Allo scoccare del primo mese dalla partenza del suo nuovo incarico, abbiamo rivolto una bella batteria di domande a Costantino D’Orazio, nuovo Direttore Generale per la Creatività Contemporanea al Ministero della Cultura. Si tratta di una Direzione Generale molto importante perché tocca tanti temi della creatività che si intrecciano con l’arte, ma anche con la moda, col design, con la fotografia. Un ruolo centrale per D’Orazio che a 52 anni giunge (succedendo ad Angelo Cappello, che avevamo intervistato qui) ad una altissima posizione istituzionale dopo aver fatto il curatore indipendente, il saggista, dopo aver dimostrato una grande capacità da divulgatore televisivo e radiofonico e dopo aver diretto rilevanti musei statali. Ecco il botta e risposta.
Lei arriva alla guida della Direzione Generale Creatività Contemporanea dopo un’esperienza nei musei statali e una lunga attività di curatore e divulgatore. Qual è la prima cosa che ha capito entrando in questa nuova posizione ora che è già passato il primo mese?
Ho trovato una Direzione Generale composta da professionisti di grande competenza, che da anni lavorano con passione alla promozione e al sostegno della creatività contemporanea. Questo primo mese mi ha permesso di conoscere da vicino un patrimonio di esperienze e professionalità sul quale costruire nuove linee strategiche e progettuali. Insieme al Capo Dipartimento Massimo Osanna stiamo già lavorando per consolidare quanto realizzato e imprimere ulteriore slancio alle attività della Direzione, in piena sintonia con la particolare attenzione che il Ministro della Cultura, Alessandro Giuli, riserva agli artisti, ai linguaggi e ai temi del contemporaneo.
La Direzione che oggi guida tiene insieme arte contemporanea, architettura, fotografia, design, moda, imprese culturali e creative, rigenerazione urbana. È un perimetro molto ampio. Forse troppo ampio?
Tutte queste attività sono unite nell’obiettivo di costruire l’identità culturale contemporanea della nostra nazione a partite dalla creatività. Credo fortemente che esista un filo in grado di unire questi ambiti per presentare una Italia capace di leggere il presente e proporre delle linee progettuali per il futuro. In questo senso, gli enti vigilati dalla Direzione (Biennale, Triennale, Quadriennale e MUNAF) possono dare un contributo fondamentale.
Quale sarà la sua priorità nei primi dodici mesi? Continuità con il lavoro già avviato o cambio di passo?
La DGCC ha costruito un sistema virtuoso a sostegno del contemporaneo attraverso un grande numero di bandi che sono ormai entrati nella consuetudine di tutti gli operatori culturali. Se penso al deserto istituzionale in cui eravamo trent’anni fa, quando ho iniziato a lavorare nel contemporaneo… Oggi il Ministero della Cultura è un interlocutore reale, presente e spesso imprescindibile per realizzare progetti di largo respiro. Tutto questo rappresenta oggi la base sulla quale sviluppare nuove linee strategiche, affinché i singoli, splendidi progetti concorrano sempre più a una visione organica e di lungo periodo.
La Direzione Generale Creatività Contemporanea rischia spesso di essere percepita come una macchina di bandi. Lei vuole rafforzare questo modello o immagina strumenti diversi, ancor più strategici?
I bandi sono uno strumento prezioso per suscitare idee e stimolarne lo sviluppo. Con l’aiuto di alcuni professionisti e il contributo di AMACI, stiamo già lavorando a una ricognizione complessiva degli strumenti esistenti, per individuare quelli da confermare e le possibili evoluzioni da introdurre attraverso nuove linee strategiche. Penso che il Ministero della Cultura possa promuovere ambiti di ricerca capaci di aiutare l’Italia ad affrontare le grandi sfide internazionali.
Italian Council è stato uno dei programmi più importanti per l’internazionalizzazione dell’arte italiana. Cosa funziona e cosa va ripensato oggi, in un sistema internazionale ancora una volta molto cambiato?
