Convincere la platea del Forum Teha di Cernobbio non è certo indispensabile per vincere le elezioni. Ma è evidente che per il centrosinistra entrare in sintonia con un pezzo rilevante del capitalismo italiano sia un passaggio su cui si misura la credibilità dell’alternativa a Giorgia Meloni.
Elly Schlein è, tra i leader dell’opposizione che sono intervenuti al Forum Ambrosetti, quella che più ha tentato di cimentarsi sul terreno della concretezza. I presupposti non erano dei migliori per il campo largo, visto che secondo un sondaggio effettuato tra i circa 200 imprenditori e manager presenti a Cernobbio il 68,3 per cento ha espresso un giudizio positivo sull’operato del governo, mentre l’83 per cento ha manifestato un giudizio negativo sull’opposizione.
Schlein ha cercato di smentire i pregiudizi con un discorso metà teorico e metà pratico. Nella prima parte ha espresso una visione politica federalista dell’Unione europea: più cooperazione e meno veti nazionali per affrontare le crisi della nostra epoca. Nella seconda parte, invece, ha indicato una serie di proposte concrete rivolte principalmente ai problemi delle imprese: energia e innovazione. Il problema, però, dell’agenda Schlein è che risulta un pochino contraddittoria: da un lato, non fa i conti il passato e il presente del centrosinistra; dall’altro, non è molto diversa da alcuni indirizzi impressi dal governo Meloni.
Prendiamo la parte sull’innovazione. La segretaria del Pd ha parlato dell’importanza dell’Intelligenza artificiale e della necessità di un piano industriale europeo per costruire una “autonomia strategica”, visto che l’Europa non deve rassegnarsi a “scegliere tra due modelli che non ci somigliano” come quello cinese o americano. Rispetto al “gap competitivo” sull’IA, Schlein ha evocato i rapporti Draghi e Letta. Ma chissà se ha colto alcuni dettagli di quei report.
Perché sul tema dell’Intelligenza artificiale ovviamente si parla di investimenti, ma la parte politicamente più rilevante del Rapporto sulla competitività di Draghi è proprio la critica radicale all’AI Act: una normativa che produce incertezza, aumenta il costo degli investimenti favorendo indirettamente i Big Tech americani o cinesi e che rischia di escludere le aziende europee dalla frontiera dell’innovazione. Insomma, l’AI Act è esattamente ciò che allontana ulteriormente l’Europa da un’autonomia tecnologica, rendendola così strategicamente dipendente dall’innovazione prodotta dagli altri. Non è un caso che una delle prime richieste di Mario Draghi, supportata dalle imprese del settore e solo parzialmente accolte dalla Commissione, è stata la sospensione dell’AI Act. Il problema, nella narrazione di Schlein, è che il relatore al Parlamento europeo dell’AI Act (e il suo più grande sostenitore politico) è Brando Benifei, che è stato relatore della regolamentazione europea quando era capodelegazione del Pd a Strasburgo. Su questo, non si capisce bene quale sia la linea del Pd. Perché un “Piano industriale europeo” sull’AI non ha bisogno solo di soldi ma anche di un quadro normativo. Si fa presto a parlare di “autonomia strategica”, ma linea Draghi o linea Benifei?
L’altro filone di proposte che la segretaria del Pd ha offerto al pubblico di Cernobbio ha riguardato sostanzialmente l’energia e gli investimenti per la imprese. La parola d’ordine è “decarbonizzare”. E Schlein ha presentato un pacchetto di cinque misure da finanziare con la flessibilità di 0,6 punti di pil concessa dalla Commissione europea, pari a 14 miliardi di euro, per la transizione energetica. 1) Stanziamento di 2 miliardi sul Conto termico per sostituire le caldaie a metano con le pompe di calore; 2) 3 miliardi sul Piano casa per la riqualificazione energetica di 100 mila case popolari; 3) 4 miliardi per incentivare le imprese nell’elettrificazione dei processi industriali; 4) 3 miliardi per il trasporto pubblico; 5) 2 miliardi per l’efficientamento delle reti elettriche e i sistemi di accumulo.
Il punto di partenza di questo pacchetto è che riguarda misure già esistenti, che secondo Schlein andrebbero finanziate maggiormente con la “flessibilità” europea che è stata ottenuta dal governo Meloni: perché è stato per effetto dell’iniziativa dell’Italia a Bruxelles se la Clausola di salvaguardia nazionale pari a 1,5 punti di pil, inizialmente prevista solo per la Difesa, è poi stata estesa anche all’energia (per 0,6 punti).
C’è poi il tema delle rinnovabili. Schlein propone una “unità di missione nazionale” per “dimezzare i tempi autorizzativi”. Ma i ritardi più che un problema burocratico sono una questione politica e che spesso riguarda amministrazioni di sinistra che, a dispetto della retorica green, ostacolano le rinnovabili. Il caso più eclatante è la Sardegna, ma il problema è più ampio. Se si prendono gli ultimi dati di Terna, si vede che l’Italia ha installato 904 MW in più rispetto alla tabella di marcia del Piano nazionale per l’energia e il clima (Pniec), ma il dato è condizionato negativamente dalla performance delle regioni progressiste: Campania, Emilia-Romagna, Puglia, Sardegna e Toscana hanno installato -1.205 MW rispetto agli obiettivi del Pniec.
E’ come se, per essere credibile con gli imprenditori, la discontinuità che Schlein offre è più nei confronti di come amministra il centrosinistra che di come governa Giorgia Meloni.
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