L’impatto sociale e ambientale dell’estrazione artigianale in Africa orientale
Per milioni di minatori su piccola scala la ricerca del prezioso minerale è l’unico, pericoloso modo di sbarcare il lunario, spesso alla mercé di gruppi paramilitari o criminali. Una benedizione per compagnie minerarie straniere e politici locali che così finanziano conflitti devastanti mentre l’inquinamento prodotto mette a rischio l’economia di vasti territori e la salute di intere comunità
La maledizione dell’oro. Potrebbe essere il titolo di una raccolta di notizie più o meno recenti che riguardano l’estrazione e la lavorazione dell’oro nella regione che si estende dal Corno a tutta l’Africa orientale.
19 maggio 2026. Un articolo del Sudan Tribune ci informa che almeno cinque persone sono morte nella zona di Kassala, Sudan orientale, a causa della deflagrazione di due veicoli che trasportavano esplosivo di contrabbando. Nello scoppio sono saltati in aria anche diversi capi di bestiame, presumibilmente usati come copertura del commercio illegale. Con ogni probabilità, dice l’articolo, l’esplosivo era diretto a minatori che estraggono oro in maniera artigianale, facendo saltare la roccia dalla quale estrarre il minerale.
9 maggio 2026. 15 morti e 5 feriti gravi in una zona mineraria informale nel West Pokot, in Kenya. Secondo una ricostruzione dell’incidente, le esplosioni per estrarre il materiale aurifero dalla cava che avevano scavato nel terreno hanno causato una frana che ha sepolto i minatori al lavoro, tra cui si trovavano anche numerose donne. I lavoratori non avrebbero dato peso ai cartelli di pericolo, dicono le autorità. «Abbiamo continuato a lavorare perché nella zona ci sono depositi d’oro. Andare da un’altra parte significa perdere il guadagno di una giornata», ha dichiarato uno dei minatori sopravvissuti all’incidente.
8 maggio 2026. Sul sito di Radio Dabanga si legge di una moria di bestiame provocata dall’inquinamento ambientale causato dall’estrazione artigianale dell’oro nello stato costiero del Red Sea, in Sudan. “Toxic gold mining waste kills camels in Sudan’s Red Sea state” (Rifiuti tossici per l’estrazione dell’oro uccidono cammelli nello stato sudanese del Red Sea). Sotto il titolo una fotografia di SUNA, l’agenzia di stampa ufficiale sudanese, che mostra una pozzanghera melmosa che sembra diffondere effluvi velenosi già dall’immagine stessa.
Jaafar Ohag, esperto ambientalista, afferma che l’avvelenamento è il risultato dell’uso di mercurio e cyanide, sostanze altamente tossiche largamente usate nell’estrazione dell’oro con metodi tradizionali. Aggiunge che in diverse aree del Sudan orientale i pascoli e le falde acquifere risultano ormai pesantemente inquinate da queste sostanze, con gravi danni per la salute degli abitanti e degli animali, oltre che per l’economia dell’intera regione.
L’uso di mercurio e cyanide è proibito nel paese dal 2019, ma i controlli, mai seri e costanti, sono stati del tutto azzerati dallo scoppio del conflitto che da oltre tre anni devasta il Sudan. Tassi di inquinamento gravissimi si registrano anche in Darfur e in altre zone aurifere del paese.
29 gennaio 2026. Almeno 13 persone sono morte nel crollo di una miniera artigianale nel Kordofan meridionale e parecchie altre risultano disperse. La tragedia, dice l’articolo, è l’ultima di una serie di incidenti mortali che si sono verificati nelle miniere tradizionali sudanesi negli ultimi anni.
Sono pochi esempi di una lista molto più lunga da cui si possono trarre osservazioni illuminanti sull’impatto dell’estrazione di oro nella regione.
Una risorsa abbondante e importante il cui sfruttamento affonda le radici nella storia.
Oggi come migliaia di anni fa
Nell’Egitto dei Faraoni la Nubia, allora parte meridionale del loro regno, ora parte settentrionale del Sudan, era chiamata la “terra dell’oro”. 2000 anni circa prima di Cristo.
L’impero di Aksum, che aveva il suo cuore nella regione etiopica del Tigray ma si espandeva sull’Eritrea, su Gibuti e su parte dello Yemen, fu il primo stato subsahariano a usare l’oro per coniare le sue monete più preziose. Era il terzo secolo dopo Cristo.
Antiche monete d’oro sono state trovate in abbondanza sulla costa africana dell’Oceano Indiano, a testimonianza del ruolo che l’area giocava nei traffici commerciali tra l’interno del continente, la penisola arabica e quella indiana. E sul ruolo che l’oro aveva nell’economia di quell’area fin dai tempi antichi.
Nell’antichità l’oro si estraeva setacciando la sabbia dei corsi d’acqua delle zone aurifere, scavando cave e cunicoli nel terreno di cui si arroventava con il fuoco la roccia che poi veniva spaccata con acqua e aceto. E infine trattando il minerale aurifero con mercurio, metodo introdotto in epoca ellenistica e perfezionato dai romani.
