Pensione a 64 anni per tutti, ma il conto può essere salato: fino a 366 euro in meno al mese e il Tfr può diventare decisivo


Andare in pensione a 64 anni, tre anni prima dell’attuale età di vecchiaia, anche se si è cominciato a lavorare prima del 1996. È una delle ipotesi che torna sul tavolo in vista della prossima legge di Bilancio, ma dietro una formula apparentemente semplice si nasconde un meccanismo molto più complesso. Per molti lavoratori l’anticipo potrebbe infatti tradursi in una pensione più bassa per tutta la vita e, in alcuni casi, nella necessità di utilizzare una parte del proprio Tfr per poter uscire dal lavoro.

La proposta sostenuta dalla Lega punta ad allargare ai lavoratori del cosiddetto sistema misto una possibilità oggi riservata sostanzialmente ai contributivi puri, cioè a chi ha iniziato a versare contributi dal 1996 in avanti. L’operazione, però, non sarebbe gratuita: chi decidesse di utilizzare il nuovo canale dovrebbe accettare il ricalcolo interamente contributivo della pensione, compresa la parte della carriera precedente al 1996.

La questione centrale è proprio questa. Il sistema misto conserva per gli anni più lontani una quota calcolata con criteri generalmente più favorevoli. Rinunciarvi significa trasformare l’intera pensione secondo il metodo contributivo, legato a quanto effettivamente versato nel corso della carriera. Il risultato, nelle simulazioni elaborate dall’Osservatorio previdenza della Cgil, è una riduzione che nei profili analizzati arriva mediamente al 10,6 per cento.

La perdita non sarebbe temporanea. L’assegno ridotto continuerebbe a essere percepito anche negli anni successivi al raggiungimento dell’età ordinaria di pensionamento. Nei tre casi simulati dal sindacato si parla di tagli compresi tra circa 183 e 366 euro lordi al mese, con differenze legate soprattutto allo stipendio e alla quota di carriera maturata prima del 1996.

C’è poi un secondo ostacolo: non basterebbe avere 64 anni e almeno 25 anni di contributi. Per accedere all’uscita anticipata sarebbe necessario maturare una pensione di importo sufficientemente elevato. Il parametro indicato è pari a tre volte l’assegno sociale. Nel 2026 la soglia arriva a 1.638,72 euro lordi al mese.

Ed è qui che il Tfr potrebbe entrare in gioco. Se la pensione pubblica non raggiungesse quell’importo, una parte della liquidazione potrebbe essere trasformata in una rendita mensile e utilizzata per colmare la distanza dalla soglia richiesta. In pratica, il lavoratore impiegherebbe una quota del proprio salario differito per costruire il diritto all’uscita anticipata.

Il meccanismo emerge chiaramente nel primo degli esempi elaborati dalla Cgil. Un dipendente con 40 anni di contributi, nove dei quali maturati entro il 1995, e una retribuzione finale di 35 mila euro lordi avrebbe una pensione calcolata con il sistema misto di circa 1.726 euro mensili. Con il ricalcolo contributivo scenderebbe però a circa 1.543 euro.

La perdita sarebbe quindi di poco meno di 183 euro al mese, ma soprattutto l’assegno non raggiungerebbe più la soglia necessaria per andare in pensione a 64 anni. Per poter utilizzare il nuovo canale, secondo la simulazione, il lavoratore dovrebbe trasformare in rendita circa 24.360 euro di Tfr.

Diversa la situazione per gli stipendi più elevati. Con una retribuzione finale di 50 mila euro, sempre nell’ipotesi di 40 anni di contributi, l’assegno passerebbe da circa 2.466 a 2.205 euro lordi mensili. Il taglio sarebbe superiore a 261 euro, ma la pensione resterebbe comunque sopra la soglia prevista e non sarebbe quindi necessario intaccare il Tfr.

Nel terzo caso, quello di un lavoratore con una retribuzione finale di 70 mila euro, la pensione scenderebbe da circa 3.452 a 3.087 euro, con una riduzione permanente di oltre 365 euro al mese. Anche qui il requisito economico sarebbe rispettato senza utilizzare la liquidazione.

È importante però evitare una lettura troppo automatica di questi numeri. Il 10,6 per cento non sarebbe una penalizzazione fissata per legge, ma il risultato delle ipotesi utilizzate nelle simulazioni sindacali. La perdita effettiva dipenderebbe dalla storia del singolo lavoratore: quanti anni sono stati maturati prima del 1996, quali erano le retribuzioni di quel periodo, quanto è stato versato successivamente e come si è sviluppata la carriera.

Anche il Tfr merita una valutazione particolare. Trasformarlo in rendita non significherebbe perderlo: il lavoratore recupererebbe quelle somme attraverso pagamenti mensili. Cambierebbe però radicalmente il modo di utilizzarlo. Non sarebbe più disponibile come capitale da destinare, per esempio, all’estinzione di un mutuo, a spese familiari importanti oppure a un investimento.

Il vero nodo riguarda però soprattutto stipendi bassi e carriere discontinue. Secondo le simulazioni riportate nell’analisi, prendendo come riferimento una retribuzione media di circa 24.500 euro lordi annui, con 25 anni di contribuzione la pensione contributiva a 64 anni sarebbe nell’ordine degli 893 euro mensili. Con 30 anni salirebbe a circa 1.100 euro; con 40 arriverebbe a circa 1.546 euro.

Nei primi due casi non basterebbe neppure utilizzare tutto il Tfr maturato per raggiungere la soglia richiesta. È questo il principale paradosso della proposta: l’accesso a 64 anni potrebbe formalmente essere aperto a una platea molto più vasta, ma una parte dei lavoratori con redditi bassi, periodi di part-time, interruzioni lavorative o carriere frammentate rischierebbe comunque di restare esclusa.

A beneficiare maggiormente del nuovo sistema potrebbero essere invece i lavoratori con assegni già sopra la soglia, una lunga storia contributiva e pochi anni maturati secondo il vecchio sistema. In questi casi la riduzione legata al ricalcolo potrebbe essere più contenuta e il vantaggio di lasciare il lavoro tre anni prima potrebbe pesare di più nella scelta personale.

Il confronto non può quindi essere ridotto alla domanda “quanto perderò ogni mese?”. Chi va in pensione a 64 anni comincia a incassare l’assegno tre anni prima rispetto a chi resta al lavoro fino all’età di vecchiaia. Chi continua a lavorare, però, versa altri contributi e ottiene successivamente una pensione più alta, anche grazie a coefficienti di trasformazione più favorevoli.

Senza conoscere la posizione contributiva individuale è impossibile stabilire una convenienza valida per tutti. Per alcuni l’anticipo potrebbe valere la rinuncia a una quota dell’assegno; per altri il costo nel lungo periodo sarebbe troppo elevato.

C’è inoltre una cautela fondamentale: al momento si parla ancora di una proposta, non di una riforma definitivamente approvata. Modalità di utilizzo del Tfr, tassazione, eventuali tetti agli assegni, platea effettiva e garanzie sulla rendita devono ancora essere definite in un testo normativo.

Il titolo “pensione a 64 anni per tutti”, dunque, rischia di essere più semplice della realtà. Il nuovo canale allargherebbe certamente la possibilità di scelta anche a chi oggi appartiene al sistema misto. Ma l’uscita non sarebbe né automatica né gratuita: per qualcuno potrebbe significare accettare una pensione permanentemente più bassa, per altri utilizzare parte della liquidazione, mentre chi ha redditi più bassi potrebbe non riuscire comunque a raggiungere la porta dei 64 anni.




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