro il 2035. Starmer ha lasciato al successore un piano da 15 miliardi di sterline, ma anche un fabbisogno finanziario non coperto di circa 4,7 miliardi.
Il secondo è il riavvicinamento economico all’Unione europea dopo la Brexit. Burnham è considerato favorevole a relazioni più strette con il continente, ma non ha indicato l’intenzione di superare le linee rosse del Labour: nessun ritorno alla libera circolazione, al mercato unico o all’unione doganale. Dovrà quindi cercare una cooperazione più profonda senza riaprire formalmente il processo di uscita.
È il paradosso con cui inizierà il suo governo. Burnham promette una rottura radicale con il modello economico britannico degli ultimi quarant’anni, ma sul piano internazionale dovrà garantire soprattutto continuità.
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