Assieme al mio predecessore Angelo Piero Cappello, oggi direttore della Unità di Missione Piano Mattei per l’Africa e il Mediterraneo allargato stiamo lanciando anche altre iniziative che ampliano l’orizzonte internazionale dell’Italian Council, nel segno di un vero scambio culturale, che non si limiti ad offrire una vetrina estera ai nostri artisti. Quella sarà garantita con altri strumenti, consolidando Italian Council.
Il Piano Arte Contemporanea ha contribuito all’acquisizione di opere per le collezioni pubbliche. Ma l’Italia ha ancora un grande problema di presenza del contemporaneo nei musei statali. Strategie per colmare questo ritardo?
I musei nazionali del MiC sono un presidio straordinario sul territorio: molti, pur avendo collezioni archeologiche o storico-artistiche, si sono aperti negli ultimi anni all’arte contemporanea. Sono convinto che con il Dipartimento per la Valorizzazione del Patrimonio e la Direzione Generale Musei si potrà lavorare a strutturare questo interesse per il contemporaneo per consolidarne la presenza e trasformarla in una linea d’indirizzo capace di sviluppare il nostro patrimonio attraverso la creatività del presente.
Lei è stato spesso un divulgatore capace di parlare a pubblici non specialistici. Questa esperienza influenzerà anche il suo modo di guidare una Direzione ministeriale per uscire da una certa autoreferenzialità?
Negli ultimi anni, i musei italiani hanno lavorato in modo straordinario per aumentare l’accessibilità del patrimonio, migliorando gli apparati didattici, dotandosi di strumenti multimediali, cambiando il proprio linguaggio per renderlo più comprensibile e coinvolgente. Tutto questo deve accadere anche nel contemporaneo, perché l’attività di mediazione è fondamentale per avvicinare le persone e, soprattutto, migliorare la loro familiarità con l’arte del presente. ll MiC può elaborare nuove linee guida e nuovi strumenti capaci di rafforzare e rendere sempre più efficace la narrazione del contemporaneo.
La visione di Costantino D’Orazio sullo spazio pubblico
Architettura e qualità dello spazio pubblico sono tra le competenze della Direzione. In Italia però il Ministero interviene spesso quando l’opera è già patrimonio, molto meno quando si progetta il futuro. Come si può incidere davvero sulla qualità dell’architettura contemporanea?
Ho avuto già modo di confrontarmi con il Ministro Alessandro Giuli sulla necessità di strutturare la tutela dell’architettura e dell’urbanistica contemporaneo, che rientra nelle competenze della DGCC. Nel frattempo, sono tanti i progetti che vedono il MiC impegnato nella costruzione di nuovi edifici per la cultura: penso al Museo Ebraico di Ferrara o alla nuova copertura dei mosaici di Carsulae, in provincia di Terni, per citare solo due progetti in cui sono coinvolto. Nel frattempo, bisogna rilanciare l’utilizzo della Legge del 2%, in collaborazione con il Dipartimento per la Tutela del Patrimonio e la Direzione Generale Archeologica, Belle Arti e Paesaggio: insieme costituiamo un presidio di qualità per il paesaggio contemporaneo.
A mio personale parere abbiamo un grande tema circa la qualità dello spazio pubblico subito fuori ai musei e agli spazi della cultura: a Roma il Macro o il Maxxi hanno i loro ingressi che affacciano su delle strade trasandate o su dei parcheggi. Chissà che possa essere un tema per la Direzione…
Qui entra in gioco il rapporto tra il MiC e gli enti locali, che hanno la responsabilità di custodire le aree urbane su cui insistono i musei nazionali: sono assolutamente convinto che un lavoro integrato e una costante collaborazione possa permettere di affrontare la questione in modo serio e lungimirante.
La rigenerazione urbana attraverso la cultura è un tema centrale, ma anche molto abusato… Quale approccio qui?
