Con test genomico, due terzi delle pazienti con tumore al seno pot


Uno dei risultati più rilevanti presentati al congresso dell’American Society of Clinical Oncology (ASCO) 2026 potrebbe cambiare la pratica clinica nel trattamento del carcinoma mammario in fase iniziale. Lo studio internazionale OPTIMA ha infatti dimostrato che molte donne con tumore della mammella ormono-sensibile e coinvolgimento linfonodale potrebbero evitare la chemioterapia senza compromettere le probabilità di guarigione, grazie all’utilizzo del test genomico Prosigna che analizza l’espressione di 50 geni del tumore mammario.

Secondo i ricercatori, l’adozione sistematica del test potrebbe consentire ogni anno a migliaia di pazienti di potersi risparmiare gli effetti collaterali della chemioterapia, mantenendo risultati oncologici sovrapponibili a quelli ottenuti con i trattamenti tradizionali.

Secondo Rob Stein dell’University College London, principal investigator dello studio, OPTIMA risponde a una delle questioni più rilevanti nella gestione del carcinoma mammario iniziale: identificare quali pazienti traggano realmente beneficio dalla chemioterapia e quali possano evitarla senza compromettere la prognosi.

Anche Iain MacPherson dell’Università di Glasgow ha definito i dati “practice-changing”, sottolineando come il trial rappresenti un passo decisivo verso un’oncologia sempre più personalizzata e basata sulla biologia del tumore piuttosto che sui soli parametri clinici tradizionali.

il concetto che emerge con più forza è che il test non identifica chi deve fare la chemio, ma soprattutto chi può evitarla in sicurezza.

Lo studio OPTIMA
Il trial OPTIMA (Optimal Personalised Treatment of Early Breast Cancer Using Multi-parameter Analysis), coordinato dall’University College London (UCL), ha coinvolto 4.429 pazienti provenienti da Regno Unito, Norvegia, Svezia, Australia, Nuova Zelanda e Thailandia. Lo studio ha arruolato donne e uomini di età pari o superiore a 40 anni con carcinoma mammario HR-positivo/HER2-negativo sottoposti a intervento chirurgico. La maggior parte presentava metastasi ai linfonodi ascellari, una condizione che tradizionalmente porta a raccomandare la chemioterapia adiuvante.

L’obiettivo era verificare se un approccio terapeutico guidato dalla biologia del tumore potesse sostituire il tradizionale modello decisionale basato prevalentemente sulle caratteristiche clinico-patologiche.

I pazienti sono stati randomizzati a ricevere:
• trattamento standard con chemioterapia seguita da terapia endocrina;
• trattamento guidato dal test genomico Prosigna, con chemioterapia riservata soltanto ai pazienti con punteggio elevato.

Come funziona il test Prosigna
Prosigna, sviluppato da Veracyte, è un test genomico che analizza l’espressione di geni coinvolti nella crescita e nella progressione del tumore mammario. L’esame viene eseguito sul tessuto tumorale prelevato durante l’intervento chirurgico o anche mediante biopsia con ago, richiedendo una quantità minima di materiale biologico.
Il test genera uno score prognostico che consente di identificare i pazienti a basso o alto rischio di recidiva.
Nel trial OPTIMA, i pazienti con punteggio superiore a 60 hanno ricevuto chemioterapia e terapia endocrina, mentre quelli con score pari o inferiore a 60 sono stati trattati con la sola terapia ormonale.

Risultati: la chemioterapia può essere evitata in oltre due terzi dei pazienti
I risultati mostrano che il 68% dei partecipanti presentava un punteggio Prosigna basso. In questo ampio sottogruppo, la chemioterapia non ha determinato un beneficio clinicamente significativo.
A cinque anni:
• il 94,8% dei pazienti trattati con chemioterapia più terapia endocrina era vivo e libero da recidiva;
• il 93,6% dei pazienti trattati con la sola terapia endocrina risultava anch’esso vivo e senza segni di ripresa della malattia.
L’analisi statistica ha indicato che il beneficio assoluto della chemioterapia nei pazienti con basso score genomico sarebbe al massimo del 2%, una differenza considerata clinicamente trascurabile.

“OPTIMA affronta una sfida storica nella gestione del tumore della mammella: identificare chi trae realmente beneficio dalla chemioterapia e chi invece può evitarla”, ha dichiarato Rob Stein, professore di Breast Oncology presso l’UCL Cancer Institute e principal investigator dello studio.

Un risultato che amplia le evidenze disponibili
Uno degli aspetti più importanti dello studio riguarda la popolazione inclusa. I precedenti trial che hanno valutato l’utilità dei test genomici erano infatti concentrati prevalentemente sulle donne in post-menopausa e con limitato coinvolgimento linfonodale.
OPTIMA ha invece incluso anche donne in pre-menopausa e pazienti con malattia più estesa, comprese quelle con oltre tre linfonodi interessati. Anche in questi sottogruppi i risultati sono risultati sovrapponibili.
Secondo gli autori, nelle donne più giovani il beneficio potrebbe essere spiegato dall’utilizzo della terapia endocrina associata alla soppressione farmacologica della funzione ovarica, una strategia oggi sempre più impiegata nei tumori ormono-sensibili ad alto rischio.