Leggendo le notizie riportate sopra sembra che la ricerca e l’estrazione del metallo nella regione si sia fermata all’antichità. Sarà capitato di pensarlo anche a chi ha viaggiato nell’interno dei paesi dell’area, dove non è difficile imbattersi in persone misere ed emaciate che cercano pagliuzze d’oro setacciando montagne di sabbia, un pugnetto alla volta. La polvere d’oro e le pepite vengono spesso valutate, pesate e vendute in baracche fatiscenti nei mercati locali, come fossero frutti selvatici locali.
Personalmente l’ho visto fare nel nord dell’Eritrea, in Sudan, precisamente nello stato del Blue Nile, al confine con il Sud Sudan, e poche settimane fa nella regione della Karamoja, in Uganda. Tanto che l’estrazione dell’oro potrebbe sembrare un’attività residuale nell’economia dei paesi dell’area. Ma non è così.
Vecchi e nuovi giacimenti
Le riserve del prezioso metallo, pur estratto da millenni, sono tutt’altro che in esaurimento. Anzi, dall’inizio degli anni duemila se ne sono trovati altri nuovi e ricchi giacimenti.
È dei primi anni del secolo la scoperta del giacimento di Bisha, nel nord dell’Eritrea, ora gestito da una compagnia mineraria cinese in partnership con il governo del paese che fornisce la manodopera, costituita dai giovani trattenuti nel servizio nazionale obbligatorio e praticamente permanente. Un lavoro in regime di schiavitù, dicono numerosi analisti. È anche grazie all’oro di Bisha se il regime di Asmara ha potuto reggersi per vent’anni nonostante l’emorragia della popolazione in fuga da un paese percepito come una prigione e una crisi economica permanente.
In Sudan l’oro si trova in diverse regioni: oltre che nella Nubia, interessanti giacimenti si trovano nelle Red Sea Hill, alture sulle coste del Mar Rosso, nel Kordofan, nello stato del Blue Nile e soprattutto in Darfur. Nel 2012 è stata scoperta una delle vene più ricche del continente nella zona del Jebel Amir, Darfur settentrionale. Da quel momento il Sudan è diventato uno dei maggiori produttori d’oro in Africa.
La sua produzione finanzia sia l’esercito (SAF) che le milizie Forze di supporto rapido (RSF) che da oltre tre anni si combattono in un conflitto che ha devastato il paese. Anzi, negli anni di guerra la produzione è aumentata, raggiungendo il valore di 1,8 miliardi di dollari l’anno scorso. Ma, secondo gli esperti del settore, l’80% dell’estrazione è ancora condotta in modo artigianale da almeno 2 milioni di persone, numero in crescita proprio a causa del conflitto che ha gravemente danneggiato l’economia e ha spinto a lavorare nei settori informali, come le miniere artigianali, molte persone che hanno perso le precedenti fonti di sostentamento.
Le ultime maggiori scoperte riguardano l’Uganda (31 milioni di tonnellate di minerale aurifero, concentrato in Karamoja, che potrebbero corrispondere a 320mila tonnellate d’oro per un valore di 12,8 miliardi di dollari; scoperta del 2022) e il Kenya (l’anno scorso una compagnia mineraria britannica ha trovato un deposito nella contea di Kakamega del valore stimato in 5,29 miliardi di dollari).
L’oro è una delle risorse naturali principali anche in Tanzania che si colloca tra i primi dieci paesi produttori in Africa.
Notevole anche l’estrazione in Etiopia. Secondo un’inchiesta di giornalismo investigativo, sarebbe esplosa nel Tigray dopo l’accordo di pace Pretoria, ora in bilico. “Una crisi di scala colossale: la corsa illegale all’oro che fa a pezzi l’Etiopia”. Una situazione critica dunque che potrebbe evolvere nella direzione di quella del Sudan.
Un’economia di sussistenza
Tutta questa ricchezza non sembra aver fatto la fortuna dei paesi della regione. E ancor meno delle comunità che la estraggono dalla terra. Il prezioso metallo è ancora prodotto per la maggior parte con mezzi artigianali da milioni di persone che finiscono per pagarne il prezzo, dice una ricerca di Alliance for Responsable Mininig (ARM).
Per i minatori su piccola scala è l’unico, pericoloso, modo di sbarcare il lunario in un settore non regolamentato, spesso alla mercé di gruppi paramilitari o criminali che li sfruttano in tutte le fasi della lavorazione e poi al momento della commercializzazione, condotta in modo del tutto illegale.
Il prezioso minerale finisce spesso per arricchire compagnie minerarie straniere e politici locali. Non raramente fomenta tensioni tra gruppi che risiedono nella stessa zona e viene usato per sostenere conflitti devastanti mentre l’inquinamento prodotto mette a rischio l’economia anche futura di vasti territori.
L’oro, che ha costituito e costituisce una delle ricchezze maggiori della regione, non sembra essere la sua benedizione, dunque. Anzi, visto dal punto di vista dei milioni di minatori su piccola scala è stato spesso un pericolo inevitabile per le loro vite, per l’ambiente in cui vivono e per le speranze di un riscatto futuro.
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