Con il Ministro Giuli stiamo per lanciare una grande appuntamento in cui centinaia di protagonisti di progetti di rigenerazione urbana potranno incontrarsi e confrontarsi: di nuovo, questa pratica in Italia è molto diffusa, ma non ha mai goduto di un coordinamento strategico. Il MiC può lavorare in questo senso, grazie anche alla straordinaria professionalità dei suoi funzionari.
Moda, design e imprese culturali e creative sono entrati ormai stabilmente nel perimetro della Direzione. Come evitare che restino settori laterali rispetto all’arte contemporanea e costruire invece una vera politica pubblica della creatività italiana?
Studiando il bilancio della Direzione, ho capito che grazie a fondi strutturali, le imprese creative costituiscono una delle voci più importanti dei nostri investimenti. Credo che questo ambito debba essere comunicato meglio e in modo più consapevole. Quanto alla moda e al design, con il professor Osanna abbiamo già avviato un dialogo costruttivo con le organizzazioni di settore per promuovere nuove iniziative e sviluppare una narrazione capace di diffondere la cultura della moda e del design anche oltre le comunità strettamente professionali.
La fotografia ha una sua strategia nazionale, ma continua a soffrire di una fragilità strutturale: archivi, collezioni, mercato, riconoscimento istituzionale. E musei. Qual è oggi la priorità più urgente per la fotografia italiana?
La fotografia ha il merito di riuscire ad avvicinare un pubblico più ampio e più giovane rispetto a tante altre espressioni dell’arte contemporanea: bisogna favorire questo fenomeno disseminando maggiormente la fotografia di qualità. Al contempo, è necessario che in Italia la fotografia contemporanea venga raccontata con lo stesso approccio che riserviamo alla storia dell’arte, individuando e illustrando scuole, periodi, tecniche, grazie al lavoro dei grandi maestri che i nostri musei stanno collezionando.
La Direzione è responsabile anche del Padiglione Italia alla Biennale (sia di arte che di architettura). Secondo lei il Padiglione deve essere soprattutto una vetrina nazionale, un laboratorio curatoriale o uno strumento di politica culturale internazionale?
Direi che deve sempre di più intrecciare queste tre identità che lei ha ben individuato.
Il contemporaneo italiano all’estero è spesso sostenuto da singoli curatori, gallerie, fondazioni, artisti e reti informali. Che ruolo deve avere il Ministero: accompagnare, selezionare, finanziare, coordinare?
Penso che il MiC possa favorire pratiche virtuose che nascono all’interno del contesto della creatività contemporanea, tenendo ben alzate le antenne, intrecciando relazioni sempre più profonde con artisti, musei, fondazioni, curatori, galleristi che spesso hanno idee meravigliose, ma non sanno come portarle a termine. Il MiC può essere complice di questi progetti.
Lei viene da una direzione museale territoriale, in Umbria, e ora passa a una funzione nazionale. Che cosa porta con sé da quell’esperienza?
Prima di tutto la capacità di tessere rapporti con il territorio. Il modello di collaborazione che abbiamo costruito con le istituzioni, con la comunità scientifica, con gli artisti e con le imprese in Umbria può essere ampliato a livello nazionale. E poi, il dialogo con il pubblico, senza snobismi e reticenze.
Alla fine del suo mandato, da cosa vorrebbe essere giudicato? Da più bandi, più risorse, più opere acquisite, più artisti italiani all’estero, più architettura di qualità, o da un cambiamento di percezione del contemporaneo nel Paese?
Tra le proposte sulle quali, d’intesa con il Ministro della Cultura Alessandro Giuli, ci proponiamo di avviare un confronto con il Ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara vi è la possibilità di rafforzare lo studio dell’arte e dell’architettura contemporanea nei percorsi delle scuole secondarie di primo e secondo grado. L’individuazione condivisa degli strumenti più adatti, nel rispetto delle rispettive competenze, potrebbe rappresentare un passaggio di grande rilievo per avvicinare le nuove generazioni ai linguaggi del contemporaneo.
Massimiliano Tonelli
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