Implicazioni per la pratica clinica
Le implicazioni dello studio sono rilevanti sia per le pazienti sia per i sistemi sanitari. La chemioterapia adiuvante, pur essendo efficace, è associata a tossicità acute e croniche che comprendono alopecia, neuropatie, tossicità cardiaca, infertilità, fatigue persistente e aumento del rischio di neoplasie secondarie. Evitare trattamenti inutili rappresenta quindi un obiettivo prioritario dell’oncologia moderna.
Secondo i ricercatori britannici, l’adozione del test Prosigna potrebbe evitare la chemioterapia a oltre 5mila pazienti ogni anno nel solo Servizio Sanitario Nazionale inglese.
I risultati saranno ora valutati dagli organismi regolatori e dai decisori sanitari, tra cui il NICE, per definire un eventuale ampliamento dell’accesso al test genomico nella pratica clinica.

Verso un’oncologia sempre più personalizzata
Lo studio OPTIMA conferma la progressiva transizione dell’oncologia verso modelli terapeutici guidati dalla biologia del tumore piuttosto che da criteri esclusivamente anatomopatologici. La possibilità di identificare con maggiore precisione i pazienti che necessitano realmente della chemioterapia rappresenta uno dei principali obiettivi della medicina di precisione.
Come sottolineato da Iain MacPherson dell’Università di Glasgow, co-investigatore dello studio, questi risultati forniscono “evidenze solide e destinate a modificare la pratica clinica”, consentendo di offrire trattamenti più appropriati, riducendo tossicità inutili e ottimizzando l’impiego delle risorse sanitarie.

Una storia emblematica
Karen Bonham, 64 anni, di Cardiff, ha ricevuto una diagnosi di tumore al seno dopo aver partecipato a uno screening di routine nel giugno 2017. Sposata e madre di due figli, Karen aveva lavorato per 40 anni come logopedista.

A due settimane dallo screening è stata richiamata presso la Breast Clinic del Velindre Cancer Centre di Cardiff, dove una biopsia ha confermato la presenza di un carcinoma della mammella sinistra. Nel luglio 2017 è stata sottoposta a mastectomia sinistra e svuotamento dei linfonodi ascellari. Gli esami hanno evidenziato un tumore di grandi dimensioni (oltre 5 cm), a crescita lenta, sensibile agli ormoni e con interessamento di due linfonodi. Per questo tipo di tumore, la chemioterapia rappresenta generalmente il trattamento standard.

«La diagnosi e il trattamento del cancro possono essere sconvolgenti», racconta Karen. «Ti catapultano in un mondo di incertezza. Le priorità della vita cambiano improvvisamente: l’unica cosa che conta è sopravvivere.

La vita diventa un vortice di appuntamenti, informazioni e decisioni da prendere rapidamente, mentre si cerca di mantenere una parvenza di normalità per la propria famiglia, soprattutto quando i figli stanno affrontando esami scolastici o universitari».

Karen venne a conoscenza dello studio OPTIMA durante una delle sue prime visite oncologiche, nel settembre 2017, mentre si discuteva della possibilità di iniziare la chemioterapia, un trattamento che temeva particolarmente. Informò i medici del suo interesse a partecipare a una ricerca che potesse contribuire a migliorare la cura dei pazienti e, in cuor suo, sperava di poter evitare la chemioterapia.

Il test Prosigna venne eseguito sul tessuto tumorale conservato dopo l’intervento chirurgico, mentre erano già in corso i preparativi per avviare il trattamento chemioterapico standard. Karen ricorda che mancavano ormai pochi giorni all’inizio della terapia e che aveva già deciso di tagliarsi i capelli molto corti quando, poco più di due settimane dopo, arrivò il risultato.

Mentre passeggiava su una spiaggia vicino a casa, ricevette una telefonata dall’ospedale: era stata assegnata al gruppo di trattamento guidato dal test genomico e non avrebbe avuto bisogno della chemioterapia.

«Come descrivere quella sensazione? Un immenso sollievo? Come il giorno di Natale? Probabilmente un mix di entrambe le cose».

Al posto della chemioterapia, Karen ha seguito un percorso terapeutico basato su radioterapia e terapia ormonale, completando otto anni di trattamento attivo.

Oggi, a quasi nove anni dalla diagnosi, Karen afferma di non sentirsi definita dalla malattia e di essere tornata a una vita familiare normale. Continua a mantenersi attiva, dedicandosi alle passeggiate e allo yoga, e ritiene che la partecipazione allo studio OPTIMA abbia contribuito a prendere decisioni terapeutiche più appropriate e personalizzate.

«Lo studio mi ha aiutato a ricevere più rapidamente il trattamento giusto per me e ha contribuito al mio esito positivo», conclude.

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